(lettera di Dietro Intraina) La Comunità Montana Alto Verbano, per diventare un Ente realmente radicato nel territorio e capace di rispondere alle dinamiche quotidiane delle comunità locali, deve dotarsi di una rete strutturata di strumenti permanenti di osservazione e ascolto sociale.
È necessario istituire Osservatori Territoriali diffusi (ecomusei, parchi, centri di interpretazione del territorio e altri presìdi locali), in grado di individuare, coinvolgere, organizzare e mettere in relazione il complesso mosaico delle differenze bio-territoriali.
Ciò richiede un percorso pedagogico continuo, fondato sulla partecipazione, sulla condivisione e sulla costruzione di pratiche di convivenza capaci di valorizzare le diverse identità locali e la dimensione emotiva e sociale dell’abitare.
In questo percorso assumono particolare rilievo alcuni elementi fondamentali:
– Senso di appartenenza: la percezione di essere parte integrante della propria comunità e del territorio, alimentata dalla condivisione di memorie, linguaggi, tradizioni e patrimoni culturali.
– Fiducia reciproca: il rafforzamento delle relazioni di vicinato e delle reti di solidarietà, basate sul sostegno reciproco nelle difficoltà quotidiane, nei problemi di salute, nelle fragilità economiche e nelle piccole necessità della vita comunitaria.
– Topofilia: il profondo legame affettivo tra le persone e i luoghi, costruito attraverso esperienze, valori e percezioni positive condivise.
– Restanza: la scelta consapevole di rimanere nel proprio territorio d’origine, contribuendo alla sua rigenerazione sociale, culturale ed economica.
Una simile articolazione territoriale, se adottata anche dalle altre Comunità Montane, rappresenterebbe un importante valore aggiunto anche per gli Enti di livello superiore, quali Provincia e Regione, offrendo loro una conoscenza più approfondita delle dinamiche locali e strumenti più efficaci di programmazione.
L’obiettivo è favorire un coinvolgimento autentico delle persone, affinché cittadini e valligiani possano ritrovare un senso condiviso di appartenenza e una rinnovata ragione di partecipazione alla vita del territorio. Solo così sarà possibile avviare un concreto processo di ricostruzione del rapporto di fiducia con le istituzioni, attenuando quel progressivo distacco che da anni caratterizza il rapporto tra le comunità locali e le Amministrazioni comunali.
Tale criticità rischia di manifestarsi in misura ancora maggiore nella Comunità Montana, la cui capacità di rappresentare il territorio dipende inevitabilmente dalla qualità del rapporto esistente tra le amministrazioni che la compongono e le rispettive comunità.
In questo contesto, assumere come priorità la redazione di un Master Plan a prevalente finalità progettuale, con l’ambizione di mettere in relazione ambiente, turismo e mobilità ciclabile senza un preliminare e strutturato processo di coinvolgimento delle comunità locali, rappresenta un approccio metodologicamente debole e strategicamente poco efficace.
Lo strumento progettuale dovrebbe essere definito solo dopo aver compreso quali energie, competenze e disponibilità il territorio è realmente in grado di esprimere. Diversamente, si rischia di produrre l’ennesimo progetto destinato a vivere esclusivamente per il tempo del evento, perché privo di quella “anima custode” che soltanto una comunità coinvolta può garantire nel tempo.
Continuare a promuovere progetti concepiti in modo sostanzialmente dissociato dalle comunità locali — come nel caso di Forcora Attiva — rischia non solo di accentuare le criticità esistenti, ma anche di rendere irreversibile il fenomeno della de-situazione degli abitanti, ovvero il progressivo indebolimento del loro legame con il territorio.
Nelle Valli dell’Alto Verbano questo rappresenta oggi una delle questioni più urgenti e strategiche su cui concentrare investimenti, progettualità e politiche pubbliche.
A questo proposito, è opportuno ricordare che la Comunità Montana Valli del Verbano qualche anno fa ha avviato, per l’Alto Verbano, un interessante ed integrato progetto-programma nominato “La Strà di Caver”.
Tale iniziativa potrebbe essere ripresa e opportunamente riletta, reinterpretandola alla luce di una nuova visione, orientata non tanto alla definizione del che cosa realizzare, quanto del come poterlo, custodire, curare e rigenerare insieme alle comunità.
La vera sfida consiste infatti nell’attribuire al progetto un’anima: una rete di significati, narrazioni e relazioni che soltanto le comunità locali possono generare, trasformando un semplice ambiente fisico in un autentico territorio vissuto, riconosciuto e condiviso.
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