Ti senti sfiorare il fianco e pensi che sia un semplice fastidio. Accade una, due, tre volte. Noti la giacca tra te e il ragazzo che hai accanto, uno sconosciuto. E la mano che cerca di raggiungerti. All’inizio pensi sia solo una tua sensazione, ma tutto intorno a te cambia. Il film sul grande schermo diventa il sottofondo, ti fai più piccola e rigida.
Il tempo si dilata in un senso di disorientamento. Poi la sua bottiglietta d’acqua ti finisce sui piedi, il suo sguardo che insiste ti spinge ad alzarti e andare in bagno. Un momento per capire se andare via o cambiare posto. Mentre ti lavi le mani percepisci di nuovo uno sguardo addosso, proprio sulle spalle. E quando ti giri te lo ritrovi lì, lo sconosciuto, a osservarti dietro la porta. Il corpo si muove in un istante, e senza neanche guardare la strada sei fuori dal cinema. E tutto ti risulta sbagliato. Strano. Inconcepibile.
«Mi sento pazza, com’è possibile? Sono sempre andata al cinema da sola, non mi sono mai sentita così a disagio. Sono uscita prima che il film terminasse», così C. racconta alle amiche appena rientrata a Cantello. «No, non l’ho detto a nessun’altro, non lo so perché. Non so cosa dire».
Immagina il tuo posto preferito, proprio quello che ti fa tornare il buon umore. Ora pensa a un blocco, a qualcosa che ti impedisce di tornare. Pensa alla conseguenza di una scelta non tua.
Ora siamo attorno a un tavolo, qui un gruppo di colleghi si ferma a bere qualcosa. Un gruppo di sette o otto persone, si chiacchiera, si scherza. T. è accanto al suo responsabile. All’improvviso, lei sente una mano sul fianco. Subito dopo, sul sedere.
«Mi sono un attimo paralizzata, non sapevo cosa fare», racconta T.. Il tavolo è alto e nasconde il gesto agli altri. Nessuno pare accorgersi di quello che è successo. T. si sposta, cerca di non dare nell’occhio, poi dice all’amica che è arrivata l’ora di andare. Il responsabile insiste perché resti. Si offre di accompagnarla a casa. T. rifiuta e torna con l’amica.
«Se dovessi descrivere quello che ho sentito in quel momento è stato delusione, delusione totale, forse anche prima del disgusto». È stata sorpresa, disgustata, ferita dall’inaspettatezza del gesto e dal crollo dell’immagine che aveva di lui. «Era una persona di cui avevo una certa considerazione, che comunque stimavo, che avevo come punto di riferimento».
Il giorno successivo, racconta, non riusciva quasi più a guardarlo. Non ne ha parlato con lui. L’episodio è rimasto lì, fermo e sospeso. Nessuna spiegazione o scusa. E a distanza di tempo, T. torna soprattutto su un dettaglio: l’imbarazzo che ha provato lei.
«Mi dispiace che, pensandoci razionalmente e col senno di poi, quella che si è sentita in imbarazzo e a disagio sia stata io. In quel momento, anche cercando di non farlo notare, di sminuire la cosa, di sdrammatizzarla». E aggiunge: «L’unico che dovrebbe sentirsi imbarazzato, o quantomeno chiedermi scusa il giorno dopo, era assolutamente lui».
Ora siamo in una grande città, fuori Varese, e V. ha quindici o sedici anni. È una delle prime volte in cui esce con le amiche senza adulti. Si trova nel camerino di un negozio di abbigliamento. Si toglie i jeans per provare dei nuovi pantaloni quando un uomo con il cappuccio entra. «Mi ha sbattuto contro lo specchio e mi ha toccato il fondo schiena, e mi ha sfiorato anche l’intimità».
V. ricorda di essersi irrigidita, di aver reagito spingendo l’uomo come poteva. Lui è più grande, riesce ad allontanarsi e scappa. Quando esce dal camerino, è disorientata. Cerca aiuto nel posto in cui si trova, tra le persone che avrebbero potuto intervenire. «Ho parlato subito con quelle del negozio, non hanno fatto assolutamente nulla, non hanno fatto assolutamente nulla. È stata un’esperienza allucinante».
Per anni V., non ha ricordato l’accaduto. La memoria è riemersa tempo dopo, mentre era al cinema da sola a vedere The Whale. «Non so che cosa mi abbia fatto ricordare questo evento del passato, se una parola, se un’immagine, se una musica. Non lo so. So solo che io ero in quella sala del cinema al buio e mi sono ricordata».
F. ricorda un episodio della propria adolescenza, avvenuto nel paese in cui è cresciuta. Ha tra i tredici e i diciassette anni. Una sera sta tornando a casa a piedi, da sola. Un uomo alla guida di una macchina rossa rallenta accanto a lei. Le chiede se vuole un passaggio. Lei non accetta, ma lui continua a parlarle e a insistere. «Mi ha seguita per qualche minuto mentre con il finestrino abbassato continuava a parlarmi e chiedermi se volessi un passaggio».
Arrivata al portone di casa, prende in fretta le chiavi ed entra. L’uomo rimane fuori con la macchina accesa per qualche secondo. Poi se ne va. «Praticamente lui ha anche visto dove abito».
M. invece si trova in un locale di Varese. È una sera d’estate, è uscita in compagnia per bere un drink. Quando chiede al barista quali gin siano disponibili, lui la invita a entrare dietro al bancone per mostrarglieli, accompagnando l’invito con un occhiolino. Lei lo segue, ascolta le spiegazioni sulle diverse bottiglie e ne sceglie una. Tornata al tavolo, ordina e riprende la sua serata. A un certo punto, la sua accompagnatrice le fa notare che il barista la sta fissando. M. si gira e lo vede appoggiato a una sedia, mentre parla con altri clienti e guarda nella sua direzione con un sorriso che lei descrive come «compiaciuto».
Quando arriva il momento di pagare, M. consegna la carta di credito al barista perché il lettore contactless non riesce a leggerla. Lui inserisce la carta, le restituisce lo scontrino e la saluta.
Meno di un’ora dopo, le arriva un messaggio su Instagram da una persona che non conosce e che non compare tra i suoi follower. Il profilo di M. è privato. Il messaggio dice: “Ciao, come va?”, accompagnato da una emoji con l’occhiolino. È il barista.
M. si chiede come abbia fatto a trovarla. Il suo nome e cognome non sono comuni e nel locale, racconta, soltanto la persona che era con lei la conosceva. M. ritiene quindi che il barista abbia utilizzato i dati letti sulla carta di credito per rintracciarla. «Sapere che questa persona ha fatto qualcosa che non va fatto per cercare di ottenere un contatto mi ha fatto molto arrabbiare perché mi ha fatto pensare che neanche in quel contesto potevo essere tranquilla».
La rabbia e il senso di ingiustizia attraversano il tempo, insieme ai fatti. Anche quello che accade in pochi secondi lascia delle conseguenze.
«La cosa più difficile è prendere consapevolezza che quella è una violenza», spiega Raffaella Dematté, vicepresidentessa del Centro Antiviolenza EOS. «Tutto quello che ti fa cambiare una tua modalità di vita lo è».
EOS nasce nel 1998 con una missione chiara e profondamente radicata nel pensiero femminista: creare uno spazio sicuro in cui le donne vittime di violenza possano essere ascoltate senza giudizio, sostenute nel loro percorso di uscita dalla violenza e accompagnate verso l’autonomia e la ricostruzione della propria vita. La sua denominazione precisa è infatti: centro di ascolto e accompagnamento contro la violenza, le molestie sessuali e i maltrattamenti alle donne ODV.
Raffaella Dematté prosegue e fa diversi esempi che ha incontrato nel suo lavoro al Centro: cambiare strada o anche solo marciapiede, smettere di parcheggiare in un posto frequentato per anni, evitare di tornare in un luogo pubblico. Nel suo racconto compare anche il catcalling, spesso liquidato come un complimento o una manifestazione innocua di interesse. «Uno dice: “Ma è un complimento”. E no, che non è un complimento».
Il punto è riconoscere che l’effetto di un comportamento non si misura soltanto dalla sua durata o dalla presenza o meno di un contatto fisico.
Raffaella usa un’espressione efficace per descrivere questi episodi: «Micro violenza». Una forma di violenza, precisa, «subdola», difficile da intercettare, dimostrare e denunciare. Una zona in cui chi subisce può non sapere a chi rivolgersi, quale comportamento contestare o persino se abbia il diritto di considerarsi vittima di una molestia.
Il discorso mette in luce una distanza tra l’esperienza vissuta e gli strumenti che una persona percepisce di avere a disposizione. Un episodio può non arrivare alle autorità. Può non essere raccontato a nessuno. Può essere riferito soltanto a un’amica, oppure emergere dopo anni. Ma produce comunque una grande conseguenza: una trasformazione dello spazio quotidiano di una persona.
«Queste dinamiche ti creano una sensazione di spaesamento, un senso di colpa che non ha senso avere, perché non parte da noi ma parte prima di tutto da un sistema, parte da una cultura».
Silenzio, disorientamento, l’assenza di una qualsiasi motivazione.
Raffaella sottolinea anche come la normalizzazione della violenza – in cui rientra ciascuno dei comportamenti sopra descritti – può cominciare molto presto. Per questo considera importanti l’educazione, la prevenzione e il confronto sui comportamenti che vengono presentati come “scherzi” o “tentativi di approccio”.
«Un ragazzo che applica una modalità predatoria come quella per esempio avvenuta nel cinema, l’ha imparata da qualcuno», afferma, richiamando il ruolo fondamentale della famiglia, delle amicizie e dei modelli culturali.
Episodi e dinamiche vissute da C., T., V. F. e M., giovani donne con storie personali e professionali distanti, che vivono anche in luoghi diversi, sono fatti che dimostrano un radicamento profondo.
«La nostra libertà è molto limitata», osserva Raffaella.
E la responsabilità si è spostata sulle precauzioni che una donna prende nell’arco di una sola giornata. Dove parcheggiare, valutare cosa indossare, decidere il posto sui mezzi, evitare di prendere l’ascensore con uno sconosciuto, o camminare in posti isolati.
Raffaella osserva poi come i centri antiviolenza vengano spesso percepiti dall’esterno come luoghi a cui rivolgersi soltanto nelle situazioni più critiche. Nella pratica, invece, possono rappresentare anche uno spazio in cui ricostruire ciò che è accaduto, riconoscere una dinamica di “micro violenza” e capire quali possibilità di tutela esistano.
Il bilancio sociale 2025 del Centro antiviolenza EOS di Varese restituisce una dimensione più ampia del lavoro di ascolto e sostegno sul territorio. Nel corso dell’anno il centro ha preso in carico 203 donne, 138 delle quali si sono rivolte al servizio per la prima volta. Ha inoltre ricevuto 151 chiamate alla linea H24; 43 donne sono state prese in carico dopo una chiamata.
Il numero delle donne prese in carico è cresciuto del 27,7% nell’arco di cinque anni, passando da 159 a 203.
La domanda da rivolgere alle istituzioni, ai servizi e alle realtà locali che si occupano di contrasto alla violenza resta aperta: quanto di ciò che accade nei luoghi pubblici arriva davvero a essere registrato? E quanto, invece, rimane confinato nella memoria di chi lo ha vissuto?
Ad oggi servono luoghi pubblici in cui sia possibile segnalare un episodio e personale che sappia come reagire.
Paola Frascaroli, luinese che oggi è responsabile commerciale e marketing del Multisala Impero Varese (MIV), è un esempio di cosa si può fare per iniziare a contrastare questi comportamenti. La struttura accoglie mediamente quasi 1.000 persone al giorno e impiega circa 25 dipendenti, coordinati da 7 responsabili di settore. Ogni lunedì si svolge una riunione per discutere ciò che è accaduto nel fine settimana e valutare come siano state gestite le diverse situazioni.
Le maschere entrano periodicamente nelle sale anche per monitorare la clientela. Nelle aree comuni sono presenti telecamere e, nei fine settimana, la struttura si avvale di un servizio di sicurezza esterno che presidia l’atrio e gira nelle sale.
La responsabile invita gli spettatori a segnalare tempestivamente eventuali episodi, anche perché le registrazioni delle telecamere vengono conservate per un periodo limitato, circa quarantotto ore.
Chi subisce una molestia in un’attività pubblica dovrebbe poter sapere a chi rivolgersi e come segnalare ciò che è accaduto.
Paola insiste anche sulla necessità di formare il personale soprattutto sull’approccio umano e sulla gestione delle situazioni impreviste. La preparazione teorica, da sola, non sempre basta quando ci si trova davanti a una persona in difficoltà.
Nei locali, nei cinema, sui mezzi di trasporto e negli altri spazi condivisi, il personale può rappresentare un riferimento importante, soprattutto quando la persona coinvolta non sa come reagire o teme di peggiorare la situazione.
Prevenzione significa anche costruire una cultura in cui un disagio segnalato venga preso sul serio, senza pretendere che chi lo racconta debba prima dimostrare di aver reagito nel modo perfetto.
Nel confronto con Raffaella, C. racconta di aver ripreso ad andare al cinema solo accompagnata dalle amiche. «Mi sono accorta, però, che ora controllo chi si siede vicino a me o a loro. Tendo a preferire e a cercare il posto che mi permette di allontanarmi più facilmente.»
La libertà non viene sottratta solo con un divieto esplicito. Può restringersi attraverso una serie di rinunce preventive, fino a far apparire normale che una persona debba organizzare la propria giornata attorno alla possibilità di essere molestata.
Per questo non basta domandarsi se un singolo episodio sia stato abbastanza grave da meritare attenzione. Occorre chiedersi soprattutto quale effetto producono, nel loro insieme, comportamenti che vengono ripetuti, minimizzati o liquidati come innocui.
E la risposta l’abbiamo davanti agli occhi. C., T., V., F., M. non hanno avuto bisogno di pensare o riflettere a lungo prima di ricordare l’esperienza che hanno subito. La mente ha solo reso visibile a una cicatrice che è sempre con loro.
Il silenzio non indica consenso, indica disagio. La mancata reazione non è un invito a continuare. La mancata denuncia non dimostra che non sia successo.
Resta la responsabilità collettiva di interrogarsi su ognuno di questi comportamenti. La domanda non riguarda più che cosa dovrebbe fare una donna. La domanda è perché una persona si permette di invadere lo spazio altrui? Perché una persona si permette di fissarne un’altra? Perché una persona pensa di poterne toccare un’altra?
Perché un uomo si permette di farlo sempre con una donna?
Se quello che hai letto l’hai vissuto o se sei in una situazione di violenza psicologica, economica, di stalking o fisica puoi contattare EOS: 0332231271 o info@eosvarese.it.
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