La gelosia? “Normale in una coppia”; gli insulti e le umiliazioni verbali? “Non è il mio linguaggio”; il sesso negato? “Non era un problema, se diceva di no mi giravo dall’altra parte”. E il coltello puntato alla gola al culmine dell’ennesima lite? “Lo avevo in mano perché stavo tagliando la pizza e lo agitavo dal nervoso, essendo abituato a gesticolare”.
Ha risposto punto su punto, respingendo tutte le accuse, il quarantottenne della Valmarchirolo a processo per maltrattamenti e violenza sessuale sull’ex compagna (qui i dettagli della vicenda), che nella scorsa udienza del processo, in corso in tribunale a Varese, lo aveva descritto come una persona estremamente possessiva e abituata ad alzare le mani quando le sue voglie non venivano soddisfatte, e quando le sue regole venivano accantonate.
Di regole ha parlato anche l’odierno imputato, difeso dall’avvocato Simona Ronchi, descrivendosi in aula come un padre premuroso e come un lavoratore che si è sempre fatto in quattro per garantire alla sua famiglia il necessario. «Le spese erano tante, i soldi pochi. Ma nonostante ciò lei – ha spiegato davanti ai giudici in riferimento alla ex compagna, parte civile nel procedimento, dove è difesa dall’avvocato Claudia Cornacchia – si rifiutava di contribuire economicamente con il suo stipendio. Litigavamo anche per questo e quando si arrivava alle mani, la cosa era reciproca».
Ma non vi erano soltanto “spintoni” e qualche schiaffo quando lei tornava tardi da lavoro, oppure usciva da sola senza dare spiegazioni, o ancora portava amici a casa in sua assenza, e partivano le discussioni. Stando alle accuse di cui il quarantottenne deve rispondere, la violenza era spesso racchiusa nella sfera sessuale. «A letto obbligava la sua compagna ad aprire le gambe per cercare le prove di eventuali tradimenti, compiendo delle ispezioni?», ha domandato il pubblico ministero; «non sono un ginecologo – ha risposto l’uomo -, cosa avrei dovuto controllare?».
L’imputato ha chiarito anche il suo comportamento in relazione al punto di rottura definitivo tra lui e la donna; l’episodio raccapricciante a cui, nell’inverno 2017, seguì l’allontanamento dal nucleo familiare della compagna e dei tre figli, collocati in una struttura protetta. I congiunti sarebbero stati più volte minacciati di morte durante una serie di furiose litigate, tutte successive al giorno in cui la quarantaquattrenne, rincasando, avrebbe trovato il convivente in atteggiamenti intimi con il cane. «Dopo la doccia – ha raccontato l’uomo – ho l’abitudine di mettermi in mutande sul divano. Il cane mi raggiunge e si posiziona sulle mie gambe. Questa è l’unica scena che può aver visto».
Nei progetti di vita dell’imputato vi era, ormai più di venti anni fa, il desiderio di costruire passo dopo passo il proprio futuro insieme alla donna nel loro paese d’origine, in Sicilia, dove si erano conosciuti da adolescenti. «Ha voluto partire a tutti i costi e per non perderla alla fine ho accettato di trasferirmi con lei. Voleva andare al nord in cerca di fortuna – ha affermato l’uomo in udienza -. Io quella fortuna volevo trovarla a casa, con i sacrifici che stavo facendo. Dopo quel viaggio il nostro rapporto è peggiorato ma non l’ho mai privata dei suoi spazi. Era indipendente, aveva la sua macchina e il suo bancomat con il quale poteva fare ciò che voleva, io mi limitavo a controllare le spese».
Un punto, quest’ultimo, su cui ha insistito la difesa, portando in aula come ultimo testimone un ex collega della coppia, il quale ha confermato che per contratto ogni dipendente dell’azienda svizzera in cui tutti i tre lavoravano, era tenuto ad aprire un conto oltre confine. «Non sono mai stato un padre padrone – ha sottolineato in conclusione l’imputato -. Mi sentivo più un capotreno. Un ruolo che prevede grandi responsabilità».
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