«Vi scrivo questa mail, ma più che una lettera è una richiesta di aiuto, aiuto verso una fascia di popolazione che troppo spesso viene subito discriminata in quanto affetta da problemi di tossicodipendenza… persone qualsiasi, come me, persone del tutto rispettabili e integrate nella “Luino bene”, ove si dà sempre più importanza alle parole piuttosto che ai fatti».
Inizia così una lettera di un uomo residente a Luino, che racconta la sua esperienza personale, lanciando una richiesta d’aiuto: dopo alcuni traumi, infatti, è caduto nella trappola delle sostanze stupefacenti, una dipendenza che combatte da anni.
«Dopo un lutto familiare e la separazione con la moglie nello stesso anno ho purtroppo ceduto al consumo di sostanze stupefacenti, per una via più facile che mi ha portato a scappare dalla realtà, piuttosto che affrontarla. Sono ormai più di 6 anni che combatto con questo dipendenza, che non è nient’altro che una dipendenza affettiva mancata… è come un lutto mai metabolizzato», continua il luinese.
«Ho affrontato un percorso comunitario che mi ha aiutato, ma nonostante ciò resistere alla disperazione è impossibile per persone deboli come me senza aiuto esterno: a Luino sono tanti come me. Rimango allibito quando, dopo tutti i problemi che mi sono creato e che sto ancora pagando, chi mi ha creato il problema ed è effettivamente responsabile, in realtà, paga meno di me: vi sembra normale che uno spacciatore prenda un terzo di pena in meno al confronto dell’acquirente? La legge è veramente uguale per tutti? Scusate lo sfogo, spero possa servire come spunto di riflessione», conclude.
Anzitutto bisogna sottolineare che il consumatore difficilmente viene condannato, mentre lo spacciatore nel caso avesse una pena ridotta, lo deve al patteggiamento. Oltre questo, però, a margine di quanto ricevuto, abbiamo voluto “rispondere” a questo scritto, avvalendoci delle competenze di uno psicoterapeuta, perché le dipendenze psicologiche costituiscono una grossa e pervasiva tematica del tempo moderno. Prendendo spunto da questa mail giunta in redazione, riteniamo sia utile una riflessione su una problematica strisciante e fonte di disagio personale e allo stesso tempo collettivo.
«Bauman definiva il tempo moderno con il termine “società liquida” – esordisce il dottor Roberto Viganoni, psicoterapeuta luinese -. Oggi la collettività è un agglomerato di individui che vengono spinti fra le braccia di un desiderio rapace e violento dove l’assenza del limite diviene un obiettivo da raggiungere. Non è possibile slegare il funzionamento della mente dal funzionamento della società in quanto quest’ultima è diretta emanazione della prima».
«Il tema delle dipendenze da sostanze è complesso e generalizzarlo sarebbe poco onesto in quanto ogni situazione dovrebbe essere letta a partire dalla persona. È possibile tuttavia leggere questo fenomeno partendo da una riflessione che tiene conto di alcuni minimi comun denominatori», continua Viganoni.
«L’uso di sostanze è essenzialmente un tentativo di anestetizzare stati mentali complessi con i quali le persone faticano a fare i conti. La società moderna spinge gli individui verso un illusorio bisogno di non avere limiti. Ciò spesso genera sentimenti di inadeguatezza e fragilità emotiva che spesso vengono compensati attraverso azioni concrete; fatti che allontanano sempre più gli individui dal contatto con i bisogni profondi di cui tutti siamo portatori», prosegue ancora lo psicoterapeuta.
«La mente è per sua definizione un organo relazionale, si forma in una relazione, si ammala in una relazione e si può curare solamente all’interno di una relazione – afferma ancora il dottor Viganoni -. Il principio base del suo costituirsi è il determinismo psichico, siamo figli delle esperienze che abbiamo vissuto. Le sostanze spesso divengono un tentativo misto di autocura e autodistruzione che parte dalla storia dell’individuo ed evolve in assetti psicopatologici specie-specifici. È molto frequente osservare al di sotto della dipendenza un problema umorale, d’ansia o personologico che necessità della giusta attenzione per poter essere curato».
«Essere presi in cura significa essenzialmente essere visti per ciò che si è in realtà in uno spazio sicuro in cui è possibile, tramite la co-regolazione, riconnettersi a sé stessi facendo così i conti con i propri traumi per poterli superare – spiega ancora lo psicoterapeuta -. Qui si apre il grande problema dei servizi di cura delle problematiche mentali. Avendo lavorato a lungo nel servizio pubblico ho avuto la possibilità di osservarne i pregi, le potenzialità e i difetti».
«Nonostante gli sforzi degli operatori la cronica mancanza di personale non permette a mio avviso una presa in carico sempre efficace. Sarebbe necessaria una riflessione attenta e puntuale su quali sono i bisogni psicologici della popolazione mettendo in campo interventi adeguati. La mente non è un organo secondario ma la diretta emanazione dei vissuti e dell’individualità unica e irripetibile di ogni persona», conclude.
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