Luino | 19 Agosto 2018

“Westweg”, alla scoperta della Foresta Nera: il lungo cammino del luinese Lorenzo Buscaino

La seconda parte del racconto del viaggio pubblicato ieri. "Ho vissuto appieno questo cammino, ne ho colto ogni attimo di inestimabile bellezza. Sono più ricco"

Tempo medio di lettura: 8 minuti

Dopo la grande avventura lungo la via del Sale, che lo aveva portato da Luino a Portofino nel mese di febbraio, cibandosi solo di erbe spontanee, il 25enne luinese Lorenzo Buscaino a luglio, in otto giorni, ha compiuto un’altra esperienza “wild”.

Ieri Lorenzo ci ha raccontato la prima parte del viaggio, che oggi continuerà. Zaino in spalla, infatti, Lorenzo ha percorso in lungo e in largo, dal 17 al 25 luglio, il Westweg, percorso escursionistico della “Foresta Nera”, in Germania. Un’altra occasione per mettere a dura prova i propri limiti, lontano della civiltà, con un solo obiettievo: viaggiare, camminare ed apprezzare le bellezze naturali di uno dei luoghi più affascinanti d’Europa.

Da anni, però, Lorenzo e Diana, che raccontano i loro viaggi sui Social, su Instagram e su Facebook, sulla pagina “Viaggiare è pura libertà”hanno deciso di creare un blog con il medesimo nome, per racchiudere tutte le loro avventure.

Questo nel Westweg, infatti, è solo l’ultimo dei viaggi fatti da Lorenzo, già pronto per nuove avventure all’insegna della scoperta della natura. Ecco la seconda parte del suo racconto.

VIAGGIARE

Immaginate la Germania, un’unica immensa pianura dove a sud il suo confine viene segnato con l’inizio delle Alpi e lì vicino, tra le alte montagne e la zona pianeggiante, la Foresta Nera, una distesa apparentemente infinita di pinete, praterie, querceti, colline e picchi montuosi isolati.

Sono lì, sulla punta più alta di una di quelle montagne, il mio risveglio è meraviglioso e viene accostato da un’inaspettata sensazione di rinvigorimento, inspiegabile, dal momento che ho dormito su un letto di erba misto a roccia. Esco dalla tenda, il colore del cielo è già pingue di quelle meravigliose sfumature tra il tenue rosa ed il vistoso scarlatto. Dietro di me, seduta a pochi metri di distanza, la donna che avevo conosciuto la sera prima. Parliamo parecchio. Dice di chiamarsi Martha, ha una figlia ed è la seconda volta che dorme in cima al Belchen. Osserva ancora la mia tenda, si avvicina, la esamina, studia il mio zaino e fa domande su cosa ci sia all’interno.

Mentre ci godiamo l’alba i nostri discorsi si fanno via via più profondi. Mi rivela che la zona in cui ci troviamo veniva considerata sacra dai Celti e che lei è convinta che io abbia dormito particolarmente bene proprio per questo stesso motivo. Parliamo di forze invisibili, di energie, del nostro amore per la Natura, della società, dei contrasti e dei problemi del mondo. Chi siamo per parlarne? Chi siamo per non farlo? Le anime hanno un modo tutto loro per entrare in intimità, ancor prima degli sguardi, ancor prima delle parole, ancor prima dei fatti.

Mi svela di essersi trasferita da poco nella Schwarzwald, la vita al nord non la soddisfaceva più: troppo lavoro, troppa monotonia, tanti soldi e troppo poco tempo per spenderli. Così aveva iniziato, poco a poco, a mettere piede tra i boschi. Si trova qui con sua figlia, anch’essa segue le medesime ideologie e sogna una casa mobile nella Foresta.

Un’intensa ora vola via e i primi raggi del sole ci ammaliano, e rendono l’atmosfera carica di suggestione. E’ arrivata l’ora di andare. Cinque minuti, tiro su tutto e saluto Martha, che infine ammette di voler provare a fare un cammino come il mio, probabilmente in Italia, cosa a cui finora non aveva mai pensato.

Passa un’altra dura giornata fatta di sali e scendi continui e dislivelli fortissimi. Si fanno le sei del pomeriggio, mi mancano circa tredici chilometri per la meta che volevo raggiungere: il Lago Titisee. Questo specchio d’acqua è il più grande che si può trovare sul percorso, avrei voluto passare la notte sulle sue sponde. Ma ho già camminato più di trenta chilometri e sono stanco, è arrivato il momento di tirar fuori la cartina digitale e cambiare programmi. Noto subito la presenza nei paraggi di due rifugi alpini, non sono distanti. Porto lo sguardo nella loro direzione: solo conifere. Osservando la vegetazione mi torna in mente il motivo per cui la chiamano Nera, infatti quei pini mastodontici crescono talmente vicini da risultare un insieme di alberi talmente fitto che è capace di schermare persino i raggi solari: certe zone della Foresta sono buie anche durante una giornata estiva.

Mi inoltro nella sterpaglia. Dopo centocinquanta metri trovo il primo rifugio. E’ chiuso e abbandonato, una tenda è stata piantata ad una quindicina di metri di distanza. Avevo letto di molte persone che decidono di affrontare il Westweg, come molti altri lunghi percorsi escursionistici, da soli e senza parlare con nessuno. Una sorta di immersione totale nella cultura Wild. Certi di loro addirittura evitano i centri urbani, raggirandoli e percependoli come degli ostacoli, e quello che mi lascia allibito è che in tal modo viaggiano sempre.

Se sei un vero viaggiatore la prima cosa che impari è il Rispetto e ad averlo per tutti. Ma non potrò mai capire la loro modalità di viaggio, la considero estremista, ed ogni forma di estremizzazione, proprio perché contraria al concetto di relativismo, è quindi da considerarsi errata.

Per me il concetto di viaggio è diverso. Viaggiare è assimilare e scomporre, fantasticare, slegare, disciogliere, dare e ricevere, credere e discredere, toccare con mano, ascoltare, trasmettere, privarsi del possesso, cercare gli sguardi, allontanarsi, avvicinarsi, riconnettersi, trascendere le ideologie, abbracciare la vera vita, ridere della morte.

DIVENTARE

Raggiungo il secondo rifugio ed è a dir poco perfetto. Si presenta avvolto dalla Foresta, chiuso e abbandonato, con un rubinetto erogante acqua potabile e per gran parte protetto da una solida staccionata. Pianto la tenda e lascio tutto lì, c’è un’altra cosa che aveva attirato la mia attenzione sulla cartina: un minuscolo laghetto, giusto cento metri più in giù.

Mi ci reco in tutta fretta e mi lascia sbalordito. E’ un sogno ad occhi aperti, a maggior ragione in quel momento mi si presenta davanti quasi come fosse un miraggio. Non ci penso due volte, mi spoglio e mi tuffo in acqua. Ci sono solo un paio di coraggiosi che fanno il bagno assieme me. Una volta dentro mi rendo conto di una peculiarità che attribuisce magia alla scena già alquanto surreale: l’acqua è tinta di rosso. E non si tratta di uno strano gioco di luce o di riflessi: è proprio rossa. Malgrado le domande senza risposta fattomi sul suo colore, dentro quel lago mi ci lavo per bene, mi immergo, pulisco bene le orecchie, passo più volte le mani tra i capelli. Esco e faccio ritorno alla mia umile dimora che in questi giorni altro non è che tutto ciò che porto sulle spalle. Mi sento rinfrescato, molto più pulito e pimpante. Inizio a saltellare per il bosco fino al rifugio, dove mi cambio e provvedo immediatamente a lavare i vestiti sudici. Li appendo in un preesistente stendiabiti improvvisato fra tre abeti. Sono prodigiosamente gratificato. Come chiusura di una bellissima giornata provo a leggere ma la stanchezza mi costringe ad infilarmi nella tenda dopo appena dieci pagine.

Ho il presentimento che qui, da solo, non riuscirò mai a prendere sonno, che ogni minimo rumore non mi permetterà di dormire serenamente. Ma invece il contrario: l’ambiente in cui mi trovo è inverosimile, silenzioso. E questa è l’occasione che aspettavo per meditare in un luogo intessuto di energia come la Foresta Nera.

E’ ormai quasi un anno che utilizzo la meditazione. Una tecnica semplice ed allo stesso tempo potente, devo tanto di ciò che sono oggi all’utilizzo di questa pratica. La meditazione aiuta a saldare tutte le parti del nostro essere, al fine di convertirle in un periodo di tempo in cui godiamo di maggiore chiarezza, in cui abbiamo a disposizione pienamente la nostra personalità. Non c’è cosa più sbagliata che si possa fare che ignorare l’inconscio, non c’è cosa più sbagliata che pensare di non aver tempo di meditare, poiché è come essere convinti di non aver tempo per guardare il proprio cammino, troppo intenti alla marcia. Esistono numerosissimi modi per meditare e riconnetterci con il nostro io.

Camminare tutto il giorno nella natura, respirarla, esserne ricoperto dalla testa ai piedi, nuotare in libertà in un laghetto ed ora lì, sdraiarsi all’interno della mia tenda e meditare. Realizzo di aver passato la mia prima giornata completamente Wild, dal momento in cui avevo aperto gli occhi fino a quello in cui li avrei chiusi, ero al settimo cielo.

Ormai non si tratta più di me e la Foresta, non è più il cammino contro le mie gambe, non più il bene contro il male, non più l’essere e il non essere. Sono diventato anch’io parte integrante della natura che mi circonda. Bisognerebbe più spesso pensare con il cuore e sentire con la testa.

COGLIERE

Dopo aver compiuto la prima parte del viaggio, quella da Basilea al Lago Titisee, il peggio era rimasto alle spalle, i sali e scendi si sono fatti meno faticosi, permettendomi di compiere oltre cento chilometri in tre giorni.

Sono tre giorni prevalentemente solitari, dove di rado incrocio qualche passante. Ho conquistato la vetta più alta del percorso, quella del Feldberg (1497 m.s.l.m.). Ho mangiato i Bretzel freschi. Ho bevuto birra a fiumi. Ho avuto il piacere di fare amicizia con Dominique, un quarantacinquenne che sta percorrendo il Westweg in solitaria con il suo cane, nella direzione opposta, da Pforzheim a Basilea. Entrambi approfittiamo della situazione e ci scambiamo, cartina alla mano, i posti in cui abbiamo dormito all’aperto. E’ un momento esaltante. Oltre ad avere la possibilità di parlare con qualcuno, sto segnando dei luoghi fantastici dove potrò andare a dormire a colpo sicuro.

Avevo deciso di passare le ultime due notti più comodo, in guest house, ero quindi più riposato e sicuro di me. Alla fine di questa giornata però, esausto, raggiungo il rifugio incustodito in cima al Farrenkopf, segnalatomi da Dominique, dove in primis penso di dover dormire solo ma mi ritrovo  presto circondato da un gruppo di ragazzi tedeschi, molto simpatici, carichi di birra e cibo, ‘una manna dal cielo’, penso, quando guardo il mio zaino sprovvisto di viveri. I loro tentativi rudimentali di accendere un fuoco sono buffamente interessanti. Offro il mio aiuto e ridispongo i legni ammassati a casaccio, ora sono in ordine. Utilizzo dei loro fogli di giornale come esca ed infine giro con il pollice la rotella dell’accendino, la scintilla prodotta genera la fiamma che si propaga piano piano sulla carta e che subito dopo incendia i primi legnetti. Il classico odore di legna bruciata viene accompagnato dall’esultanza generale. ‘Lorenzo! Lorenzo!’ urlano e si complimentano sorridendo. Mi offrono cibo e birra in abbondanza, avevano solo una Pils parecchio amara che comunque lì per lì risultava ben gradita.

Passo là fuori un paio d’ore, con il panorama serale tinto dal chiarore della Luna, il calore avvolgente del fuoco e le grosse risate che mi provocano quei bambinoni tedeschi giocondi e festosi. Parlo un po’ con ognuno di loro, Alex, forse il più simpatico e socievole, mi spiega che si trovano lì quella sera per commemorare un loro amico scomparso tempo fa e con il quale avevano fatto per la prima volta l’uscita al Farrenkopf, adesso ogni anno si ritrovavano tutti insieme lì, a bere e a ricordare dei momenti con lui, senza essere mai tristi, come lui avrebbe voluto.

La cosa mi tocca, quasi mi turba per un momento, ma pensandoci bene capisco che è un modo meraviglioso per commemorare qualcuno. Per l’ennesima volta, dopo questa storia, alziamo i bicchieri in alto e brindiamo gioiosi. Ma la birra per me è troppa e ad una certa sono costretto a salutarli e a rientrare nel rifugio: loro avevano qualcosa come dieci ore di cammino in meno sulle spalle.

Piazzo il mio sacco a pelo su un materassino sottilissimo che era già presente sul pavimento legnoso del rifugio. Le loro risate e i loro schiamazzi non provocano nessun effetto su di me, mi addormento come un neonato. La mattina seguente sono in piedi prestissimo, sono le cinque e mezzo, e gli ultimi due di loro stanno andando a dormire adesso. Riesco a congedarmi e a dar loro un abbraccio che valga per tutto il gruppo.

Si susseguono giornate importanti affrontate per lo più in solitaria. Raggiungo le cittadine incantate di Hausach e Forbach. La notte prima dell’arrivo a Pforzheim mi concedo nuovamente un letto comodo ed un pasto caldo, in una Gast Haus poco prima di Dobel. Quella notte il caldo mi uccide, dormo, sudo e mi dimeno nel letto. Sogno tutti insieme quei paesaggi incredibili. Rivivo tutto come le pagine più importanti di un libro appena finito di leggere. Comprendo come quelle del mattino sul Westweg siano state le ore migliori, quando la luce è soffusa ed il caldo ragionevole, quando le mandrie pascolano libere e inosservate, quando il vento si impregna di tutti gli odori della Foresta, quando la vita deve ancora svegliarsi e gli unici rumori sono la musica degli scriccioli, dei merli e delle cornacchie, dei rospi che gracidano e dei pesci che saltano sull’acqua.

Ho vissuto appieno questo cammino, ne ho colto ogni attimo di inestimabile bellezza e oggi sono senza dubbio più ricco. Ma mi piace ricordarlo così per com’è, come quella notte, non ancora ultimato, indelebile nella mia mente di viaggiatore.

Per guardare le tante “storie Instagram” del viaggio nel Westweg pubblicate da Lorenzo sul profilo “Viaggiare è pura libertà”, cliccare qui.

© Riproduzione riservata

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