23 Settembre 2014

Mafia, blitz contro il mandamento Corleone: affari, criminalità e politica. Tutto all’ombra di Totò Riina

La mafia come si è sempre vista: regole, appalti e rapporti con la politica. Poi pizzo, intimidazioni e clima di paura che ha serrato le bocche di diversi commercianti taglieggiati. I Carabinieri della compagnia di Corleone e del gruppo di Monreale hanno condotto, alle prime luci dell’alba, un’operazione antimafia tra Corleone e Palazzo Adriano, finalizzata all’esecuzione di 5 ordinanze di custodia cautelare con l’accusa di associazione mafiosa. Al blitz hanno partecipato anche unità cinofile e un elicottero. L’indagine che ha portato all’operazione è stata avviata nel 2012 dalla Dda di Palermo e ha fatto luce sugli assetti mafiosi del mandamento di Corleone.

(comunicationline.com)

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L’ombra e il “mito” del superboss Totò Riina dal 41 bis continua a incutere soggezione e a essere quasi una sorta di fonte di ispirazione per le vecchie/nuove leve. Accade del resto in quella che è stata la capitale di mafiopoli, Corleone e i suoi dintorni, dove è scattato il blitz dei carabinieri che ha prodotto 5 fermi, azzerato i vertici, disegnato gli assetti che si erano consolidati e fatto emergere contatti con esponenti politici, locali e regionali. Inoltre, per attirare l’attenzione degli imprenditori, gli affiliati rubavano e danneggiavano i loro cantieri.

Operavano e gestivano tutti gli affari: imponevano agli imprenditori le loro condizioni con roghi, minacce, furti e danneggiamenti. Spiegano gli inquirenti che l’associazione ha continuato a mantenere saldamente in mano il dominio sul territorio, attraverso la pressante azione estorsiva nei confronti di imprenditori e il controllo degli appalti pubblici. Un classico la tassa da pagare al clan del 3% sull’importo complessivo del lavoro da eseguire. In altri casi, gli associati, oltre a richiedere il pagamento della somma di denaro, hanno imposto agli imprenditori anche l’utilizzo di manodopera e l’acquisto di materie prime presso le aziende indicate. Per convincere le imprese venivano applicati anche qui le tecniche tradizionali: avvertimenti, roghi, bottiglie incendiarie, furti e danneggiamenti all’interno dei cantieri.

Arrestato anche il capomafia “fedelissimo” a Totò Riina, Antonino Di Marco. Tra i fermati nell’operazione “Grande passo” è Antonino Di Marco, 58 anni, un fedelissimo di Totò Riina, capace di tessere la sua rete tra vicende elettorali, pizzo e opere pubbliche, a Corleone come a Palazzo Adriano il cui capomafia, Paolo Masaracchia, risulta tra gli arrestati. Dipendente comunale, custode insospettabile del campo sportivo dove si decidevano strategie della “famiglia”, Di Marco, fratello dell’autista di Ninetta Bagarella, moglie di Riina, aveva un’autorità riconosciuta, alimentati dai contatti con alcuni congiunti del capo dei capi. Il blitz ha permesso di ricostruire l’intero assetto della famiglia mafiosa di Palazzo Adriano e il suo completo inserimento all’interno del mandamento mafioso di Corleone. La cassa era comune, gestita direttamente dal capomafia e utilizzata per finanziare le diverse azioni criminali, nonché le piccole spese degli affiliati. Anche questo, un classico.

Sono stati ricostruiti sei casi di estorsione e due tentate estorsioni, ai danni di ditte impegnate prevalentemente nella costruzione e rifacimento di tratti stradali nel comune di Palazzo Adriano. Singolare un caso in cui l’imprenditore, originario di Palazzo Adriano, ricerca protezione presso la locale famiglia mafiosa per avviare un’attività commerciale al di fuori di quel comune, contando sui buoni uffici degli affiliati nei confronti della famiglia mafiosa competente per territorio. L’imprenditore è stato costretto a pagare due volte il pizzo: alla famiglia mafiosa competente sul luogo dei lavori e a esponenti di Palazzo Adriano quale rimborso per l’intermediazione.

Inoltre, in tempi di crisi, Cosa nostra fa “sconti” sul pagamento del pizzo. “In una circostanza, quasi a dimostrare una benevolenza dell’associazione per la difficile situazione economica della vittima, la percentuale è stata ridotta dal 3 all’1%”, spiegano gli inquirenti. Insomma, “il potere mafioso è ancora molto forte, soprattutto nelle periferie, dove c’è una capacità di mettere in moto la macchina del consenso elettorale”. Così il Procuratore di Palermo, Leonardo Agueci, che ha sottolineato anche come un deputato regionale dell’Udc all’Ars, Nino Dina, “è stato eletto con il contributo di Cosa nostra”. Su questo episodio le indagini continuano. “Tutto questo dà l’idea del potere di Cosa nostra – dice Agueci – i boss hanno dimostrato di indirizzare i consensi verso esponenti politici”.

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