“È una vocazione del Teatro Periferico, quella di raccontare il territorio, la sua realtà, le storie delle persone che ci vivono, perché l’habitat non è solo natura, edifici, luoghi: è fatto anche di persone, di comunità che si muovono, di incontro tra popoli. È un ambiente che continua a cambiare la sua geografia umana”.
Così ha esordito la regista Paola Manfredi, direttrice artistica del Teatro Periferico durante una piacevole chiacchierata a Cassano Valcuvia, in un pigro sabato mattina estivo, seduta ad un tavolino d’angolo tra il Centro Documentale Linea Cadorna e l’Angolo dei Sapori, punti di riferimento importanti per la gente del luogo e non solo. L’incontro è avvenuto esattamente ad una settimana dalla rappresentazione di “Con me in Paradiso”, spettacolo teatrale che ha visto, l’8 luglio scorso, protagonisti cinque giovani richiedenti asilo provenienti da Senegal e Guinea Conakry.
I ragazzi, ospiti della comunità di Laveno Mombello gestita dalla Cooperativa Agrisol, hanno calcato le scene del teatro comunale, piccolo gioiello in stile liberty presso il quale la compagnia teatrale ha la sua sede.
Perché questo spettacolo? E perché è stato scelto di realizzarlo con cinque ragazzi migranti? Il copione del drammaturgo e critico teatrale Mario Bianchi è stato il pretesto per far nascere l’idea di manipolare la storia, coinvolgendo proprio un gruppo di richiedenti asilo. È prassi consolidata del Teatro Periferico quella di “attivare processi di consapevolezza artistica e inclusione sociale, portando sul territorio esperienze e linguaggi nuovi”, così, nell’agosto 2016, prese il via il laboratorio, che Paola Manfredi e i suoi collaboratori vollero realizzare proprio a Cassano, “luogo di cultura istituzionale degli occidentali, perché i ragazzi, che non conoscevano il teatro per adulti, imparassero ad amarlo e soprattutto capissero che questa esperienza era importante”.
In Valcuvia, oltre agli immigrati di seconda generazione, sono presenti anche queste nuove “cittadinanze temporanee” e chi racconta il territorio non può fingere che non esistano. “Il nostro scopo è quello di narrarne la storia, per poi avviare un dialogo con i residenti. Non è nostro compito intervenire sulle soluzioni, perché le fasi di negoziazione avvengono sempre con le istituzioni, ma noi artisti siamo curiosi, soprattutto dell’umanità di cui ci nutriamo”.
In questa occasione il Teatro Periferico ha collaudato una metodologia nuova, mettendo in scena uno spettacolo che non fosse l’esatta trascrizione del testo scritto dall’autore, ma alternando a questo altrettante scene in cui l’attore Dario Villa discuteva con i ragazzi il testo di Mario Bianchi. La storia narra l’incontro di un uomo bianco, padrone di un’ex fabbrica, con un extracomunitario nell’atto di nascondersi, perché entrambi ricercati dalla polizia e il loro ritrovarsi a tu per tu con Gesù.
Questo il pretesto per promuovere un dialogo su due piani paralleli: da una parte la difficoltà a capirsi e dall’altra l’avvio di un ragionamento. “Avevamo due possibilità: quella di fare lavorare questi ragazzi sulla loro condizione, facendo raccontare le loro storie, ma non l’abbiamo fatto perché per loro sarebbe stato molto doloroso. Oppure potevamo coinvolgerli in qualcosa di completamente diverso, come il mimo, o la clowneria. Noi abbiamo scelto una terza via, che rappresenta una mediazione: sfruttare il terreno neutro del teatro, che usa i testi come luogo di confronto e di arricchimento tra culture, come è avvenuto con opera di Mario Bianchi”.
È stato anche un invito ad una rimozione degli stereotipi. È umiliante far lavare i pavimenti agli immigrati? Niente affatto, perché essi hanno risposto di voler essere come i nostri figli che, per pagarsi gli studi all’estero, sono andati a fare i lavapiatti o i camerieri. “Il nostro è una sorta di format: consente un confronto che il teatro e l’arte devono facilitare. Il teatro deve indagare nelle storie senza doverne esibire la drammaticità, o essere invasivo scavando nel dolore, perché spesso già i volti di queste persone parlano più delle parole che vorremmo raccontare”.
Allora dobbiamo far emergere anche le somiglianze, tra i valori che noi occidentali abbiamo perso o modificato nel corso degli anni e che ritroviamo intatti in culture più semplici. “L’Africa muore, ma è viva; noi viviamo, ma delle volte siamo morti”. Prosegue Paola Manfredi, spiegando perché l’integrazione non può avvenire solo offrendo una casa o un letto. “Se ognuno resta chiuso nelle propria comunità, senza promuovere la cultura dell’incontro, non esisterà alcuna inclusione. Noi conosciamo la gente del posto perché viviamo qui e siamo molto presenti, così, quando raccontiamo la storia della Linea Cadorna o della battaglia del San Martino, vengono tutti. Non abbiamo mai nascosto il nostro lavoro con questi ragazzi: tutto è avvenuto alla luce del sole. Siamo convinti che i passi per emancipare un territorio debbano essere fatti cercando di coinvolgere il paese, perché la conoscenza toglie la paura”.
Paura e mancanza di fiducia: questi i sentimenti provati anche dai cinque neo attori, che inizialmente avevano timore di esprimere le loro idee, ma poi, sulla scena, hanno recitato con tutta la vivacità della loro gioventù, che ha permesso loro di esprimersi con quella leggerezza e libertà che purtroppo non possono utilizzare per muoversi nel mondo. Questo metodo è esportabile in altre realtà? “Certamente sì, ma con delle persone che lo sappiano fare. Il teatro non può essere solo di denuncia, o servire a rimuovere il dolore pensando ad altro: deve essere un teatro che indaghi nella differenza culturale per avvicinare la gente”.
A questo proposito Paola Manfredi ha accennato alla prossima sfida del Teatro Periferico: quella di affrontare, con i ragazzi migranti, il mondo di Shakespeare attraverso la storia di Romeo e Giulietta. Il dramma di due persone che si amano e di due famiglie in conflitto insanabile, proprio come quando ci sono contrapposizioni tra culture diverse, colore diverso, religioni diverse, perché “la religione spesso conta più del colore”.
Nel nostro percorso verso la pacifica convivenza tra i popoli lasciamoci, dunque, guidare anche dall’Arte, perché, come scriveva Kandinskij, “L’arte, per molti versi, è simile a una religione. Il suo sviluppo procede per illuminazioni repentine, simili al lampo… Queste illuminazioni rischiarano di una luce abbagliante nuove prospettive, nuove verità, che, in fondo, non sono che lo sviluppo organico, la crescita organica della saggezza prima”.
(Foto © Domenico Semeraro)
© Riproduzione riservata






