Grantola | 16 Maggio 2026

Al cinema Mignon di Grantola arriva il film “La mattina scrivo”

Il film, diretto da Valèrie Donzelli, andrà nuovamente in scena oggi, alle ore 21, e domani, alle ore 16 e alle ore 18. Di seguito la trama e i dettagli utili

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Per questo weekend torna, nella piccola sala della Valtravaglia, il film «La mattina scrivo». Andrà in scena oggi, sabato 16 maggio, alle ore 21, e domani, domenica 17 maggio, alle ore 16 e alle ore 18, presso il cinema Mignon di Grantola.

Il film, del 2025 e presentato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è co-scritto e diretto dalla regista francese Valérie Donzelli e porta sul grande schermo la storia di Paul Marquet, fotografo di successo che, arrivato all’apice della propria carriera, decide di abbandonare il lavoro per dedicarsi alla scrittura. Una scelta tutt’altro che semplice. Paul si ritrova infatti a dover rinunciare alle sicurezze economiche costruite negli anni e ad accettare lavori occasionali per riuscire a mantenersi, cercando contemporaneamente di difendere il tempo necessario alla propria attività di scrittore. Una condizione che lo porta progressivamente a confrontarsi con la precarietà, la solitudine e con il giudizio delle persone che lo circondano.

Ho avuto modo di vedere il film (in verità anche di leggere il libro) e, proprio per questo, trovo interessante soffermarmi su ciò che si trova oltre la trama. La mattina scrivo, infatti, non racconta semplicemente la storia di un uomo che vuole diventare scrittore: racconta il prezzo che può avere la decisione di dedicarci a ciò che amiamo veramente.

Il film è tratto dal libro autobiografico «À pied d’œuvre» di Franck Courtès, pubblicato in Italia con il titolo «La mattina scrivo». Courtès aveva realmente abbandonato la propria attività di fotografo professionista per dedicarsi alla scrittura, scelta che costituisce il nucleo più interessante dell’opera. La storia non presenta quindi l’artista bohémien come una figura romantica e idealizzata: al contrario, mostra con una certa ironia quanto possa essere concreta e persino materiale la sopravvivenza di chi decide di dedicare la propria giornata alla creazione.

Paul, infatti, non vive soltanto di ispirazione. Deve trovare lavori, spostarsi, fare il tuttofare, guadagnare abbastanza per mangiare e affrontare le spese quotidiane. Il tempo della scrittura deve essere letteralmente ritagliato dalla necessità di sopravvivere. È proprio questo aspetto ad avermi colpita maggiormente: la scrittura non viene presentata come un’attività nobile separata dalla realtà, ma come qualcosa che entra continuamente in conflitto con essa.

Un altro elemento che emerge con forza è la solitudine. Attraverso i lavori occasionali, Paul entra nelle case di persone sconosciute e ne osserva gli ambienti, le abitudini, gli oggetti e i rapporti. Sono incontri apparentemente casuali che diventano piccoli frammenti di un’umanità molto più ampia. E dietro situazioni anche ironiche emerge spesso la stessa sensazione: quella di una solitudine profonda, non necessariamente evidente e proprio per questo ancora più difficile da raccontare.

Anche dal punto di vista cinematografico ho trovato interessante il lavoro di Donzelli. Negli ultimi anni mi è capitato di apprezzare particolarmente il cinema d’autore europeo, spesso meno levigato rispetto alla maggior parte della produzione mainstream e più interessato alle persone nella loro concretezza. Ci sono volti, ambienti e imperfezioni che contribuiscono a rendere i personaggi più vicini alla realtà che all’immagine cinematografica convenzionale.

E forse è anche per questo che una piccola sala come quella del Mignon può essere il luogo ideale per un film del genere. In sale di questo tipo capita spesso di trovarsi in pochi, ma quell’esiguità può trasformarsi in qualcosa di particolare: una sorta di condivisione silenziosa tra sconosciuti, accomunati per un paio d’ore dalla stessa storia.

«La mattina scrivo» è quindi un film che può essere letto come la storia di una scelta artistica, ma anche come una riflessione sul lavoro, sul bisogno di creare e sulla difficoltà di trovare un posto nel mondo quando si decide di seguire una strada che non offre garanzie. E, soprattutto, lascia una domanda che non ha bisogno di una risposta immediata: se avessimo la certezza che ciò che amiamo fare non ci renderà né ricchi né famosi, continueremmo comunque a farlo? E, soprattutto, che cosa siamo disposti a perdere per poter fare ciò che sentiamo veramente nostro?

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