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20 Luglio 2014

Lavoro, si prospetta un 2014 peggiore per la disoccupazione. Rischi per quasi 140 mila posti

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I sei anni di crisi, dal 2008 al 2013, sono costati al Paese circa 900 mila posti di lavoro di cui 490mila, il 58,9%, nel Sud, solo lo scorso anno. E nel 2014 non andrà meglio: sono a rischio quasi 140 mila posti (per la precisione 136.616 unità), 13.486 in più rispetto alle previsioni del 2013 mentre i livelli produttivi sono quasi fermi. E’ quanto emerge dal XI rapporto Industria della Cisl.

(malarupta.com)

(malarupta.com)

Il rapporto Industria della Cisl. Dal 2008 al 2013 si sono persi in Italia ben 900 mila posti di lavoro, di cui mezzo milione solo in Italia meridionale lo scorso anno. Per il 2014 le previsioni però sono altrettanto negative: si parla di quasi 140 mila posti di lavoro che andranno a perdersi, in aumento sul 2013. Stando a questi dati, di conseguenza sono in costante aumento anche l’utilizzo di ammortizzatori sociali cresciuti, fra il 2010 ed il 2013, del 66,5% e pari a 2milioni 186mila358 interventi di sostegno nel solo 2013.

Gli ammortizzatori sociale e la cassa integrazione. A registrare l’impennata maggiore i lavoratori in mobilità con il +81,8%, un mini esercito di 217.597 persone solo nello scorso anno. Aspi e mini Aspi, entrati in funzione nel 2013, hanno assorbito quasi interamente i vecchi trattamenti di disoccupazione e sono stati di gran lunga gli interventi dominanti:1.330.828 quelli per Aspi e 479.199 per mini Aspi. Livelli record anche per la Cig che nel 2013 ha superato il miliardo di ore autorizzate, coinvolgendo almeno 300.000 persone in base al “tiraggio” effettivo. E a dare il polso della situazione in cui versano le imprese soprattutto il fatto che ormai, spiega ancora la Cisl, la cig straordinaria e la cassa in deroga, indicative di crisi lunghe e ristrutturazioni aziendali, coprono ormai circa il 70% delle ore erogate. In un panorama di costante riduzione del lavoro, inoltre, stima ancora la Cisl, a crescere solo quello a tempo parziale, +10% nel 2012 e +2,8% nel 2013, “ampiamente utilizzate per evitare i licenziamenti”.

Il lavoro indipendente, poi, è diminuito più di quello dipendente; il -2,5% contro il -2%, “segno di falcidia e di difficoltà per i piccoli imprenditori”. A farne le spese sopratutto l’industria manifatturiera del Mezzogiorno con -7,5% e il settore delle costruzioni con -5,6%.

L’uscita dal tunnel è lontana. Quadro in nero anche per quanto riguarda l’economia. Nel 2013 il Pil è in calo dell’1,9% mentre nei primi mesi di quest’anno i dati sulla produzione industriale hanno deluso le aspettative, seppur modeste di crescita. Ciò dopo sei anni di crisi che hanno provocato una caduta drammatica dell’attività produttiva: rispetto alla fase più alta del ciclo precedente (2007-2008), la produzione industriale si è contratta di un quarto, la capacità produttiva intorno al 15%, i consumi delle famiglie di circa l’8%, gli investimenti del 26%.

La crisi ha colpito soprattutto l’industria manifatturiera e le costruzioni, che hanno subito complessivamente (2008-2013) circa l’89% della diminuzione totale degli occupati, rispettivamente con 482 mila e 396 mila occupati in meno. Nei settori industriali c’è un mix di ripresa e recessione. Se infatti recuperano terreno la metallurgia, i mezzi di trasporto, gli articoli in gomma e plastica, i prodotti chimici, quelli farmaceutici, i prodotti tessili, e gli alimentari ne perdono consistentemente invece il settore energetico, la produzione di apparecchi elettrici, quelli petroliferi, il settore macchinari e tutto il comparto computer, prodotti elettronica.

Le differenze tra Nord e Sud Italia. Forte anche il gap territoriale, dove il Sud perde il 4% di Pil nel 2013 contro lo 0,6% del Nord. Giù anche i consumi interni 2014, -2,2%, che certificano l’ansia e l’incertezza delle famiglie, e gli investimenti del 4,7%, sempre meno dell’anno precedente ma ancora a livelli pesanti.

L’arma vincente dell’Italia, le esportazioni. Unica ‘exit strategy’ per l’Italia, l’export, che risulta una carta “vincente” per il Paese, anche se tra il 2011 ed il 2013 sono state appena 1/5 (il 18%), le aziende che hanno aumentato il proprio fatturato sia in Italia che all’estero mentre quelle “perdenti”, le imprese in ripiegamento, sono raddoppiate; il 35% hanno registrato un fatturato in calo sia in Italia che all’estero. (ADNKRONOS)

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