(di Matteo Toson) Negli ultimi mesi il frontalierato è tornato al centro del dibattito pubblico. Nuovo accordo fiscale, telelavoro, mobilità transfrontaliera, carenza di personale, salari e attrattività del Canton Ticino sono temi che coinvolgono migliaia di famiglie tra Lombardia e Svizzera.
Spesso però il confronto pubblico rischia di fermarsi agli slogan o ai numeri assoluti. Per questo abbiamo approfondito il tema con Andrea Puglia, vice segretario cantonale OCST e responsabile frontalieri, che da anni segue quotidianamente le problematiche dei lavoratori confrontandosi con istituzioni federali, cantonali, comunali, regionali e nazionali.
Per anni il frontalierato sembrava destinato a crescere senza limiti…
Per molto tempo il frontalierato è cresciuto quasi automaticamente, sostenuto soprattutto dal forte differenziale salariale tra Italia e Svizzera. Anche offerte considerate relativamente basse per gli standard svizzeri risultavano comunque molto attrattive per tanti lavoratori italiani. Un modello che per anni ha alimentato una crescita costante del numero dei frontalieri, in particolare in Ticino. Oggi, però, iniziano a emergere segnali differenti.
I numeri rallentano: semplice pausa o trasformazione strutturale?
I dati più recenti mostrano un rallentamento della crescita dei frontalieri in Ticino e, in alcuni trimestri, persino una lieve contrazione. Non si tratta di un crollo, ma di un possibile cambio di paradigma. Il frontalierato tradizionale, così come è stato conosciuto negli ultimi vent’anni, potrebbe entrare in una fase differente. Una trasformazione legata a diversi fattori: fiscalità, costo della vita, qualità del lavoro, mobilità, flessibilità organizzativa e nuove esigenze professionali.
Il nuovo Accordo fiscale cambia gli equilibri?
Uno dei temi centrali è inevitabilmente il nuovo Accordo fiscale tra Italia e Svizzera. Per i nuovi frontalieri il vantaggio fiscale non è scomparso, ma si è ridotto sensibilmente. Questo modifica l’equilibrio economico che per anni ha sostenuto molte dinamiche occupazionali. Il cambiamento è particolarmente evidente nei comparti dove i salari sono più bassi, mancano Contratti Collettivi forti e il costo, sia economico sia in termini di tempo, del pendolarismo inizia a pesare in maniera significativa. Oggi alcune offerte che anni fa sarebbero state considerate interessanti iniziano a non esserlo più.
Il peso crescente della mobilità transfrontaliera come incide nella quotidianità?
Ed è qui che entra in gioco un tema spesso sottovalutato: la mobilità. Perché il frontalierato non significa soltanto lavoro. Significa tempo, qualità della vita, accessibilità, costi di trasporto, infrastrutture e sostenibilità quotidiana. Molti lavoratori affrontano ogni giorno traffico, tempi di percorrenza molto elevati, pressione sui parcheggi, interruzioni ferroviarie, difficoltà di coincidenza e costi crescenti di carburante e trasporto. Un elemento che oggi pesa molto più che in passato sulle scelte professionali. In alcune zone il tempo dedicato agli spostamenti sta diventando quasi un secondo lavoro non retribuito. Il tema della mobilità transfrontaliera dovrà necessariamente diventare centrale anche nel dibattito politico e istituzionale, non soltanto come problema viabilistico ma come questione economica, sociale e occupazionale.
Le aziende iniziano a trovare più difficoltà nel reclutamento=
Il nuovo scenario sta producendo effetti anche sulle aziende ticinesi. In alcuni comparti iniziano a emergere maggiori difficoltà di reclutamento, soprattutto per profili specializzati o in settori dove il rapporto tra salario, fiscalità e qualità della vita non viene più percepito come sufficientemente competitivo. Questo potrebbe tradursi in maggiore pressione salariale, nella necessità di migliorare le condizioni di lavoro, in una maggiore attenzione a welfare e flessibilità e in difficoltà crescenti per le aziende meno strutturate.
I profili qualificati non stanno lasciando il Ticino…
Invito tutti a non interpretare questa fase come una perdita di attrattività del mercato ticinese. I profili altamente qualificati continuano a guardare con interesse alla Svizzera italiana. Anzi, in molti casi il Ticino resta estremamente attrattivo. Quello che cambia è il modello. Chi vive vicino al confine continua spesso a scegliere il frontalierato. Chi invece risiede più lontano, soprattutto tra i profili professionali più qualificati, valuta sempre più frequentemente il trasferimento diretto in Svizzera con permesso B. Le motivazioni sono molteplici: fiscalità, qualità della vita, flessibilità lavorativa, minori tempi di spostamento e maggiore integrazione professionale.
E del nodo strategico del telelavoro?
Tra i temi più sensibili emerge quello del remote working. Le limitazioni oggi previste per i frontalieri sono percepite come penalizzanti soprattutto nel terziario avanzato, nell’informatica e nelle professioni ad alta specializzazione. Molti professionisti considerano ormai la flessibilità lavorativa un elemento decisivo nella scelta del luogo di lavoro. Alcuni lavoratori preferiscono trasferirsi direttamente in Svizzera pur di poter accedere a modelli organizzativi realmente flessibili, con percentuali di telelavoro più elevate. Questo tema rischia di diventare strategico nei prossimi anni anche per la competitività del mercato ticinese.
Ma non dovremmo smettere di parlare solo di numeri?
Uno dei passaggi più interessanti dell’analisi riguarda il cambio di prospettiva culturale. Per anni il frontalierato è stato raccontato quasi esclusivamente in termini quantitativi: quanti frontalieri entrano, quanti aumentano, quanto “pesano”. Oggi però il vero tema diventa qualitativo. La domanda non è più soltanto quanti frontalieri ci saranno nei prossimi anni. La vera domanda è quale tipo di frontalierato emergerà. Un frontalierato più qualificato, più mobile, più selettivo, più integrato e meno disposto ad accettare condizioni al ribasso. Secondo OCST sarà proprio su questo terreno che si giocheranno gli equilibri futuri del mercato del lavoro transfrontaliero.
Un sondaggio anonimo per dare voce ai frontalieri
Per approfondire questi cambiamenti, OCST, in collaborazione con CISL, ha promosso un’indagine dedicata ai lavoratori frontalieri. L’obiettivo è raccogliere dati e testimonianze su condizioni di lavoro, salari, mobilità, welfare, formazione, servizi, rapporto con il sindacato e qualità della vita legata al frontalierato.
Le risposte saranno analizzate in forma anonima e aggregata e serviranno per attività di ricerca, confronto istituzionale e sviluppo di proposte concrete. Per Puglia, l’aspetto più importante è permettere ai frontalieri di raccontare direttamente la propria esperienza reale, senza filtri e senza slogan.
La compilazione richiede pochi minuti. Per partecipare all’indagine e far sentire la propria voce: per partecipare al sondaggio cliccare qui.
Perché oggi il frontalierato non è soltanto un fenomeno economico: è mobilità, territorio, organizzazione del lavoro, qualità della vita e futuro delle relazioni tra Italia e Svizzera.
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