Assolto perché incapace di intendere e di volere al momento dei fatti, ma costretto a rimanere in carcere per le difficoltà nel trovare una struttura in grado di gestire il suo caso, che è quello di un soggetto con doppia diagnosi, affetto da problemi psichiatrici e dipendente da sostanze stupefacenti.
La vicenda processuale per maltrattamenti in famiglia si è chiusa questa mattina davanti al giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Varese ma per l’imputato, un ventisettenne marocchino, difeso dall’avvocato Oskar Canzoneri, il futuro resta incerto e la sua situazione attuale molto delicata.
Alle spalle c’è una storia dominata dalla sofferenza. Il ragazzo cresce in Marocco insieme ai nonni e lì vorrebbe stare, ma il padre, in Italia dal 2008, decide ad un certo punto di portare la famiglia in Valcuvia e per il giovane inizia una convivenza che si rivelerà difficile con mamma, papà e le due sorelle.
La vita tra le mura domestiche nel periodo in cui si sono svolti i fatti, che risalgono a fine 2021, è segnata da minacce e percosse. Un giorno le cose degenerano e il ragazzo scaglia un sasso in testa al padre. Un colpo violento, dopo il quale l’uomo finisce in ospedale con un mese di prognosi. In un’altra circostanza, con i familiari partiti per il Marocco, il giovane rimasto a casa da solo viene nuovamente inghiottito dai suoi demoni. Il buio totale questa volta conduce ad un trattamento sanitario obbligatorio, disposto dopo che il giovane era stato trovato su un cornicione, denutrito e disidratato. In ospedale i carabinieri si accorgono che in una tasca dei pantaloni il ragazzo nasconde una pistola, arrotolata in un copricapo. E’ un’arma con matricola abrasa. Ai maltrattamenti, denunciati dai genitori, si aggiunge così l’accusa di ricettazione.
Ma per entrambi i reati è arrivata l’assoluzione, sulla base di una perizia ordinata dal giudice, con cui sono state certificate le condizioni dell’imputato, che soffre di disturbi psichici dall’adolescenza, lo stesso periodo in cui aveva iniziato a fare uso di cannabis. Condizioni che hanno portato al verdetto assolutorio, legato però all’applicazione della libertà vigilata con domicilio in una comunità.
Delle oltre dieci strutture tra Lombardia e Piemonte, fino a qui contattate, nessuna ha accettato di prendere in carico il ventisettenne, per l’impossibilità di fornire le cure del caso, per incompatibilità con gli ospiti o per via di lunghe liste d’attesa. Il ragazzo, dopo la sentenza, è stato quindi riaccompagnato in carcere dagli agenti della polizia penitenziaria. Lì continuerà momentaneamente a seguire le terapie che gli sono state prescritte. Anche se il suo posto dovrebbe essere altrove.
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