Era andato a vivere da solo, poi non avendo più soldi per pagare l’affitto è tornato dalla madre e dalla sorella, e a quel punto per le due donne, residenti in un piccolo borgo della Valtravaglia, è cominciato un lungo calvario, fatto di umiliazioni e violenza, non soltanto verbale, secondo le accuse.
Lui, 35 anni, è finito prima in carcere e poi ai domiciliari. Ora deve rispondere dei reati di maltrattamenti e tentata estorsione in un processo in corso in tribunale a Varese, dove giovedì testimoni e protagonisti della vicenda – iniziata nell’autunno del 2021 – hanno ricostruito i fatti, partendo dalle denunce presentate dalla madre e dalla sorella dell’odierno imputato, difeso nel procedimento dall’avvocato Corrado Viazzo.
Prima le ripetute e furiose litigate, che finivano con l’appartamento messo sotto sopra, poi le minacce di morte e gli schiaffi. Così sarebbero andate le cose, a causa di insistenti richieste di denaro e dell’incompatibilità tra animali domestici: il dogo argentino dell’uomo e il piccolo jack russell delle due donne di casa.
Proprio per uno dei due cani – il dogo – le cose lo scorso febbraio presero una piega ancora più pericolosa. Il 35enne affida l’animale alla sorella ed esce di casa; al suo rientro lo trova sulle scale in stato comatoso. E’ convinto che qualcuno lo abbia avvelenato e se la prende con la persona a cui l’aveva affidato. Attorno al tavolo della cucina partono frasi di ogni genere, poi l’uomo blocca la sorella e inizia a prenderla a pugni in testa; le scaglia contro la gamba un vaso di vetro, ferendola, e poi la insegue con un coltello, ma lei riesce a chiudersi in camera e a chiamare un amico per farsi portare via da lì. Questo stando al contenuto della denuncia presentata ai carabinieri.
In tribunale, invece, nonostante i ripetuti riferimenti del giudice al rischio di incorrere nel reato di falsa testimonianza, madre e sorella del 35enne hanno raccontato tutta un’altra storia. Le litigate c’erano, sì, anche con insulti e minacce ma «certe cose le diceva quando era arrabbiato, poi non faceva niente. Lo conosco, è mio figlio», ha affermato la madre dell’imputato rispondendo alle domande delle parti; la stessa persona che in caserma disse ai carabinieri che quando il figlio faceva uso di droga si trasformava in un mostro.
E il giorno della lite per il cane? «Mio fratello non mi ha preso a pugni. Mi ha dato uno schiaffo e poi io, sbattendo contro il tavolo, ho fatto cadere un vaso e mi sono procurata il taglio sulla caviglia», ha spiegato la sorella 24enne dell’imputato. E frasi come «guarda quanto sei magra, fai schifo, devi morire»? «Lo diceva per il mio bene – ha aggiunto la ragazza – perché in quel periodo ero nervosa e non mangiavo». Anche sull’uso del coltello le dichiarazioni fatte in dibattimento dalle due persone offese sono apparse inconciliabili con quanto dichiarato ai militari dell’Arma soltanto sette mesi fa: «Mio fratello non mi ha inseguito con un coltello, non l’ho mai detto», ha affermato la 24enne. «Stava tagliando il salame e gesticolava», questa la versione della madre.
Entrambe hanno infine manifestato la volontà di rinunciare alla querela, ma questo dipenderà da una eventuale riqualificazione del fatto da parte del collegio giudicante, affinché si arrivi a trattare un reato diverso da quello di maltrattamenti e non perseguibile d’ufficio. E poi c’è il prosieguo della fase dibattimentale, con la prossima udienza fissata a dicembre per l’esame di altri testimoni e quello dell’imputato che, se lo vorrà, potrà fornire la propria versione dei fatti.
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