Varese | 30 Novembre 2022

Valcuvia, droga e violenza contro i genitori: condannato 26enne. «In casa ci odiavamo»

Due anni al giovane, già in carcere, accusato di maltrattamenti e lesioni. In aula il racconto della dipendenza dall'eroina e delle cure per uscirne. «Avevo trovato un lavoro, poi mi hanno arrestato»

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«I miei volevano cacciarmi di casa, mandarmi in comunità o in galera». E alla fine la seconda soluzione, quella del carcere, è diventata realtà, a margine dell’ennesimo scontro tra le mura domestiche, avvenuto una sera dello scorso gennaio, con un padre di famiglia che chiama i carabinieri di Cuvio perché il figlio di 26 anni, visibilmente alterato, ha in mano un martelletto e gira per casa spaccando quello che si trova davanti.

Seguono le manette, 8 mesi di detenzione cautelare e il processo a carico del ragazzo, accusato di maltrattamenti e lesioni, che si è concluso ieri in tribunale a Varese con una condanna a 2 anni e 15 giorni di reclusione, più un anno di libertà vigilata.

Il pubblico ministero Antonia Rombolà aveva chiesto una condanna leggermente superiore, 2 anni e 3 mesi, mentre il difensore del 26enne, l’avvocato Marcello Puglisi del Foro di Monza, chiedendo l’assoluzione aveva sottolineato la discrepanza tra le diverse querele presentate dai genitori del suo assistito, precise e piene di particolari, e le dichiarazioni rese in aula dagli stessi, durante il dibattimento, segnate – a detta del legale – da parecchie contraddizioni. «Ancora non mi è chiaro – ha aggiunto l’avvocato in riferimento a quel contesto familiare – come si sia arrivati a un simile disagio».

Su certi aspetti, tuttavia, il 26enne è stato chiaro, pur negando di aver mai picchiato i propri congiunti («era mio papà a prendermi a pugni») e non si è sottratto alle domande delle parti, mettendo in fila gli eventi alla base della triste vicenda: il rancore nei confronti del padre, maturato nel tempo («quando avevo 8 anni picchiava mia mamma, non gliel’ho mai perdonato»), il clima in casa, sempre pesante («mi insultavano, io rispondevo, ci odiavamo») e poi i suoi problemi con la droga, forse all’origine di tutte le disgrazie che si sono succedute dall’estate del 2021 all’inverno scorso: «Mi facevo di eroina quasi tutti i giorni ma la pagavo con i miei soldi perché lavoravo, non ho mai chiesto denaro ai miei anche perché non mi avrebbero dato niente. A un certo punto ho deciso da solo di andare al Sert perché non ce la facevo più. Non era più vita».

La vita, però, stando alle accuse, era diventata un incubo anche per i genitori del giovane, pressati dalle continue richieste di piccole somme di denaro che il ragazzo giustificava con l’esigenza di prendere le sigarette, ma che invece venivano impiegate dal 26enne per rifornirsi di droga e alcol, i cui effetti alimentavano le liti – spesso violente – che scattavano quando il figlio usciva dall’isolamento della propria camera e finiva puntualmente per scontrarsi con mamma e papà, o per compiere atti di autolesionismo, come quella volta in cui – sempre secondo la tesi accusatoria – avrebbe preso a testate il citofono con l’intenzione di attribuire al padre la responsabilità delle ferite riportate, sapendo che sarebbero sopraggiunti i carabinieri.

«Ora sono pulito – ha spiegato il ragazzo al giudice Andrea Crema, poco prima del verdetto – mi era stata proposta la comunità, ma a me bastano le terapie che sto già seguendo. Avevo anche trovato un nuovo lavoro. Poi mi hanno arrestato».

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