I carabinieri del Nucleo Informativo di Palermo hanno sottoposto allo stato di fermo diciassette persone, tra italiani e stranieri, ritenute al centro di un’associazione per delinquere a livello transnazionale.
Nella lunga e complessa inchiesta, iniziata nel dicembre 2016 e culminata con l’esecuzione del decreto emesso dalla locale Procura Distrettuale Antimafia, gli spostamenti connessi alle diverse attività criminali praticate hanno toccato anche il confine tra Canton Ticino ed Alto Varesotto.
Tutto ha inizio circa due anni fa dal monitoraggio degli spostamenti compiuti da un cittadino macedone domiciliato a Bolognetta, in provincia di Palermo. Qui l’uomo avrebbe preso parte ad un traffico d’armi partito dall’area balcanica, con l’intento, inoltre, di riciclare somme di denaro, ricavate da rapine, e immettere nel mercato italiano valuta estera di provenienza illecita.
Dall’attività investigativa, condotta grazie alla collaborazione internazionale con autorità svizzere, tedesche, macedoni e kosovare, sono emersi in modo sempre più evidente i tratti di un vero e proprio sodalizio criminale nei settori sotto osservazione.
Da tale sodalizio gli inquirenti hanno intercettato le trame di due distinte strutture, impegnate anche nella gestione di un flusso di immigrazione clandestina lungo la rotta Balcani – Italia, alimentato in cambio di denaro. Un primo gruppo è risultato composto da italiani e kosovari, stanziati in Italia nelle province di Como e Sondrio, nonché in Svizzera. Il secondo gruppo, invece, prende forma proprio durante le indagini dagli accordi stipulati tra alcuni palermitani e macedoni.
I reclutamenti avvenivano principalmente in Kosovo ed erano finalizzati, dopo il viaggio attraverso la linea balcanica, al raggiungimento del confine svizzero in auto. Da questo punto in avanti, i migranti venivano affidati alla rete gestita da una seconda formazione interna al gruppo, braccata da alcuni controlli alla frontiera grazie anche ai protocolli di cooperazione internazionale con la Polizia cantonale e con il personale del Nucleo Informativo di Venezia.
Un episodio significativo, in questa direzione, risale al marzo dello scorso anno, quando un furgone con targa svizzera, proveniente dall’area balcanica e con undici clandestini a bordo, viene fermato alla dogana di Ponte Cremenaga. Per l’autista del mezzo, che a bordo custodiva i soldi pagati per il viaggio, tremila euro a testa, scattano immediatamente le manette, mentre i clandestini vengono espulsi dal territorio elvetico in seguito all’avvenuta identificazione, utile inoltre a far emergere il legame con alcuni membri dell’organizzazione criminale.
Seguendo le tracce lasciate dal meccanismo di gestione del flusso, le autorità risalgono ad alcuni particolari che riguardano il passato e il presente dei malviventi, connessi in Kosovo al famigerato “Gruppo del Comandante Teli“, formazione paramilitare dell’UCK attiva durante la guerra, e ad esponenti di Cosa Nostra a Catania. Il copione si ripete circa un mese dopo coinvolgendo un più ampio gruppo di clandestini, sottoposto alle medesime accortezze per eludere i controlli, giunto in Italia tramite il confine di Trieste e bloccato alla stazione ferroviaria di Venezia – Mestre. Un secondo importante tassello per l’indagine che condurrà poi, nel mese di maggio, all’arresto di uno dei soggetti al vertice, eseguito dalla polizia kosovara.
Le mire del clan hanno poi riguardato la costruzione di una rete per dispensare permessi di lavoro destinati ad occupazioni fittizie, utili però all’ottenimento dei documenti essenziali per il trasferimento in altri stati dell’Unione Europea. Il tutto sempre grazie ad una fitta corrispondenza con i Balcani, impostata per reclutare nuove persone interessate al viaggio (tra cui un buon numero di slavi e macedoni), ma anche per avviare una manovra di riciclaggio transnazionale di denaro proveniente da furti, rapine, delitti contro il patrimonio, traffico di diamanti. Manovra condotta grazie ad un sofisticato circuito di comunicazione bancaria, denominato EBICS (Electronic Banking Internet Communication Standard, ndr).
A questo punto sono alcune conversazioni intercettate che consentono alle forze dell’ordine di entrare in possesso delle coordinate riguardanti il traffico di denaro e diamanti, indirizzato ancora una volta verso la Svizzera, bacino da cui reperire potenziali compratori e complici. Un’ulteriore e definitiva svolta arriva nell’ottobre del 2017, con l’arresto di uno dei più pericolosi membri dell’organizzazione, di origine macedone, avvenuto in seguito ad un posto di blocco nei pressi dello svincolo autostradale di Villabate (PA).
Dal materiale sequestrato, infatti, sono emerse tutte le conferme inerenti il business di diversi milioni di euro nascosto tra Balcani, Italia e Svizzera. Un business curato nei minimi dettagli, all’interno del quale ogni singolo affiliato si faceva carico di mansioni specifiche. Tutte individuate e ora al centro di approfondimenti.
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Avete pubblicato un articolo da 3 minuti di lettura senza indicare i nomi e cognomi degli arrestati (tra cui alcuni residenti in zone limitrofe alla provincia di Varese) mentre su tutte le testate tali nominativi sono ben specificati. Ma vi sembra di fare in questo modo buona informazione? Saluti