EMERGENZA CORONAVIRUS (ATTIVITÀ APERTE E CONSEGNE A DOMICILIO ) Segnalaci la tua attività Guarda tutte le attività
Luino | 3 Novembre 2019

Luino, “Pinocchio siamo tutti noi”

La storia del celebre burattino, letta e reinterpretata nel tempo da critici e studiosi, irrompe nel ciclo di lezioni dell'Università Popolare, a Palazzo Verbania

Tempo medio di lettura: 4 minuti

Che cosa ha a che fare il mondo degli adulti con le celeberrime “Avventure di Pinocchio”? Perché questo libro è il più tradotto in assoluto nel mondo, dopo la Bibbia? E in che modo ha rappresentato lo spirito del suo tempo?

A queste e ad altre domande ha cercato di dare una risposta la Prof.ssa Maria Antonella D’Onofrio, laureata in Storia e Filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli, lo scorso giovedì 24 ottobre, nell’ambito delle lezioni del ciclo autunnale dell’Università Popolare. “Pinocchio – Non è solo un libro per ragazzi – Il bene e il male, l’importanza della cultura” era infatti il titolo dell’intrigante lezione che ha appassionato il numeroso pubblico di Palazzo Verbania, ansioso di ripercorrere, con “il senno di poi”, quella travagliata metamorfosi da burattino a bambino in carne e ossa.

Ma chi era il vero babbo di Pinocchio, quel Carlo Collodi che ne scrisse le avventure? Il fiorentino Carlo Lorenzini, nacque nel 1826 e fu cresciuto in campagna, in quel di Collodi appunto, frazione di Pescia, in provincia di Pistoia. Mazziniano repubblicano, Partecipò alla I e alla II Guerra d’Indipendenza, ma dopo la formazione dell’Unità manifestò “un profondo senso di disgusto e noia per come era stata «piemontesizzata»” l’Italia. Ecco perché la sua opera risulterà sempre venata di “un tocco di ironia verso le istituzioni statali”, soprattutto nei sui articoli per le riviste di giornalismo umoristico.

A trent’anni iniziò a pubblicare con lo pseudonimo di Collodi, occupandosi di musica, teatro, letteratura e traducendo le opere di Perrault e La Fontaine. Nel 1881 uscì, sul Periodico per l’infanzia ”Il Giornale per i Bambini” la prima puntata della “Storia di un burattino”, un feuilleton in 15 capitoli che avrebbe dovuto terminare con l’impiccagione di Pinocchio alla quercia grande da parte dei briganti. Inutile dire che queste vicende appassionarono i lettori a tal punto da provocare una vera e propria rivolta popolare, costringendo Collodi a farlo resuscitare per poter continuare a raccontarne la storia.

Erano stati dunque raggiunti gli obiettivi dell’alfabetizzazione del popolo e dell’unificazione della lingua, che costituivano uno dei problemi più spinosi che l’Italia post Unità aveva dovuto affrontare e che si stava cercando di risolvere, per esempio, con l’estensione dell’obbligo scolastico alla V elementare, sancito nel 1877 dalla Legge Coppino. E per colmare il ritardo rispetto al resto d’Europa, il nostro Paese si affacciava all’editoria per l’infanzia con due testi che sarebbero diventati pilastri della letteratura per bambini (e non solo): “Pinocchio-Storia di un burattino” e “Cuore”, di Edmondo De Amicis. Ma, mentre nel testo deamicisiano si intuisce chiaramente l’intento pedagogico di istruire la futura classe dirigente, in Pinocchio è indubbia la presenza di un’inequivocabile vena satirica.

Collodi infatti non credeva molto nella “cieca” giustizia. Emblematica la descrizione del giudice della città di “Acchiappacitrulli”, al quale Pinocchio si era rivolto per denunciare il furto degli zecchini: “Era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri…”. Ma che cosa contribuì alla fortuna del libro di Collodi? Innanzitutto la sua “astoricità”, che contribuì a farlo diventare un mito, “più o meno manipolato, commentato e trasposto”.

Pinocchio, nel corso degli anni, è stato indagato dal punto di vista sociale, religioso, psicologico e pedagogico. Innumerevoli furono i suoi illustratori, da Enrico Mazzanti, che fu il primo, a Sergio Tofano e Benito Jacovitti, solo per citarne alcuni. E fu proprio Mazzanti a connotare il protagonista vestendolo con i tre colori della bandiera italiana. Fu lui a disegnare il burattino impiccato agitato dal vento, perché essendo di legno non avrebbe potuto realmente morire.

“Fin dall’inizio – ha raccontato la prof.ssa D’Onofrio – ha una vita arborea: nasce e già parla, come se già prima di nascere avesse delle conoscenze: sa già perfino come cucinare un uovo… Come se fosse stato concepito con una vita interiore autonoma”. E che dire della Fata dai capelli turchini, la “bambina bella”, unica figura femminile del libro? Dal punto di vista psicologico qualcuno volle associarla al rapporto strettissimo tra Collodi e la madre. Di fatto ella rappresenta la mamma che ogni tanto Pinocchio desidera, ma che dona il suo amore in modo non del tutto gratuito. Insomma: “si tratta di un affetto in qualche modo castrante”.

Il grillo parlante, invece, prima ancora delle teorie di Freud, è “il nostro super io, la nostra coscienza, la spinta a migliorarci”. Molti critici e studiosi hanno fornito chiavi di lettura di questo testo, addirittura paragonando le prove che Pinocchio deve superare ai riti di passaggio dall’infanzia all’età adulta degli antichi africani. Lo psicoanalista e psicologo dell’infanzia Bruno Bettelheim, invece, pensando alla fiaba come metafora della vita, definì il libro di Collodi “una storia alla conquista della umanità, dove si possono incontrare tanti gatti e tante volpi, dove si può rimanere intrappolati senza speranza, dove c’è un paese dei balocchi che inganna, dove c’è sempre un aiuto materno disposto ad aiutarci, ma mai a farsi prendere in giro, dove sono importanti i consigli che insegnano l’amor filiale e il dovere allo studio, dove acquisire il senso del dovere”.

Particolarmente affascinante, però, la rilettura che ne fece il Cardinale Biffi, nel libro “Contro Mastro Ciliegia”, definendo Pinocchio “un capolavoro teologico”. Ecco allora descritto Mastro Ciliegia come un materialista perfettamente in linea con il primo Ottocento; la prima fuga da casa di Pinocchio come l’allontanamento di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre; le analogie del burattino inghiottito dal pescecane con l’episodio biblico di Giona; Geppetto come S. Giuseppe, pronto ad accettare eventi strani, ma che nel corso dell’opera si trasformerà in un vero e proprio padre: accogliente ed “accudente”.

Insomma, ha concluso la prof.ssa D’Onofrio: “In fondo Pinocchio siamo tutti noi, perché entrare nel mondo degli adulti, nel mondo dei cattivi, rappresenta una vera e propria morte. Dunque, il burattino che muore per diventare umano, è la morte di tutti noi”. (Fonte l’Eco del Varesotto)

Vuoi lasciare un commento? | 0

Lascia un commento

"Luinonotizie.it è una testata giornalistica iscritta al Registro Stampa del tribunale di Varese al n. 5/2017 in data 29/6/2017"
P.IVA: 03433740127