Svizzera | 8 Agosto 2025

Dazi e Svizzera, quanto sono esposti i cantoni?

La bilancia commerciale con gli USA penalizza alcuni cantoni più di altri, meno il Ticino in percentuale, mentre la stampa interna descrive “una Svizzera sotto shock”

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Non si placano in Svizzera le forti preoccupazioni a 24 ore di distanza dall’entrata in vigore dei dazi al 39% con gli Stati Uniti, anzi, se possibile, crescono. Secondo una anticipazione del Financial Times, gli Stati Uniti hanno introdotto tariffe doganali anche sul metallo prezioso, raffinato in gran parte in Svizzera, in Ticino in particolare.

Le associazioni di categoria di diversi ambiti professionali hanno fatto sentire forte la loro voce all’esecutivo federale, chiedendo un passo in più. Vi sono cantoni, come il “piccolo” Nidvaldo, dove la metà delle merci esportate va negli USA ed è, proporzionalmente, il cantone più esposto perché hanno sul loro territorio la produzione di un settore specifico aeronautico, di velivoli molto richiesti negli Stati Uniti.

Ma quali gli altri cantoni più toccati? Una risposta la forniscono le statistiche ufficiali, riprese da un approfondimento della Radiotelevisione della Svizzera Italiana (RSI) che ci dicono che nei Grigioni il 14% delle esportazioni va verso gli Stati Uniti, mentre in Ticino – se escludiamo l’oro – la quota è del 10%, poco meno di Zurigo. Se in percentuale Nidvaldo è davanti a tutti, in termini assoluti c’è Basilea Città, dove le esportazioni verso gli Stati Uniti pesano per 20 miliardi di franchi, con un settore chimico-farmaceutico che però per il momento non è ancora toccato dai dazi. Vi è poi Neuchâtel con 5 miliardi e mezzo di franchi, con quasi un terzo delle esportazioni dirette verso gli Stati Uniti, mentre seguono con una quota di circa il 20% Vaud, Argovia e Vallese. Come detto, per il vicino Ticino le imprese più colpite saranno quindi quelle dell’industria elettronica, metallurgica e metalmeccanica.

La Camera di commercio ticinese è in contatto con una quarantina di aziende del territorio che si stanno muovendo in cerca di soluzioni e il suo presidente, Luca Albertoni, ha parlato della questione ai microfoni della trasmissione di approfondimento della RSI, Seidisera. «Molti hanno già cominciato a contattare fornitori e clienti – ha dichiarato Albertoni alla trasmissione svizzera, questo “per capire, ad esempio, se è possibile ripartire sui vari attori la maggiorazione dei costi». Questo per fare in modo che le imprese svizzere «non debbano sopportare tutto», ma «che anche quelle americane se ne prendano carico». Inoltre, bisogna anche valutare quanto «può essere riversato sui consumatori».

Le opzioni sono molte: alcune aziende «stanno anche valutando il trasferimento di qualche linea produttiva», altre invece «il ritiro dal mercato americano». La possibilità di allungare a 24 mesi il lavoro ridotto è valutata dallo stesso Albertoni La bilancia commerciale con gli USA penalizza alcuni cantoni più di altri, meno il Ticino in percentuale, mentre la stampa interna descrive “una Svizzera sotto shock” un cerotto molto importante per una situazione che si spera transitoria». Chiaramente quanto sta avvenendo provoca timori interni ma anche nelle regioni di frontiera, non solo quella a sud, per la presenza di centinaia di migliaia di lavoratori francesi, tedeschi ed italiani che ogni giorno vanno in quelle aziende a lavorare.

Le reazioni della stampa svizzera

“Una Svizzera sotto shock”: i dazi del 39% sui prodotti svizzeri suscitano aspre critiche nei media svizzeri da nord a sud del Paese. I commentatori mettono in discussione la strategia del Consiglio federale, ma rimangono fiduciosi che la crisi possa avere un epilogo positivo.

Con i dazi doganali del 39% da parte degli Stati Uniti, la Svizzera “cade dal piedistallo e vede la sua economia tremare” e “constata la sua debolezza e il suo isolamento a livello mondiale, scrive il quotidiano romando Le Temps. Puntando sulla distensione, la presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter è stata “ridicolizzata dal potentato americano”, giudicano i giornali di lingua tedesca del gruppo Tamedia.

La Svizzera ha adulato abbastanza il “grande capo onnipotente” degli Stati Uniti. “Gli ultimi giorni lo hanno dimostrato: osare affrontare Trump è pericoloso, ma fidarsi di lui lo è ancora di più”. “Giovedì, quando il Consiglio federale è venuto a spiegare il fallimento dei negoziati con gli Stati Uniti, abbiamo visto soprattutto un esecutivo svizzero ancora scosso dalla brutta notizia”, osservano la Tribune de Genève e 24 Heures.

«Si percepiva chiaramente tutta l’impotenza di un governo di un piccolo Paese di fronte all’arbitrarietà e alla dimostrazione di forza di una grande potenza». Sempre i giornali della regione del Lemano si dimostrano tuttavia vicini al pensiero dell’esecutivo federale secondo il quale non bisogna trovare un accordo a tutti i costi con Trump, fiduciosi che l’economia svizzera non affonderà. Un pensiero espresso anche dall’autorevole Neue Zürcher Zeitung, per la quale i dazi americani sono certamente scandalosi, ma non catastrofici. Ora, questo è il pensiero della maggioranza dei commentatori esperti di economia e politica, serve un piano B.

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