Quattordici giorni in Italia, solo cinque in Svizzera, sono le differenze nei tempi di quarantena, che nel caso di esposizione a casi di Covid-19 positivo, allarma gli infermieri frontalieri. A dichiararlo è il personale che si occupa di cure dei pazienti in Ticino.
Questi sarebbero infatti gli infermieri autori di una lettera pubblicata dal sito quicomo.it, che affermano di aver informato i sindacati svizzeri della situazione, dichiarando: “Ci troviamo atterriti da questa gestione, così facendo si mettono a rischio in particolare i nostri pazienti”.
Il sindacato per il settore socio-sanitario, la VPOD, contattato dal sito Tio/20Minuti negli scorsi giorni, sostiene di non aver ricevuto la segnalazione pubblicata sul sito italiano. Secondo la VPOD pochissimi tra gli infermieri frontalieri avrebbero invece chiesto delucidazioni sulla quarantena di cinque giorni.
“Una lettera del genere non ci è arrivata, un paio di persone ci hanno chiesto quali direttive seguire. Ossia i cinque giorni” dichiara il sindacalista Fausto Calabretta. La maggior parte del personale frontaliero “è stato comunque invitato a rimanere in Ticino e quindi la regola dei quattordici giorni, che vale in Italia, per loro non trova applicazione“.
In questi giorni di emergenza si è parlato anche di critiche sugli alloggi che sono stati proposti agli italiani. “La maggioranza dei frontalieri – dice in merito Calabretta – ha accettato volentieri la permanenza in Ticino. Solo alcuni erano intimoriti dall’eventualità di non poter fare ritorno a casa. I datori di lavoro hanno trovato loro appartamenti o alberghi. Gli alloggi, comprensivi del vitto sono pertanto ottimali“.
Calabretta sottolinea che il personale sanitario frontaliero “si stia attenendo alle indicazioni date dalla Confederazione e lavora perché vogliono curare i pazienti. Sono consapevoli che la loro è una professione particolare a cui non possono sottrarsi. Prevale il senso della loro professione con l’obiettivo di curare”.
L’Ocst, Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese, sostiene invece che il problema esiste, come spiegato qualche giorno fa, per una criticità che è stata affrontata a più riprese anche dal senatore Alessandro Alfieri, dal deputato Niccolò Invidia e, non da ultimo, dall’avvocato varesino Furio Artoni, che ha denunciato il problema relativo ai rischi sanitari e al “contagio di ritorno”.
“Sono comunque in molti a rientrare giornalmente al domicilio. E il problema si pone”, afferma invece Andrea Puglia del sindacato Ocst sul tema. “Prima ancora che frontalieri, sono cittadini italiani residenti in Italia. Sono quindi vincolati alla legislazione italiana. Quindi, tecnicamente, se uno di questi lavoratori ha avuto contatti con persone positive al Covid-19, secondo le disposizioni italiane, è tenuto a segnalarlo al proprio medico curante e viene messo in quarantena per quattordici giorni”.
Se un frontaliere dovesse quindi rientrare al lavoro prima, seguendo le disposizioni svizzere, “violerebbe questa disposizione italiana per la quale sono previste multe molto salate”. Il problema della diversità tra disposizioni, segnala Puglia, è noto alle autorità di entrambi gli stati ed è materia di discussione proprio in queste ore.
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