Dopo i primi due spettacoli, il “Massimo Lopez & Tullio Solenghi Show” e la commedia “Fiore di cactus”, la Stagione Teatrale luinese torna con un altro appuntamento che, lunedì 20 novembre, vedrà mettere in scena al Sociale “Miseria e Nobiltà”.
Lo spettacolo “Miseria & Nobiltà”, con la regia di Michele Sinisi e scritto insieme a Francesco Maria Asselta, che è tratto dal testo di Eduardo Scarpetta e reso celebre dal film del ‘54 di Mattoli con Totò, è uno dei classici della tradizione napoletana e italiana. Reinterpretando nuovamente un vero e proprio mito della modernità, Michele Sinisi ci racconta una storia tipicamente italiana, capace di essere attuale e autentica sia dentro che fuori la scena.
Così, siamo andati ad intervistare il regista che ci ha raccontato cosa significa per lui fare oggi teatro in Italia, qual è il valore dell’arte e della cultura nel nostro tempo ed in che modo si inserisce nel mondo attuale un’opera come “Miseria & Nobiltà”. Ecco le sue parole.
Cosa significa per lei fare ancora teatro oggi?
In questi giorni abbiamo debuttato a Livorno con Amleto, ed è capitato di confrontarci su questo tema, fino a tarda notte, con gli organizzatori. E’ un argomento molto attuale. Per me il teatro è relazione, è un rito. E’ un bene partecipare agli spettacoli teatrali ed il pubblico decide di venire in base a quello che viene proposto. Il teatro può riformare il piacere di stare assieme, esprimendo e rivisitando quello che succede nel mondo. Qualsiasi comunità fatica sempre più a stare insieme, sotto qualsiasi punto di vista: politico, affettivo, istituzionale. Anche nei paesi, come in famiglia e con i vicini di casa, si fa fatica a condividere le giornate. Per me il teatro è riuscire a compiere una rivoluzione, una piccola rivoluzione. Quello di veicolare i racconti da condividere. Siamo solo servitori della causa non il fine.
Quali differenze riscontra tra andare in scena nei teatri di città ed in quelli di paesi come Luino?
Le differenze non le riscontriamo solo sulla variabile grandezza, ma anche rispetto alla latitudine. Ogni comunità ha le proprie peculiarità. La forza delle tradizioni in alcune zone d’Italia rendono più difficile il gioco con il pubblico durante lo spettacolo. Io credo, invece, che l’assolutismo della tradizione deve necessariamente essere messo in atto. La mancanza di emancipazione culturale e l’apertura a nuove “visioni” porta alcuni pubblici a non accettare i propri difetti. Invece, aiuterebbe molto alla crescita. Insieme.
Come si inserisce il suo ruolo nello spettacolo in questa visione teatrale?
Nello spettacolo interpreto il ruolo di Peppiniello: sono dentro e fuori la rappresentazione, apro e chiudo le scene, do luce e la tolgo. Mi metto quindi in una posizione tra gli attori e il pubblico. La forma è fondamentale, come lo è il linguaggio per coinvolgere il pubblico. Non abbiamo assolute verità, ma ci proponiamo con un’opera che mira a coinvolgere lo spettatore. “Miseria & Nobilità” è conosciuta dalla stragrande maggioranza degli italiani e per questo è necessario giocare, parlando della miseria dell’animo di quegli anni, in parte rimasta immutata e in parte attualizzata anche nel nostro tempo. Basti pensare che lo spettacolo ironizza su cittadini bianchi, italiani.
Che valore hanno l’arte e la cultura invece in Italia oggi?
L’arte e la cultura permettono di guardare la nostra bellezza, facendoci emancipare sempre più. Incontrarsi in teatro, ad esempio, al di là delle difficoltà per portare avanti questa passione, è sublime. Il teatro per me è il luogo della verità, non della perfezione. Tutto quello che è fatto ed è stato fatto dal vivo è vero, esprime il presente, il quel momento, in qualsiasi declinazione artistica. Le relazioni tra esseri umani, con una persona che agisce e l’altro che risponde, innesca questi grandi valori. Bisogna partire sempre da qui, dal fondamento di questa esperienza e capire sempre più quanto siano importanti le relazioni.
Quanto è difficile fare teatro? Mi riferisco non solo alle relazioni di cui mi sta parlando, ma anche all’aspetto economico…
La principale difficoltà di fare teatro appartiene alla stessa che ci porta sul palco. Bisogna studiare e lavorare sodo. Un percorso artistico in tutte le sue declinazioni. Le difficoltà economiche sono materie da studiare, ma rimangono secondarie. La necessità di fare teatro, rispetto ai tempi che viviamo, mi porta a dire che il mio interesse è quello di sfuggire dalla schiavitù economica. Ognuno deve fare il suo, siamo una squadra: c’è il regista, l’attore, chi lavora al progetto, chi trova i fondi e chi scrive la sceneggiatura. Siamo tutti sullo stesso livello ed abbiamo la stessa importanza, con l’obiettivo di stare insieme la sera dello spettacolo e di condividere insieme quello che viene prima di andare in scena. Se ognuno di noi aspetta qualcun altro per risolverci i problemi non va bene. Mi viene in mente una frase del grande Brecht, “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Ognuno di noi deve dare il proprio contributo, nel suo piccolo, nella sua quotidianità, non solo nel teatro. In caso contrario tutto questo sarebbe un grande problema.
Dopo quasi 70 anni dal film, cosa significa per lei portare ancora in scena questo spettacolo?
Per me racchiude da sempre il sogno di fare il teatro. Peppiniello è l’anello di congiunzione tra la vita e la scelta di fare questo mestiere. Miticamente “Miseria e Nobiltà” lega la scelta che ho compiuto la prima volta: la decisione di fare teatro, infatti, lo devo a quest’opera. I nomi connessi a questo capolavoro sono quelli di Nino Taranto, Eduardo De Filippo, Totò, e Aldo Fabrizi, mi hanno sempre trasmesso spensieratezza. La “Dolce Vita” di Fellini ne è un esempio, un ricordo rinascimentale, l’identità di quello che eravamo. Oggi purtroppo si fa sempre più fatica a giocare artisticamente, si pensa che non possano nascere nuovi De Filippo, Troisi o Benigni, e si rincorre sempre un’idea di teatro passata, costituita dagli artisti che hanno fatto la storia. Non credo sia così, bisogna sapersi sempre reinventare sul palco, tra gioco e finzione.
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