31 Dicembre 2015

GSG: “L’ottimismo da social network non vale più: il 2016 è l’ultima chiamata per Renzi”

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(GLI STATI GENERALI, un editoriale di Jacopo Tondelli) – Sono tante, tutte diverse tra loro, le Italie che salutano il 2015 e si affacciano all’anno che verrà. Un magma di sentimenti, percezioni, esperienze materiali e concrete difficilmente riconducibili ad unità e a sintesi, anche polifonica. Più facile, poggiando l’orecchio a terra, sentire una cacofonia dissonante: le note soavi e celestiali di chi vive di ottimismo, ha buone ragioni per (o il dovere di) esserlo, si mischiano e sovrappongono al basso continuo e sordo degli arrabbiati che hanno la pancia vuota, o il cervello in azione, o la bile in servizio permanente effettivo.

Matteo Renzi, da profilo Flickr di "Palazzo Chigi"

Matteo Renzi, da profilo Flickr di “Palazzo Chigi”

I dati nudi e crudi però esistono e dicono di un orizzonte ancora fosco, seppure non privo di elementi positivi. È vero, una lieve ripresa dell’occupazione e degli indicatori di produzione c’è, ma sarebbe irrazionale non calcolare il tasso di doping che il quantitative easing della Bce di Mario Draghi ha immesso nelle vene dell’economia europea. Un po’ meno disperata è l’auto-narrazione dell’Italia di questi tempi, rispetto a qualche anno fa, e anche questo è un dato di fatto. Ma i famosi “livelli pre-crisi” sono lontani anni luce, e se non si sentisse il peso e l’affanno del tempo che viviamo, se non ci fosse dietro ai sorrisi smaglianti il dubbio che la paura del baratro abbia una sua ragione, non ci si affannerebbe tanto per vedere corretti di uno zerovirgola i dati su una crescita che, anno su anno, resta sempre ben al di sotto del punto percentuale. Un dato ancora negativo, sempre trascurato anche se sottolineato di recente da Mario Draghi in persona in occasione del quarantennale di Prometeia a Bologna, riguarda invece il tasso di investimenti lordi, cioè dei soldi che vengono messi in attività di impresa: e hai voglia a dire “gufo” a chi se n’è accorto. In sostanza, nonostante le luminose riforme, immobilizzare capitale in impresa in Italia è ancora considerato molto poco conveniente e anche l’Istat, mentre prevede al solito un futuro in crescita, sul presente e sul passato deve registrare o cali decisi o, per l’anno che si conclude, una moderata e poco rassicurante altalena attorno allo 0. Dopo anni in cui il disinvestimento è stato invece la regola. E così, siamo un paese che finisce un anno e ne inizia uno nuovo con l’impressione di dover continuare a sopravvivere a se stesso, ognuno portatore di interessi e diritti a geometria sempre più variabile, e con la sensazione concreta che, dopo tutto, la politica non sia poi così importante, che si possa o si debba fare anche senza. Presa d’atto di una realtà che ormai si vede dominata da regole e forze sovranazionali, o rassegnazione alla sostanziale immutabilità della politica italiana dei nostri anni, che trova sempre forme nuove per non incidere sui nostri problemi strutturali profondi?

Una cosa è certa. Un ciclo si è compiuto definitivamente e alla fine di questo 2015 possiamo dirlo senza più timore di smentita: il “berlusconismo politico”, inteso come tempo in cui il carisma di Silvio Berlusconi era centrale nella manifestazione e gestione della democrazia italiana, si è irreversibilmente concluso. Non c’è spazio per ritorni, sorprese, colpi di coda. Curioso a notarsi, al netto degli addetti ai lavori a vario titolo interessati, da quando “non c’è più lui” la politica è molto meno centrale nelle vite e nei pensieri di tutti. Fino a quando nel centro della scena c’era Silvio Berlusconi, con alleati e avversari tutti reduci del Novecento, la politica sembrava indispensabile e imprescindibile, e infatti andavano a votare otto italiani su dieci perché non schierarsi di qua o di là proprio non si… (per continuare a leggere cliccare qui –>> “glistatigenerali.com”).

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