Il sommerso rischia di sotterrare l’economia sana, quella delle piccole e medie imprese che, in due casi su tre, sono esposte a una concorrenza sleale che le riduce con il fiato corto. Questo quanto emerge da un’analisi di Confartigianato.
Ciò si verifica soprattutto in quei settori che, stando a una analisi condotta da Confartigianato, sono maggiormente esposti alle irregolarità. Nell’ordine: costruzioni, con 501.834 imprese artigiane (il 37,8% del totale nazionale) e un tasso di lavoro irregolare del 16,9%; altri servizi alla persona, con 191.917 imprese (14,5%) e un tasso del 25,2%; trasporti e magazzinaggio, con 85.706 imprese (6,5%) ed un tasso del 19,9%; servizi di alloggio e di ristorazione con 48.652 imprese (3,7%) ed un tasso del 26,7%.
Quanto pesa il lavoro sommerso? Un dato su tutti: nel 2015, e ad oggi, la situazione può considerarsi pressoché invariata, in Italia il lavoro sommerso era arrivato a pesare più di quello della Pubblica amministrazione, con 3.723.600 irregolare in tutto, ovvero l’11,6% in più (388mila unità) rispetto alle 3.335.600 unità di lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche. “Numeri e conseguenze che ci richiamano a più di una considerazione” interviene Davide Galli, presidente di Confartigianato Imprese Varese, provincia che, pur non rientrando tra quelle a più elevata esposizione del rischio sommerso, conserva un ampio margine di rischio, con 14mila imprese potenzialmente esposte alla concorrenza sleale. Vale a dire, il 65% dell’intero artigianato locale.
La concorrenza sleale rischia di trasformarsi in un bomba a orologeria: le imprese che agiscono nell’irregolarità non solo possono mantenere prezzi più bassi, mettendo fuori mercato le imprese corrette con analoghe funzioni di produzione, ma dimostrano una minore propensione all’investimento e nel contempo spiazzano gli investimenti delle imprese che non evadono e non trovano redditività adeguata per l’ampliamento delle dimensioni aziendali. “Abbiamo più volte ribadito l’importanza delle regole come punto di riferimento imprescindibile per un mercato libero e sano – prosegue Galli – Regole chiare, semplici, eque e non sottoposte a
rimaneggiamenti normativi che altro non fanno se non complicare vita e lavoro, soprattutto alle Pmi. Eppure i numeri ci dicono che molto resta da fare. Il legislatore, per primo, metta in cima alla lista delle
priorità un processo di semplificazione indispensabile e non più rinviabile”.
“Il consumatore, dal canto suo, inizi a riconsiderare una scala di valori fondata su prodotti e servizi di qualità, certificati, ed eseguiti da professionisti qualificati: solo così, l’economia delle Pmi, che è l’asse portante dell’economia nazionale e locale, potrà continuare a esistere, e a portare benessere sui territori – sollecita Galli -. L’alternativa? Non sarà il nero ad azzerare la crisi, ma la aggraverà riducendo il numero di imprese, i relativi posti di lavoro, la sicurezza dei prodotti e dei servizi e il benessere sociale che un’impresa porta al territorio attraverso la fiscalità, peraltro molto elevata, e le politiche di welfare. Fondazione, qualificazione professionale e certificazioni diventino sempre più gli strumenti attraverso i quali i consumatori possano districarsi tra le molteplici offerte presenti sul mercato, affinché non abbiano dubbi nel fare la scelta etica e qualitativa più corretta e consapevole. Le imprese, dal canto loro – conclude Galli – si impegneranno con sempre maggiore convinzione proprio sul fronte della qualificazione/certificazione”.
Il tutto in quadro di equilibrio fiscale e normativo: abusivismo e illegalità, infatti, costringono a politiche di contrasto ad alto rischio di complicazione burocratica, determinando un incremento dei costi per le imprese regolari.
Un circolo vizioso che non conviene a nessuno.
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