Varese | 5 Settembre 2026

Export lombardo oltre 40,9 miliardi, ma la CIGS cresce e Varese vola

La Lombardia resta locomotiva dell’export italiano, ma aumentano le fragilità: solo 6 province su 12 crescono e il saldo commerciale è negativo per 1,9 miliardi

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La Lombardia continua a essere uno dei principali motori produttivi del Paese, ma il quadro che emerge all’ingresso del 2026 è tutt’altro che uniforme. La regione mantiene una forte capacità industriale, innovativa ed esportatrice, ma sotto la superficie dei dati complessivi si fanno sempre più evidenti differenze territoriali, pressioni sui costi, aspettative meno favorevoli da parte delle imprese e soprattutto un aumento del ricorso alla cassa integrazione straordinaria.

È la fotografia scattata dall’analisi della UIL Lombardia sullo stato dell’arte del sistema produttivo regionale. Un quadro che non descrive una Lombardia in recessione, ma un’economia che necessita di interventi mirati per evitare che le difficoltà di alcune filiere e territori si trasformino in problemi occupazionali e sociali.

«La Lombardia entra nel 2026 con un sistema produttivo ancora capace di crescere, innovare ed esportare – sottolinea il segretario generale UIL Lombardia Antonio Albrizio -. La tenuta dei valori medi convive però con pressioni sui costi, aspettative in peggioramento, forti differenze territoriali e, come già analizzato in un precedente report UIL, con un aumento della cassa integrazione straordinaria. La fase non è recessiva, ma richiede una politica industriale preventiva, selettiva e partecipata».

I numeri confermano il peso della Lombardia sui mercati internazionali. La regione realizza da sola il 25,2% dell’intero export italiano, con il manifatturiero che rappresenta addirittura il 97% delle esportazioni regionali.

Nel periodo analizzato, le esportazioni lombarde superano i 40,9 miliardi di euro, mantenendosi sostanzialmente stabili su base annua (0,0%), ma registrando una contrazione del 6,5% rispetto al periodo precedente.

Più consistente la riduzione delle importazioni, che si fermano a 42,8 miliardi di euro, in calo del 7,5% su base annua e del 2% su base congiunturale.

La differenza tra import ed export determina così un saldo commerciale negativo di circa 1,9 miliardi di euro.

Il dato complessivo, però, rischia di nascondere una realtà molto più articolata. A livello provinciale, infatti, la dinamica delle esportazioni presenta differenze particolarmente marcate.

Sono soltanto sei su dodici le province lombarde che registrano una crescita dell’export. La distanza tra le performance territoriali è uno degli elementi più significativi dell’analisi.

A guidare la classifica è Varese, con una crescita delle esportazioni del 23,2% su base annua. Un risultato particolarmente rilevante, che conferma la vocazione internazionale del tessuto manifatturiero varesino.

La fotografia restituisce dunque una Lombardia a più velocità: alcune aree riescono a intercettare la domanda internazionale e a beneficiare degli investimenti nell’innovazione, mentre altre subiscono maggiormente il rallentamento di determinati comparti e le difficoltà delle filiere produttive.

«La distanza tra i territori conferma inequivocabilmente che la sola media regionale non è un parametro sufficiente per orientare interventi efficaci», osserva Vittorio Sarti, segretario confederale UIL Lombardia.

Anche sul piano settoriale il quadro è fortemente polarizzato.

Tra i comparti più dinamici spiccano i mezzi di trasporto, che registrano un incremento dell’export del 12,1%, e la farmaceutica, in crescita del 9,7%.

Non tutti i settori, tuttavia, riescono a mantenere lo stesso passo. Il tessile-abbigliamento-pelli arretra del 7,9%, la chimica del 6,1% e i macchinari del 5,5%.

Una dinamica che evidenzia quanto la competitività internazionale sia sempre più legata alla capacità delle imprese di innovare, contenere i costi e inserirsi nelle filiere a maggiore valore aggiunto.

Anche la geografia dei mercati racconta una trasformazione. Le esportazioni aumentano verso la Svizzera (+21,2%) e, seppur in misura più contenuta, verso l’Unione europea (+1%). Al contrario, diminuiscono del 4,4% quelle dirette verso gli Stati Uniti.

A preoccupare maggiormente il sindacato è però il fronte occupazionale.

Nel complesso, le ore di cassa integrazione diminuiscono: la CIG totale scende del 14,4%, mentre la CIGO, legata prevalentemente a difficoltà temporanee e congiunturali, diminuisce del 26,2%.

Il dato che cambia prospettiva all’intero quadro è però quello della CIGS, la cassa integrazione straordinaria, che aumenta del 14,9%.

Si tratta di una componente particolarmente significativa perché maggiormente associata a processi di riorganizzazione aziendale, crisi strutturali e contratti di solidarietà.

«A livello settoriale si evidenzia una marcata polarizzazione delle performance – sottolinea Sarti –. Tutto questo legato all’andamento della Cassa: con la CIG totale che diminuisce del 14,4% e la CIGO del 26,2%, mentre aumenta del 14,9% la CIGS, maggiormente collegata a riorganizzazioni, crisi aziendali e contratti di solidarietà».

Il messaggio è quindi chiaro: l’aumento dell’export non significa automaticamente maggiore sicurezza per i lavoratori. Un’impresa può conquistare nuovi mercati e, contemporaneamente, trovarsi a gestire processi di ristrutturazione o ridimensionamento.

Il caso varesino è emblematico. La provincia registra il risultato migliore della Lombardia sul fronte delle esportazioni, ma anche qui non mancano elementi di preoccupazione.

«I mercati esteri premiano l’alta qualità manifatturiera e la spinta all’innovazione tecnologica che caratterizzano le imprese varesine – evidenzia Antonio Massafra, coordinatore UIL Varese -. Le pressioni sui costi energetici e delle materie prime continuano a gravare pesantemente sulle filiere dell’indotto e sui settori tradizionali».

Secondo Massafra, inoltre, il ricorso alla cassa integrazione rappresenta un campanello d’allarme: «L’incremento del ricorso alla cassa integrazione segnala che la crescita delle vendite estere non mette al riparo tutti i lavoratori».

Per la UIL, quindi, la priorità è fare in modo che la maggiore capacità di generare ricavi sui mercati internazionali si trasformi in investimenti e occupazione di qualità.

«È fondamentale che questi importanti ricavi da export vengano reinvestiti su formazione, competenze, sicurezza e lavoro stabile», conclude Massafra.

Di fronte a una Lombardia sempre più differenziata, la UIL chiede di superare una lettura esclusivamente regionale dei dati. La proposta è quella di affiancare al Patto per lo Sviluppo una vera e propria lettura industriale provinciale stabile, capace di monitorare nel tempo l’andamento delle principali filiere.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di intervenire prima che le difficoltà si trasformino in crisi occupazionali, concentrando l’attenzione su cinque direttrici: filiere strategiche, investimenti, competenze, gestione della cassa integrazione e vertenze territoriali.

«Per fare fronte a questa situazione e prevenire impatti occupazionali negativi – conclude Sarti – come UIL Lombardia proponiamo di affiancare al Patto per lo Sviluppo una lettura industriale provinciale stabile, focalizzata sul monitoraggio delle filiere prioritarie, sugli investimenti, sul rafforzamento delle competenze, sulla gestione trasparente della CIG e sulla verifica puntuale delle vertenze territoriali».

La fotografia che arriva dalla Lombardia è dunque quella di un sistema produttivo ancora forte, ma attraversato da segnali contrastanti. L’export resta una delle principali colonne dell’economia regionale, ma non basta da solo a garantire crescita diffusa e occupazione stabile. Il vero banco di prova dei prossimi mesi sarà trasformare la capacità di competere sui mercati internazionali in investimenti, innovazione e lavoro, evitando che le differenze tra province e settori si trasformino in una frattura strutturale.

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