Luino | 23 Agosto 2026

Luino, quando una foto rubata racconta più di una bravata: cosa insegniamo ai ragazzi?

Una serata d'agosto sul lago diventa lo spunto per interrogarsi su rispetto, consenso e violenza verso le donne. E sulle responsabilità di famiglie, scuola e adulti

Tempo medio di lettura: 4 minuti

Ci sono sere d’estate che dovrebbero essere soltanto questo: musica, amici, un locale sul lago, ragazzi che si divertono. Poi basta un gesto. Apparentemente piccolo, se confrontato con ciò che siamo abituati a leggere nelle pagine di cronaca. Uno smartphone utilizzato nel modo sbagliato, l’intimità di una ragazza che diventa improvvisamente qualcosa da catturare, conservare, forse mostrare. Qualcuno se ne accorge. Qualcuno decide che non è normale. Da lì, in pochi minuti, tutto può degenerare e assumere contorni che nessuno avrebbe immaginato all’inizio della serata.

Non interessa qui ricostruire quella notte, né stabilire responsabilità che spettano ad altri accertare. Interessa ciò che rimane quando si tolgono dalla scena i singoli protagonisti. Perché dietro una vicenda del genere c’è una domanda molto più grande: che cosa stiamo insegnando ai ragazzi, e agli uomini di oggi e di domani, sul rispetto delle donne e, più in generale, sul limite che separa la propria libertà da quella degli altri?

La violenza contro una donna non comincia necessariamente con uno schiaffo e nemmeno con una violenza sessuale. Comincia molto prima. Può esserci violenza nell’umiliazione, nell’insistenza, in una frase, in un gesto, in una fotografia presa senza consenso.

Comincia quando il corpo di una ragazza viene percepito come qualcosa di pubblico semplicemente perché è visibile. Guardare non significa avere il diritto di fotografare. Desiderare non significa poter pretendere. Ricevere un no significa fermarsi. Sembrano concetti elementari. Evidentemente non lo sono abbastanza.

Negli ultimi anni, nell’alto Varesotto, abbiamo trovato anche un’etichetta pronta per raccontare una parte del disagio giovanile e sociale: i “maranza”. Dentro quella parola facciamo finire risse, vandalismi, provocazioni, prepotenze, piccoli reati, gruppi che cercano nel branco una forza che individualmente spesso non possiedono. Il fenomeno esiste e sarebbe ingenuo negarlo.

Ma fermarsi ai maranza sarebbe altrettanto comodo. La maleducazione, il sessismo, l’incapacità di accettare un limite e la necessità di dimostrare la propria forza non hanno una divisa sociale o un colore della pelle. Possono nascondersi dietro una tuta come dietro una camicia, dentro un gruppo problematico come nella vita apparentemente ordinata di un ragazzo insospettabile, o che dovrebbe tutelare la collettività.

Ed è proprio quando un episodio nato da un comportamento irrispettoso precipita in una prova di forza che emerge un secondo problema. Non sappiamo più gestire la frustrazione. Essere scoperti, contraddetti, rimproverati o semplicemente sentirsi dire «quello che stai facendo è sbagliato» può diventare un affronto personale da lavare con un gesto ancora più grave. È una concezione primitiva della forza: se mi metti in discussione, devo dimostrarti che sono più forte di te. Se mi umili davanti agli altri, devo ristabilire il mio potere.

In mezzo finiscono spesso anche gestori di bar, locali, discoteche e luoghi di aggregazione. A loro chiediamo sicurezza, controllo, attenzione. Ed è giusto pretendere professionalità. Ma bisogna essere altrettanto chiari: davanti a determinati comportamenti possono fare poco. Un barista può allontanare una persona, intervenire, chiamare le forze dell’ordine, provare a separare chi litiga.

Non può rieducare in dieci minuti chi arriva nel suo locale portandosi dietro anni di arroganza, frustrazione e incapacità di rispettare gli altri. E c’è anche la frustrazione di chi organizza una serata per far divertire centinaia di persone e si ritrova a dover gestire le conseguenze delle azioni di pochi mentecatti.

Il problema, infatti, nasce molto prima dell’ingresso in un locale. Nasce nelle famiglie, dove il rispetto non dovrebbe essere una lezione teorica ma qualcosa che un bambino osserva ogni giorno. Nel modo in cui un padre parla a una madre. Nel modo in cui gli adulti discutono senza umiliarsi. Nelle battute sul corpo delle donne che vengono tollerate a tavola. Nel modo in cui reagiamo quando nostro figlio sbaglia: difendendolo sempre perché «è un bravo ragazzo» oppure insegnandogli che essere un bravo ragazzo significa anche assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

Poi viene la scuola. Educazione affettiva, consenso, sessualità, utilizzo delle immagini e rispetto non possono comparire soltanto durante una giornata contro la violenza sulle donne. Un adolescente vive una parte enorme delle proprie relazioni attraverso uno smartphone. Fotografare, filmare e condividere sono gesti diventati quasi automatici. Proprio per questo bisogna insegnare che dall’altra parte dell’obiettivo non c’è un contenuto: c’è una persona.

C’è però un altro elemento che merita attenzione. In una società sana dobbiamo crescere ragazzi capaci anche di accorgersi quando qualcosa non va. Ragazzi che davanti a un amico che supera il limite non ridano, non chiedano di vedere la fotografia, non facciano finta di niente. Dire «cancella quella foto» può essere culturalmente molto più importante di cento campagne pubblicitarie contro la violenza sulle donne. Significa che qualcuno ha interiorizzato un confine e ha riconosciuto che quel corpo non appartiene né a chi lo fotografa né agli amici che eventualmente guarderanno quell’immagine.

Naturalmente anche la reazione deve conoscere un limite. Difendere qualcuno non significa trasformare una contestazione in uno scontro fisico. Dobbiamo riuscire a insegnare contemporaneamente due cose che non sono in contraddizione: non voltarsi dall’altra parte e non pensare che ogni torto debba essere regolato con i pugni. Chiedere aiuto, coinvolgere la sicurezza di un locale, rivolgersi alle forze dell’ordine non significa essere deboli. Significa vivere in una comunità che ha deciso di sostituire la legge del più forte con delle regole.

Forse è proprio questa la riflessione che può lasciare una notte d’agosto sulle rive del Lago Maggiore che avrebbe dovuto avere tutt’altro epilogo. Non basta educare le ragazze a riconoscere un pericolo. Per decenni abbiamo detto loro come vestirsi, quanto bere, con chi uscire, dove parcheggiare, a chi mandare una fotografia e come tornare a casa. È arrivato il momento di concentrare molta più energia sull’altra metà del problema: educare i ragazzi a non diventare quel pericolo.

E soprattutto bisogna smettere di insegnare il rispetto attraverso una formula che sembra positiva ma contiene già un errore: «Potrebbe essere tua sorella, tua madre, tua figlia». No. Una donna non deve appartenere a qualcuno per meritare rispetto. Non deve essere la sorella di un uomo, la fidanzata di un uomo o la figlia di un uomo. Deve essere rispettata perché è una persona e perché il suo corpo, la sua immagine e la sua libertà appartengono soltanto a lei.

Le denunce, le sanzioni e i provvedimenti arrivano quando qualcosa è già successo. Sono necessari, ma rappresentano l’ultimo anello della catena. Se vogliamo davvero prevenire la violenza, dobbiamo lavorare sui primi: famiglia, scuola, sport, amicizie, luoghi di aggregazione e, soprattutto, esempi degli adulti. Perché il vero risultato non sarà avere ragazzi che temono una punizione. Sarà avere ragazzi che, anche quando nessuno li sta controllando, sappiano riconoscere da soli il confine tra una bravata e un sopruso.

Alla fine la domanda non è soltanto che cosa stia succedendo ai giovani di oggi. È molto più scomoda, perché riguarda tutti noi: che tipo di uomini stiamo crescendo?

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