1 Luglio 2015

Legge Antimafia di Regione Lombardia, intervista a Girelli: “Un punto di partenza, bisogna partire dalle piccole cose, far rete e sensibilizzare”

Tempo medio di lettura: 12 minuti

Gian Antonio Girelli è il presidente della Commissione Antimafia di Regione Lombardia, promotore della Legge Antimafia redatta da qualche settimana. Vive a Barghe in Valle Sabbia, in provincia di Brescia, e dimostra una grande conoscenza del fenomeno mafioso sul territorio lombardo, ma allo stesso tempo una grande umiltà nell’affrontare la tematica. Non mancano alcune critiche al Parlamento italiano che a suo avviso non ha mai adottato misure adeguate per contrastare appieno la mafia in campo nazionale: i riferimenti sono, ad esempio, al gioco d’azzardo o agli ecoreati, vere e proprio macchine da soldi delle organizzazioni criminali insieme al traffico di sostanze stupefacenti e all’edilizia. Tanti gli spunti interessanti scaturiti dall’intervista sulla nuova legge Antimafia regionale che, come la definisce il consigliere Girelli, “è un punto di partenza, un primo timido passo verso la totale consapevolezza”. La Commissione Antimafia di Regione Lombardia è l’unica alla quale il governatore Maroni ha dato la presidenza ad un consigliere di minoranza.

Gian Antonio Girelli, presidente della Commissione Antimafia di Regione Lombardia

Gian Antonio Girelli, presidente della Commissione Antimafia di Regione Lombardia

Si è fatto promotore della nuova legge antimafia di Regione Lombardia. In Commissione sono stati presentati tre progetti di legge: uno M5S, uno Pd e Patto Civico e l’altro della Giunta regionale. Da dove è nata questa volontà?

Quando si è insediata la Commissione Speciale Antimafia, iniziata con questa legislatura perché prima non esisteva in Regione Lombardia un simile organo, ci siamo trovati di fronte a due difficoltà: la prima far sapere che c’eravamo, sembra una cosa scontata ma non lo è, la seconda, invece, era capire su che direzione muoverci. Questa non è una commissione prevista da Statuto, ma fa parte di quelle che ogni consigliatura può decidere o meno di istituire. Tra le finalità che ci siamo dati la prima è stata quella di dire ‘cerchiamo di mettere a sistema una normativa regionale sul contrasto alle mafie partendo dalle due leggi esistenti’ (ndr, che riguardavano l’educazione alla legalità e alcuni interventi per le vittime di reati mafiosi, come l’usura). L’idea, però, era quella di fare ordine e di riuscire a ricondurre tutto ad un unico testo che rappresentasse un punto di partenza. Così si è manifestata una volontà politica condivisa, nonostante i gruppi abbiano lavorato a tre progetti di legge diversi. La cosa estremamente positiva è, a mio avviso, che alla fine abbiamo detto tiriamo fuori un testo unico. E’ un risultato importante nel rapporto tra Giunta e Consiglio. Un segno di grande positività. Vogliamo ora essere più efficaci e monitorare più attentamente le azioni che promuoviamo, i progetti finanziati e i beni che vengono confiscati.

Quali e quante realtà sociali sono state coinvolte per redigere la legge? 


L’impianto della legge è quello di Avviso Pubblico. Ufficialmente Regione Lombardia ha aderito ad Avviso Pubblico con una delibera di giunta. Oltretutto, in maniera inconsueta, il presidente Maroni ha delegato me a rappresentare la Regione Lombardia all’interno di Avviso Pubblico. Un consigliere di minoranza.

Oltre Avviso Pubblico avete ascoltato anche le esigenze di altre associazioni?

Parlare con Avviso Pubblico significa interfacciarsi con realtà locali, essendo un’associazione di enti. Ci siamo confrontati anche con i loro esperti giuridici per avere un quadro ed i paletti della legislazione regionale che non sono un limite di poco conto. Le nostre competenze, infatti, sono limitate e in un periodo come quello attuale, dove si stanno ridisegnando le funzioni degli organi, bisogna stare molto attenti alle impugnative del Governo ogni qualvolta ci si avvicini ad ‘invadere’ la competenza statale. Abbiamo fatto questo lavoro parlando anche con Libera, abbiamo avuto un rapporto intenso con il Comitato del Comune di Milano dal punto di vista scientifico, nonché con l’Università del dipartimento di Nando Dalla Chiesa che per noi è diventato un grande interlocutore. Anche con i suoi studenti si è creato un rapporto molto bello: le tesi più attinenti alla tematica abbiamo chiesto vengano illustrate in Commissione. Gli studenti verranno coinvolti anche per le iniziative organizzate sul territorio.

Quali le procedure atte a prevenire e contrastare l’infiltrazione della mafia 
nell’amministrazione pubblica? 


Prima di tutto quello che vogliamo fare è rivedere tutti i regolamenti anticorruzione in atto all’interno dell’ente Regione, sia in Consiglio che in Giunta. Da quest’anno ci siamo dati l’obiettivo di rivederli in base ai dettami di Avviso Pubblico, dal loro codice di valori. Insieme al rispetto della norma, cercheremo di individuare quei metodi di controllo dove si annida il superamento e non rispetto della norma. Dovranno essere riscritti e sarà un lavoro impegnativo. Abbiamo ripensato al ruolo di alcuni organismi, penso soprattutto al Comitato per la Trasparenza dei Pubblici Appalti.

Quali funzioni avrà questo Comitato?

In primis, non è banale aver previsto una duplice indicazione dei componenti: non solo la Giunta, ma anche il Consiglio, andranno a nominare i membri del Comitato. Questo significa avere più controllo e maggior accesso a tutti gli atti di quel Comitato. Ci piacerebbe lavorare un po’ di più per dare maggiori indicazioni. Uno dei punti deboli emersi è che noi facciamo la fotografia delle situazioni, ma poi non abbiamo la possibilità di incidere. Vogliamo fare un monitoraggio in grado di cercare ed avere spiegazioni in ogni settore interessato. In qualsiasi situazione di anomalia vogliamo andare a capire cosa succede.

Quindi sarà un Comitato che si pone “simbolicamente” come mediatore tra la magistratura e l’applicazione della norma…

Esatto, credo possa mettere nelle condizioni di conoscere maggiormente il fenomeno, un passaggio di competenza. Per noi è stato una conquista, dare al consiglio un ruolo non indifferente in questo senso. Un conto audire un organismo, bontà sua che viene, un conto significa dire ‘tu sei emanazione del Consiglio’. Il Comitato cercherà di monitorare ogni singolo ambito.

State lavorando ad altro in questo momento?

Stiamo programmando, insieme ad Avviso Pubblico, ad alcuni corsi di formazione per amministratori e funzionari pubblici. In Lombardia sono già stati attivati dei corsi, ma mai la Regione si è fatta promotrice di iniziative di questo tipo. Secondo me, invece, il nostro ruolo deve proprio essere quello di traino, non da regia, ed avere uno sguardo di insieme. Sarebbe interessante attivare dei corsi per ogni provincia che serva da stimolo per altri, magari per iniziare a creare sinergie. Come esempio stiamo prendendo la Regione Veneto che insieme ad Avviso Pubblico ha fatto un lavoro straordinario sulla qualità di questi corsi, con ottimi docenti. L’obiettivo sarebbe quello di formare gli assessori, i sindaci, i funzionari, indicando loro le cose alle quali devono stare attenti nel loro territorio, sulle sale giochi, sull’edilizia. Cercare di capire chi sta dietro a queste attività.

Questo potrebbe essere uno strumento molto efficace laddove si trovino delle personalità politiche che abbiano a cuore la sensibilizzazione alla legalità. Non crede, però, sia un limite della politica creare dei corsi ad hoc per la prevenzione, ma allo stesso tempo non riuscire a far capire a taluni esponenti politici di non interfacciarsi con imprenditori in odore di malaffare?

La nostra idea è quella di impostare il discorso sul secondo livello al quale stai facendo riferimento. Questi corsi io credo siano indispensabili perché comunque creano rapporti fra amministratori. Anche in questo caso avere scambio di esperienze ed opinioni sul da farsi aiuta molto a far crescere la propria sensibilità e voglia di reazione. C’è un altro aspetto, poi, che riguarda la politica in senso stretto. Noi con questa legge stiamo lavorando ad prospettiva futura. Sullo sfondo c’è questa sfida: una maggior sensibilità della politica in quanto tale, nel contrasto alla mafia, e poi ciascuno deve farlo all’interno del proprio partito.

Gian Antonio Girelli, presidente della Commissione Antimafia di Regione Lombardia

Gian Antonio Girelli, presidente della Commissione Antimafia di Regione Lombardia

Ci sarebbe da risolvere anche il problema legato al senso civico ed ai comportamenti mafiosi, con riferimento a favoritismi di qualsiasi genere, sul sociale ed in politica. Amministratori che in pubblico parlano in un modo e negli uffici in un altro ad esempio. Cosa pensa di questi comportamenti? 

In queste circostante credo sia necessario lavorare molto sulla consapevolezza, che è la nostra prima parte di questa legge. In molti casi, infatti, non c’è l’approccio corretto. Se io amministro una realtà, dove comunque devo mettere in conto che dalla mia porta di amministratore possa entrare della gente che ha a che fare con questi mondi, devo avere le antenne in piedi. Devo stare attento. Ad esempio non accettare inviti a cena da sconosciuti, per non incorrere in brutte situazioni. Personalmente ho imparato a fare una grande selezione delle persone che mi chiedono di partecipare alle riunioni della Commissione. Tutto questo discorso vale anche per gli amministratori: molte volte sono state fatte letture superficiali o forzature, come in un periodo di crisi finanziaria come questo con comuni alla canna del gas. Credo che bisogna sempre chiedersi come amministratore: “ma io, cosa sto dando in cambio e quanto ho abbassato il livello del controllo e della difesa, in ‘virtù’ del mio interesse personale?”.

A livello nazionale, invece, sul contrasto alla mafia come si potrebbe intervenire?

Stiamo ragionando su livello nazionale anche grazie al rapporto della Commissione Nazionale Antimafia nel creare una rete tra le varie regioni. Quando abbiamo avuto un confronto con altre realtà è stato sempre molto proficuo. Sono cinque in Italia le Regioni che hanno una Commissione Antimafia: Campania, Sicilia, Calabria, Umbria e noi. L’obiettivo è quello di riuscire a fare in modo che all’interno delle funzioni regionali ci sia anche questo e che ci si riesca a dare delle regole comuni dove le Commissioni regionali abbiano compiti precisi. Io dalla Campania ho cercato di imparare più che ho potuto ed ho avuto la fortuna di conoscere, prima che diventasse Procuratore Nazionale Antimafia, il dottor Franco Roberti. Sono tanti gli spunti che è riuscito a darmi su come muovermi in Lombardia, anche parlando degli errori fatti altrove. Laddove c’è più mafia, credo ci sia anche la miglior “antimafia”, perché trovi anche delle esperienze diverse.

Ma secondo lei c’è la reale volontà di contrastare il fenomeno mafioso oggi all’interno del Parlamento italiano?

Secondo me presi singolarmente molti parlamentari dicono di sì e magari si arrabbiano anche. In realtà, invece, c’è un’ignoranza di fondo, una non conoscenza del fenomeno mafioso e molte volte vengono condizionati da altri. In alcuni passaggi, in alcuni atti legislativi si nota come questa volontà non si sia mai concretizzata. Il contrasto del gioco d’azzardo è una delle maggiori fonti di riciclo. Lo sappiamo tutti. Cosa sono queste timidezze? Quando abbiamo fatto la legge Antimafia di Regione Lombardia ho fatto un periodo a cercare di capire come funzionavano le sale giochi, entrandoci personalmente. L’ho fatto perché solo così avrei percepito in modo migliore quello a cui faccio riferimento. Allora io credo che non ci sia bisogna di discutere. Garantisti di cosa? I posti più tranquilli al mondo dove si gioca sono i casinò. Peccato che rappresentano il 6% del mercato del gioco d’azzardo in Italia, lo dico come provocazione. Ma per il resto? Abbiamo una fiscalità che li premia, mediamente il 10%. I nostri introiti sono destinati a finanziare gli enti pubblici e le famiglie che scelgono di spenderli per curare gli ammalati del gioco patologico, alimentiamo l’usura ed il riciclaggio. E noi dobbiamo ancora preoccuparci di questo? Non c’è stato un governo a farlo. Un altro grande problema è quello degli ecoreati, nonostante sia stato fatto qualcosa c’è ancora molto da fare. Il reato ambientale, legato all’attività mafiosa, va rafforzato. La mafia fa affari sempre di più sui rifiuti e se non ci concentriamo su questo la magistratura e le forze dell’ordine lavorano con delle armi spuntate. Poi è necessario affrontare la corruzione allo stesso modo in cui si affronta la mafia. Vogliamo dire che ai corrotti confischiamo i beni come ai mafiosi? Queste per me sarebbero assunzioni di responsabilità. Se fosse applicata la metà della forza per la lotta al terrorismo a quella alla mafia non dico che avremmo estirpato la mafia nel nostro paese, ma sarebbe già un gran passo per debellarla.

Il problema, però, ormai, non è solo italiano ma riguarda anche tutto l’Europa ed incide anche a livello mondiale…

Noi stiamo provando ad organizzare degli incontri per sensibilizzare e porre l’attenzione su questo. Attualmente in Parlamento Europeo si fa ancora fatica a parlare di mafia. Ad esempio, una manifestazione internazionale come EXPO ha rappresentato un punto di caduta bestiale. Incontrando chi aveva gestito le Olimpiadi invernali di Torino ci era stato detto che avevano avuto un’infiltrazione mafiosa del 7-8% dell’ammontare dei lavori. Sulla carta ci è sempre stato detto che il loro era il rapporto miglior al mondo per evitare infiltrazioni. Anche quello di Expo lo era…

Si, in teoria… ed in pratica?

Sarebbe stato opportuno fare i conti con tutta quella serie di normative, sugli appalti ad esempio, che diventano un Dedalo di norme che permette una penetrabilità incredibile: gestione di subappalti, cessione dei rami di azienda delle ditte subappaltatrici, indotte o obbligate, i fornitori. Ci sono molto situazioni particolari, come i metodi di controllo.

Su Expo, però, in fin dei conti, nonostante le indagini in corso, tutto è stato fatto nei tempi per l’inaugurazione. E’ stato sufficiente, secondo lei, il lavoro di Cantone?

Expo credo abbia dimostrato una capacità di reazione. Il metodo Cantone non è sbagliatissimo nel momento in cui si fa di necessità virtù. Lui è dovuto intervenire, non poteva bloccare i lavori, però ha commissariato le attività, ha congelato gli utili per dei lavori che non andranno mai nelle casse di quelle aziende. Di fatto è stato estromesso chi aveva legami ambigui.

A me sembra che la volontà di contrastare la mafia ci sia, ma che non si voglia mai arrivare fino in fondo…

Cantone su Expo ha affrontato un’emergenza in cui tutti gli hanno dato piena libertà, di fare tutto ciò che riteneva necessario. Quello che aggiungo io, però, è se ci rendiamo conto di cosa stiamo parlando rispetto a tutte le opere pubbliche in costruzione in Italia? Allora vogliamo fare una riflessione su Expo e farla diventare un caso? Capire cosa non funziona, cosa bisogna fare, estenderlo a tutto il resto?

Questa sarebbe uno dei tanti strumenti dai quali partire. Ma, ad esempio, non riferendosi a grandi opere a me viene in mente l’Operazione Crimine-Infinito con i duecento arresti del 2010 contro la ‘ndrangheta. Oltre le grandi opere sono stati numerosi i Comuni interessati da infiltrazioni mafiosi, sia per reati gravi che minori. Il problema è enorme…

Beh sicuramente… Sedriano ad esempio è scoppiato sulle decisioni del verde pubblico, non sulle grandi opere…

E non sarebbe anche utile partire dalle piccole cose, che sommate una ad una diventano una vastità criminale di dimensioni spropositate?

Senza ombra di dubbio. Infatti in questi anni ho capito che proprio le piccole opere servono per mettere la propria “bandierina”, nel dire io ho un ruolo ed un potere, dimostrando che ci sono in tale Comune. Poi attorno quella piccola cosa pubblico io, mafioso, costruisco tutto un condizionamento di altra natura. Noi continuiamo a scandalizzarci sulle grandi opere, sui grandi appalti per le opere pubbliche, ma nel privato cosa sta accadendo? Un direttore di banca che viene arrestato perché un tizio va a chiedere un finanziamento per la propria azienda in un momento di crisi ed il direttore che dice? “No guarda io non riesco a dartelo il prestito però ho un amico che ti riesce ad aiutare”. E’ un attimo… Oppure dovere affrontare il tema dei beni confiscati con le ipoteche. Credo che ci sia da lavorare molto, ma la nostra legge è solo un primo passo per il contrasto alla mafia.

Le legge sui beni confiscati alla mafia, invece, sta dando i suoi frutti in Lombardia?

Il lavoro che stiamo cercando di fare sui beni confiscati alla mafia per avere un riferimento regionale è l’Agenzia, che non è stata una brutta invenzione, però non funziona. Una consigliera insisteva per creare un gruppo di esperti… alla fine abbiamo dovuto dirle ‘guarda che nel tuo gruppo di esperti c’è una persona alla quale nel proprio curriculum gli è stata tolta la gestione dei beni confiscati ai mafiosi perché gli permetteva di utilizzarli’. Quello che mi domando io è: ma con chi si è rapportata? Con chi? Oppure un signore è andato da lei, ha bussato dicendole ‘sono esperto, posso darti una mano per quello che stai facendo’…

Sono tante le problematiche che sta segnalando e le mancanze della politica. Tornando alla legge, crede vi siano punti deboli all’interno?

Alcuni sono buoni propositi perché quando si parla di formazione se poi non riusciamo ad essere capillari e precisi nel farlo è inutile. Se parliamo di beni confiscati, ad esempio, se non riusciamo a chiudere il protocollo con l’Agenzia nazionale ed essere operativi mancheremmo di concretezza. C’è il tema delle attività imprenditoriali confiscate che è tutto da declinare: questa è una grande sfida. L’attività viene chiusa, ma quella storica, dove c’è stata la penetrazione mafiosa? Non possiamo permetterci che l’unico risultato sia la perdita di posti di lavoro. Quei cento operai non c’entrano nulla. L’unica cosa che dimostreremmo in questo caso è che dove la mafia teneva aperta l’attività lo Stato la fa chiudere, quindi è una sfida enorme da questo punto di vista. Il tema del sostegno alle vittime di mafia, inoltre, dove sono previsti dei percorsi non solo economici, ma anche psicologici, di sostegno alle vittime ed alle famiglie. Non siamo riusciti a toccare il tema dei testimoni, però, e devo dirti che ne abbiamo parlando a lungo con Dalla Chiesa: il problema è la competenza regionale e la complicazione giuridica della forma del collaboratore e del testimone. Sarà uno dei punti fondamentali da affrontare in futuro. Rischiavamo solo di farci impugnare la legge e di non essere efficaci. La Legge Antimafia alla quale abbiamo lavorato è un primo timido passo, ma è un punto di consapevolezza. Su questa legge, però, sembra esserci piena condivisione: Maroni si è convinto e si è impegnato a fissare un appuntamento con il rettore l’Università di Milano, per un lavoro da commissionare all’Università: la stesura di un rapporto sulla presenza mafiosa in Lombardia, uno storico con una mappatura, per poi tenerlo anche aggiornato.

Politicamente, la legge è un buon punto di partenza, ma il problema è che in Italia rincorriamo sempre. Con tutte queste problematiche e reati legati alla pubblica amministrazione, in che modo la politica, a tutti i livelli, riuscirà a rendersi credibile agli occhi dei cittadini onesti nella lotta alla mafia? Uno scandalo eclatante, infatti, cancella quanto di buono, ogni tanto, la politica fa contro la mafia…

Questo è lo sconto che si paga, quello che ti fa cadere un po’ le braccia, perché tu incontri l’ingegner Paris poi te lo arrestano, incontri l’ingegner Rognoni e poi te lo arrestano. In Commissione sono venuti anche loro a raccontarci la loro esperienza. L’unica risposta che mi sento di dare e che conosco è quella di insistere. Sono convinto che la stragrande maggioranza di chi è nella pubblica amministrazione e fa politica fanno parte delle persone oneste. Hanno, però, un terribile difetto: non si sono mai resi conti di dover affrontare un tema di questo genere. Se ha tenuto tutto il sistema Italia negli anni Novanta, soprattutto sul tema della corruzione, quando io iniziavo a fare politica, lo si deve ai tanti amministratori onesti che non avevano a che fare su quello che stava accadendo nei piani alti della politica. Sono convinto di questo. Il problema è che non c’è stato ancora una presa di consapevolezza ad attivare una serie di azioni che impedisca il ripetersi di quel risultato che venticinque anni dopo ci fa trovare in una situazione peggiore. Accanto a questi che continuano a fare i loro interessi, infatti, c’è anche una crisi economica che allora non c’era. Se la gente ha problemi in casa la situazione si esaspera ancora di più. La reazione però deve essere quella di dotarci degli strumenti, di lavorare molto sulla sensibilizzazione, la conoscenza, la formazione, far rete tra persone oneste e cercare di dare risposte. A me ogni tanto viene da ridere quando mi dicono dobbiamo andare nelle scuole a sensibilizzare i giovani. Dobbiamo andare noi nelle scuole e nelle università per farci sensibilizzare, è una cosa diversa.

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