Il libro racconta la storia dei sacerdoti cliviesi, della collaboratrice Nella Molinari e del maresciallo della Guardia di Finanza Luigi Cortile, deportato nel campo di Mauthausen-Melk, dove morì, il 9 gennaio 1945 a seguito dei gravi maltrattamenti subiti.
Sullo sfondo le comunità locali di Clivio, Arzo e Ligornetto coi rispettivi parroci, impegnati a fornire aiuto a Ebrei, perseguitati politici e renitenti alla leva dopo la costituzione della repubblica sociale italiana, per favorire la fuga in Svizzera.
Tutta questa attività umanitaria non sarebbe stata possibile senza la compiacente complicità della Guardia di Finanza ed in particolare del maresciallo Luigi Cortile che pagò il più alto prezzo per la sua collaborazione.
Animatore e figura di riferimento di questa organizzazione fu don Gilberto Pozzi, sostenuto anche dai sacerdoti delle parrocchie vicine.
CLIVIO, SPECCHIO DELL’ITALIA
Clivio era lo specchio dell’Italia, la fotografia di una società che con il protrarsi del conflitto viveva di restrizioni economiche e di stenti. La situazione peggiorò quando i tedeschi, a pochi giorni dal loro arrivo, scoprirono che proprio dal tratto di frontiera con la Svizzera c’era chi organizzava fughe ed espatri clandestini. Un fenomeno da arginare, anzi da reprimere, visto che quel territorio era da considerarsi a tutti gli effetti occupato. Per questo venne impartito l’ordine di intensificare il servizio di vigilanza nell’area compresa tra Ponte Tresa e porto Ceresio.
Il 12 settembre ‘43 il maresciallo Cortile, il collega Scopelliti e i finanzieri in servizio in quel giorno furono testimoni della fuga in Svizzera di centinaia di uomini, per l’esattezza 15 ufficiali, 642 sottufficiali e soldati unitamente ad armi, cavalli e muli del terzo reggimento «Savoia cavalleria» i quali, attraverso la strada che collegava Arcisate a Brenno, Viggiù a Clivio, raggiunsero il Canton Ticino. Quel 12 settembre non passarono solo soldati e politici, ma anche Ebrei.
L’AZIONE DELL’OSCAR
A Clivio si era costituita una cellula dell’organizzazione OSCAR. Furono decine gli Ebrei di Milano che, a rischio della vita, don Gilberto salvò dai campi di concentramento e di sterminio, nascondendoli in casa propria perché di notte potessero passare il confine svizzero attraverso i boschi.
Già da prima della nascita della cellula OSCAR, don Gilberto con l’appoggio dell’arcidiocesi di Milano, si adoperava con prudenza e riservatezza per accogliere e aiutare i perseguitati dai fascisti. In gioco non vi era solo la sua vita, ma soprattutto quella di tanta povera gente che aveva affrontato enormi sacrifici pur di giungere indenne in Val Ceresio. Tra gli esponenti di spicco della OSCAR nel libro vengono ricordati uomini coraggiosi come Teresio Olivelli e Carlo Bianchi, redattori di uno dei giornali dell’organizzazione, «Il ribelle».
Con loro don Aurelio Giussani, don Natale Motta, don Andrea Ghetti e don Enrico Bigatti tra i fondatori di OSCAR senza dimenticare don Giovanni Barbareschi, nome in codice Paolo, tra i membri della «brigata fiamme verdi». Uomini come Teresio Olivelli vennero purtroppo scoperti, catturati e imprigionati. Olivelli il 12 gennaio 1945 fu condotto nel lager di Hersbruck dove morì. Alla sua memoria fu conferita la medaglia d’oro al valor militare. Lo stesso vale per Carlo Bianchi che, tradito da un delatore e imprigionato dai fascisti nel carcere di San Vittore, fu trasferito nel campo di concentramento di Fossoli e fucilato nel poligono di tiro di Cibeno, vicino a Carpi.

IL CONTRIBUTO DEL CAPITANO FRANZOSI ALLA SALVEZZA DEI PERSEGUITATI POLITICI E DEGLI EBREI
Dell’organizzazione antifascista entrò a far parte dal settembre 1943 anche il capitano della Guardia di finanza Bernardino Franzosi, comandante della compagnia di Varese, buon conoscitore della lingua tedesca e francese. Don Pozzi dunque aveva dalla sua parte i finanzieri di Clivio e Saltrio grazie all’attività di collegamento condotta da Franzosi, in contatto con i parroci di Viggiù, Clivio e Saltrio e con don Natale Motta di Varese.

IL CAPITANO DELLA REGIA FINANZA BERNARDINO FRANZOSI
PARROCI CORAGGIOSI
Tra questi sacerdoti, oltre a don Gilberto Pozzi, bustocco, parroco di Clivio per oltre un sessantennio, vengono ricordati in modo particolare don Gioacchino Brambilla, che amministrerà la parrocchia di Viggiù per oltre 25 anni; don Giovanni Bolgeri, parroco di Saltrio per circa quarant’anni. La città di Clivio in don Gilberto Pozzi vide non solo una guida spirituale, ma anche umana. Don Gilberto, il maresciallo Cortile e la signora Nella Molinari avevano fatto una scelta di campo. Tutti gli uomini e le donne per don Gilberto facevano parte della stessa famiglia umana, senza distinzioni. Il gruppo di Clivio era dedito alla falsificazione dei documenti personali e doganali, magari per quei casi dove era più facile sostituire foto e persone.

DON GILBERTO POZZI, LO SCHINDLER DI CLIVIO
NELLA MOLINARI, UNA DONNA INTREPIDA E CORAGGIOSA
Franzosi non mancò di fornire il proprio aiuto anche alla stessa signora Nella Molinari. Nellina Marazzi Molinari viveva da sola e con una bambina in tenera età, in quanto il marito Leopoldo era rimasto a lavorare in Svizzera. Abitava in una casa colonica proprio nei pressi del posto doganale della piccola frazione di Santa Maria. Complici la sorella Rachele che viveva a Ligornetto e un graduato dell’esercito svizzero, Gastone Luvini, Nella si prodigò anche nell’assicurare il servizio di corrispondenza da e per l’Italia con le famiglie di Ebrei rifugiate in Svizzera.
Nell’autunno del 1943 la Confederazione Elvetica dovette irrigidire la propria legislazione e inasprire i controlli lungo la rete di confine applicando più drasticamente le restrizioni in materia di ingresso. A quel punto iniziò il fenomeno dei respingimenti oltre confine le cui vittime principali furono gli stessi Ebrei che dovettero tornare indietro in Italia, consapevoli delle inevitabili conseguenze che da ciò scaturivano.

ANCHE LA FAMIGLIA DI LILIANA SEGRE TRA I RICHIEDENTI ASILO ALLA SVIZZERA
Nei pressi di Arzo, l’otto dicembre 1943, proprio a seguito dei respingimenti da parte delle autorità svizzere, era stata costretta a rientrare in Italia anche la famiglia Segre, alla quale apparteneva l’attuale senatrice Liliana. Certo è che la cellula OSCAR cliviese non poteva fermarsi. La macchina degli aiuti continuò inarrestabile, seppure con maggiore prudenza e don Gilberto rimase alla guida più convinto che mai, assieme al maresciallo Cortile e alla signora Nellina. Il gruppo di Clivio dovette combattere contro tutti: fascisti, nazisti, delatori, spie, informatori e odiosi trafficanti di essere umani.
IL CALVARIO DEL MARESCIALLO CORTILE
Il maresciallo Cortile non faceva segreto dei propri sentimenti antifascisti e questo lo faceva ben volere dai cittadini di Clivio che, come altre persone del comprensorio, avevano chiaramente preso le distanze da Mussolini e dai suoi militi. Cortile, inoltre, era stato tra i primi finanzieri del Varesotto a schierarsi con il movimento resistenziale, adoperandosi nel servizio di recapito clandestino della corrispondenza, oltre che in quello informativo molto utile anche agli alleati. Il 12 agosto, Luigi Cortile venne consegnato a un milite della polizia confinaria tedesca e condotto presso il proprio comando in via Solferino.
Nei giorni seguenti, dopo estenuanti interrogatori, fu trasferito nel carcere milanese di San Vittore dove venne rinchiuso nel braccio tedesco riservato ai detenuti politici, considerati dai tedeschi come i più pericolosi. I prigionieri di quel braccio erano vittime di violenza e sevizie da parte della locale guarnigione nazista, composta per la maggior parte da militari tedeschi, sudtirolesi e ucraini. Il 20 novembre Cortile lasciò l’Italia per essere trasferito in quella che sarebbe stata la sua meta finale: l’Austria.
Morì, infatti, nel campo di concentramento di Melk il 9 gennaio 1945. L’undici agosto 1944, a San Vittore, a Milano erano arrivati anche altri arrestati e tra questi don Gilberto Pozzi. Il sacerdote rimase in carcere solo un paio di giorni. Venne liberato il 13 agosto per l’interessamento del cardinale arcivescovo di Milano, Alfredo Ildefonso Schuster. Il capitano Franzosi fu sempre un operativo, sia in termini di reperimento di informazioni che in azioni di sabotaggio contro i nazifascisti.
Prese parte attiva alla liberazione di Varese, culminata con la resa della brigata nera «Gervasini», asserragliata all’interno della scuola «Felicita Morandi». Clivio pagò però a caro prezzo la sua eccessiva vicinanza ai poveri e agli affamati, braccati dai nazifascisti. In quell’agosto del 1944 venne resa esecutiva l’ordinanza emanata dalle autorità repubblichine con la quale fu decretata l’evacuazione, quindi lo sfollamento altrove, dell’intera popolazione ivi dimorante così come di quella che viveva nelle vicinanze di Saltrio.

IL MARESCIALLO LUIGI CORTILE DEPORTATO A MAUTHAUSEN DOVE MORI’
LA ZONA CHIUSA
Lungo il confine Italo svizzero fu creata, infatti, una zona militare di 3 km di profondità da tenere completamente sgombra, passata alla storia come «zona chiusa». A Clivio, il provvedimento, nonostante fosse stato rallentato per carenza di alloggi nei paesi vicini, ma soprattutto per la decisa opposizione di don Gilberto, dovette essere rispettato. Anche le famiglie degli stessi finanzieri subirono la stessa sorte di buona parte della gente perbene che fino a quel momento si era prodigata con enormi rischi e che non poteva ritornare alle proprie abitazioni se non per casi eccezionali come il taglio della legna o la raccolta del fieno. Ciò arrecò seri danni all’agricoltura locale, specie in un momento delicato quale era appunto il ‘44, nel corso del quale il razionamento dei viveri e gli accaparramenti disposti dalle autorità fasciste avevano letteralmente spogliato i magazzini e le dispense.
UNA DIFFICILE TRATTATIVA
Nell’aprile del 1945, quando ormai gli alleati erano alle porte e i nazifascisti stavano per arrendersi, spinti anche dalle forze partigiane, i tre sacerdoti Don Gioacchino Brambilla, parroco di Viggiù, don Gilberto Pozzi, parroco di Clivio e don Giovanni Bolgeri, prevosto di Saltrio furono compartecipi e protagonisti nella trattativa di resa. Nella ex caserma dei carabinieri dove si era sistemato il comando della «brigata partigiana Passerini» i tre parroci esposero al comando la grave minaccia costituita dalla presenza di un reparto armato di guardie tedesche di frontiera. Per evitare possibili ritorsioni contro le popolazioni locali, si adoperarono pertanto affinché il reparto tedesco si arrendesse senza combattere a condizioni concordate.
A cura di Emilio Rossi

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