(emmepi) Tavola rotonda “Fotografia: quale memoria? Come la fotografia diventa opera d’Arte. Le nuove tecniche come preserveranno il passato fotografico?” con Marco Antonetto e Settimio Benedusi (in collegamento telefonico), Beppe Bolchi, Reza Khatir, Beniamino Terraneo e Gianluca Vaiarelli; moderatrice la giornalista e produttrice della RSI Daniela Fornaciarini.
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Maccagno con Pino e Veddasca: “Phototrace 2016” tra fotografia, memoria e arte. L’intervento conclusivo è stato affidato al professor Fabio Minazzi, Ordinario di Filosofia teoretica presso la Facoltà di Scienze Naturali dell’Università degli Studi dell’Insubria, Presidente del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, direttore scientifico del Centro Internazionale Insubrico “C. Cattaneo” e “G. Preti”, direttore della rivista di filosofia e cultura «Il Protagora» e membro titolare dell’Académie Internationale de Philosophie des Sciences, il quale ha esordito citando il celebre aforisma di Luciano De Crescenzo: “La filosofia è quella cosa che con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”.
Poi, partendo dall’archivio della poetessa Antonia Pozzi, donato dalle Suore del Preziosissimo Sangue al Centro Internazionale Insubrico “Carlo Cattaneo” e “Giulio Preti” e all’Università degli Studi dell’Insubria, il professor Minazzi ha approfondito il concetto di memoria e di lotta per la sua conservazione.
“All’Università dell’Insubria abbiamo fondato un centro che raccoglie archivi, ma uno in particolare riguarda la fotografia, perché due anni fa le Preziosine (Congregazione Suore del Preziosissimo Sangue) ci hanno donato l’archivio della poetessa Antonia Pozzi, morta suicida nel 1936. Io la conoscevo come poetessa, invece abbiamo scoperto che all’interno di questo archivio c’era un fondo straordinario di fotografie. Antonia era dunque, oltre che una grande poetessa, anche una grande fotografa e poiché io mi occupo della conservazione degli archivi, si è posto subito il problema di sapere quante foto ci fossero e come conservarlo. Ho chiamato fotografi esperti, un archivista e abbiamo capito di avere circa 5000 foto. questa ragazza straordinaria, negli anni ’30, appartenente ad una ricca famiglia milanese, inizia ad usare la macchina fotografica, ma essendo una poetessa, questa macchina diventa anche lo strumento che si lega con la sua ricerca poetica. Abbiamo album costruiti dalla Pozzi con foto, data, luogo e una breve scritta, un verso che segnala la foto: allora c’è un incrocio tra la ricerca poetica e quella artistica della foto.
Sapeva cogliere l’anima di ciò che voleva fotografare: c’è sempre un’impostazione, un’ideologia, una scelta. La foto non è la riproduzione naturale della realtà, ma è un entrare dentro, con una certa prospettiva, anche pregiudiziale. Allora cogliere anima di ciò che si fotografa è qualcosa di particolare. Ma ancora: Antonia sviluppava lei stessa le fotografie nel lavello, come hanno fatto i ragazzi della mia generazione. Quando i genitori andavano a letto, noi ci si metteva lì a sviluppare. Qui c’era la magia della chimica: si tirava fuori la foto quando si decideva che era il momento giusto. La fotografia è un processo molto complesso, perché c’è quello di avere in mano la macchina fotografica, ma anche quello di saper cogliere, perché io vedo ciò che so vedere. Questo è fondamentale, perché se io non so, non vedo. Se io chiedo ai miei studenti: che piante vedete fuori dalla finestra? In genere mi rispondono: degli alberi. Si tratta invece di un giardino straordinario, che si trova nell’ex ospedale psichiatrico, piantato negli anni trenta, il quale contiene molte piante pregiate. Non vedono ciò che hanno sotto gli occhi perché non sanno vedere. Allora, per usare la macchina fotografica, bisogna saper vedere dove puntarla e saper fare una ricerca di stampa personale, con il suo aspetto chimico e anche conoscere il procedimento con cui si stampa. Questo porta alla luce un problema che per me, archivista, è drammatico: si tratta di un problema non solo delle foto, ma dei documenti. Ho comprato il mio primo computer nel 1980 e funziona ancora, ma da allora ho comprato tutta una serie di computer e pochissimi dialogano tra id loro, così devo conservare dischetti diversi perché ogni tecnologia è chiusa in se stessa.
Ecco perché si è creato il problema della conservazione. Noi sappiamo che c’è un mezzo, che conserva molto bene: la carta. Questa ha ormai superato i 5/6 secoli e i documenti li ha conservati. Io non mi fido della soluzione informatica, benché stia trasferendo tutti gli archivi cartacei sulla dimensione tecnologica, che ha i suoi vantaggi. Infatti, dopo aver informatizzato e messo online un archivio particolarmente ricco che ci è pervenuto da una famiglia storica di Milano, nel quale erano conservate lettere del presidente Lincoln, poco dopo ci è arrivata una richiesta dagli USA di poter utilizzare quelle lettere. Ecco: questa è la potenza di Internet. Però preferiamo la carta, perché ha un supporto che ha passato indenne alcuni secoli. Ma c’è carta e carta, c’è il bilancino, per stabilirne la grammatura. La carta degli annali pubblicati agli inizi del ‘900, si autodistrugge, benché siano passati solo 70 anni. La carta del ‘500, fino a quella dell’800, è una carta bellissima.
Allora che cos’è la memoria? La memoria è lotta. Non è sufficiente sapere ciò che si vuol vedere… E saper vedere è il punto fondamentale. Ci vuole anche una lotta per la memoria, perché vanno a morire le biblioteche. Quando sono arrivato all’Insubria, ho portato le mie pubblicazioni in omaggio perché fossero conservate nella biblioteca dell’Università. Mi è stato risposto che non dovevo pensare di liberare casa mia per venire ad impestare la biblioteca dell’Università. Perché regalando libri si impesta una biblioteca?. Perché ora le biblioteche sono tutte online, così come moltissime riviste. Come ragiona il Ministero? Prendendo spunto da una ricerca scientifica di base, si ritiene che una pubblicazione sia come lo yogurt, che dopo la scadenza diventa immangiabile. Così è la produzione scientifica. Per l’Italia un prodotto, dopo cinque anni, scade. Questo è terribile, perché se mi chiedo: quando è scaduto Platone? Già si capisce che questa scadenza di cinque anni non ha senso. Prendiamo l’ambito scientifico: nel 1905 Einstein pubblica la sua famosa teoria della relatività, una delle più potenti teorie che la storia del pensiero occidentale abbia mai prodotto. Di che cosa è ricca quella teoria? Di pensiero, che è una materia impalpabile. È il pensiero, che mi permette di saper vedere; è il pensiero, che mi permette di fare una certa foto; è il pensiero, che mi permette di usare il bilancino in un certo modo: il pensiero è il cuore della cultura.
Siamo noi riusciti ad avere un pensiero migliore di quello di Einstein, nel 2016? La risposta è no. Però, per il nostro Ministero la pubblicazione di Einstein del 1905 è scaduta. Ecco, allora siamo di fronte a questo: la lotta per la memoria non è solo la conservazione del supporto cartaceo, ma è la conservazione e la difesa del ruolo del pensiero, in tutto quello che facciamo. E qui sembrerebbe un discorso enorme, perché la tecnica non è quello che in genere viene percepito. Lo dirò con le parole della tradizione letteraria italiana: tecnica è qualcosa di automatico e in quello che è automatico non c’è pensiero. Questo è uno sbaglio straordinario: se voi leggete alla voce Arte dell’Enciclopedia dei Maestri Illuministi, Diderot dà una definizione di tecnica straordinaria, che è esattamente l’opposto di quello che oggi domina. Dice: che cos’è l’oggetto tecnico, qualunque strumento tecnico? È qualcosa che non esisteva in natura ed è quindi l’intelligenza, il pensiero dell’uomo che si materializza in un oggetto. Quest’oggetto è un anello di congiunzione tra due mondi: il mondo della natura, che è retto da leggi, diceva Galileo, sorde e inesorabili, cioè leggi universali e necessarie, e il mondo della fantasia, della creatività, del pensiero. L’oggetto tecnico è questo anello di congiunzione. Noi viviamo in una società che abbiamo costruito grazie alla tecnica. Ma allora, diceva Diderot, la tecnica è cultura. Questo è il punto fondamentale: bisogna recuperare la cultura, il pensiero che è dentro nell’oggetto tecnico, avendo la capacità di dominare, noi, la tecnica, non di essere dominati. Invece la grande industria sta disegnando un meccanismo che ci espropria del pensiero che è dentro nelle prassi, per cui la difesa della fotografia all’argento, in realtà è la difesa di una prassi che è legata a un fare artistico e culturale che è legato anche alla Storia di questa tecnica.
Io penso che la memoria debba essere intesa come lotta, come impegno, come sforzo. Nel mio centro conserviamo una ventina d’archivi: uno dell’Ottocento e tutti gli altri del Novecento e circa 13 mila volumi, tutte biblioteche d’autore. Io sono un professore e quando sono andato dal mio Rettore, che è un ingegnere informatico, chiedendogli lo spazio per tutti questi materiali che erano stati donati, il rettore mi ha detto: ma perché ti devo dare spazio per conservare della carta, quando io online trovo, per esempio, l’Organon di Aristotele (i suoi scritti di Logica)? L’obiezione era reale. La mia risposta che mi è venuta lì per lì, è questa: ma perché noi abbiamo biblioteche d’autore, quindi abbiamo l’edizione dell’Organon di Aristotele coi Marginalia, cioè con gli appunti dell’eminente studioso e questo non c’è da alcuna parte, è un bene unico. Allora il rettore mi ha concesso lo spazio. Con l’informatica non abbiamo più bisogno dello spazio delle biblioteche, invece bisogna avere la capacità di difendere questi strumenti, questi oggetti tecnici, perché sono oggetti come il cucchiaio e la forchetta: sono di una tale perfezione che non sono ulteriormente perfettibili. Le scatole di Antonia Pozzi, nelle quali, da donna intelligente, aveva conservato le fotografie, sono in metallo. Anche le pellicole abbiamo ritrovato, quindi dobbiamo veramente impegnarci a lottare per questo. Quando fanno le visite di sicurezza nelle scuole, sapete qual è il locale più pericoloso? La biblioteca, perché è a rischio incendio. In una scuola pensare di eliminare la biblioteca perché è a rischio incendio, vuol dire che bisogna attrezzarsi per una nuova difesa”.
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