Aiutarono l’amico ai domiciliari, occupandosi del suo piano di vendetta nei confronti della ex, una donna di Laveno che la notte del 18 maggio 2019 trovò la sua auto completamente avvolta dalle fiamme. Dopo le condanne a 5 anni per il mandante – un uomo all’epoca 38enne – e a 3 anni per uno degli esecutori materiali, nella giornata di ieri il Tribunale di Varese è tornato ad esprimersi sulle responsabilità penali relative a quei fatti.
Un altro dei soggetti che parteciparono alla spedizione lavenese – tutti di età compresa tra i 25 e i 35 anni – è stato condannato a 4 anni di reclusione per l’incendio doloso. Per lo stesso reato (l’accusa aveva chiesto per gli imputati 3 anni e 2 mesi e 3 anni e mezzo) è stato invece assolto l’ultimo di quelli che per l’accusa erano i componenti del gruppo, un uomo difeso dall’avvocato Corrado Viazzo, che nella sua arringa aveva sottolineato l’estraneità ai fatti dell’assistito, provata, a suo dire, da un’intercettazione in carcere di un altro dei soci, il quale a colloquio con il padre raccontò che quella sera l’amico li aveva lasciati prima che si recassero a Laveno.
L’uomo è stato però condannato a un anno di reclusione per la detenzione di sostanze ai fini di spaccio, perché trovato con la cocaina in casa durante le indagini condotte dai carabinieri di Luino. Indagini che fecero emergere l’elevata pericolosità dei soggetti coinvolti, particolarmente violenti, tanto che dopo i fatti arrivarono a sequestrare un potenziale testimone e a condurlo con la forza in un bosco della Valmarchirolo, mettendolo davanti ad una fossa già scavata per lui, pronta a ricevere il suo corpo nel caso in cui avesse deciso di parlare.
Alle accuse di incendio doloso, lesioni, spaccio, sequestro di persona e stalking, dietro le quali è riassunta l’intera vicenda – caratterizzata anche dagli atti persecutori del 38enne nei confronti dell’ex compagna – si era aggiunta anche quella per falso ideologico, contestata ad un medico di base dell’alto Varesotto che a ottobre 2019 fece un certificato di malattia dopo aver visitato uno degli indagati, arrestato e sottoposto all’obbligo di firma, all’insaputa del dottore, che il giorno seguente consegnò al padre del suo assistito il certificato, usato a quel punto per giustificare l’assenza dal posto di lavoro.
Il medico, difeso dall’avvocato Gianluca Vissi, è stato assolto. Alla chiusura del dibattimento aveva rilasciato spontanee dichiarazioni davanti al giudice, sottolineando di aver agito in buona fede e senza essere a conoscenza della vicenda nella quale il suo paziente era coinvolto.
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