Castelveccana | 30 Luglio 2025

Due nuove specie di pesci fossili scoperte tra Castelveccana, Valcuvia e le Dolomiti

Il luinese Massimiliano Andreetti tra gli autori dello studio pubblicato su Geobios, che rivela nuove scoperte nel Varesotto e sulle Dolomiti risalenti a 240 milioni di anni fa

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Sette nuove specie di un minuscolo pesce fossile del Triassico medio (247–237 milioni di anni fa) sono state recentemente descritte da un team internazionale di paleontologi guidati dal prof. Andrea Tintori. Tra gli autori figura anche il luinese Massimiliano Andreetti. La ricerca è parte del progetto di dottorato di Davide Conedera dell’Università di Padova, e prende spunto dai ritrovamenti sul Monte Civetta, nel sito Pelsa/Vazzoler, scoperto circa dieci anni fa proprio dal prof. Tintori.

Una delle nuove specie, denominata Habroichthys flaviae, proviene dalle pendici sopra Castelveccana. Gli esemplari studiati furono raccolti circa vent’anni fa da Andreetti e Tintori. Questo piccolo pesce, lungo meno di 3 centimetri, si è conservato in ottimo stato, permettendo così un’analisi dettagliata della sua anatomia e delle differenze rispetto ad altre specie del genere.

I pesci fossili analizzati risalgono al Ladinico, un’epoca in cui la Lombardia occidentale, come le attuali Dolomiti, era un mare tropicale caratterizzato da piattaforme carbonatiche, lagune e bacini profondi. La Valcuvia e la Valtravaglia, a ovest del celebre Monte San Giorgio – oggi Patrimonio UNESCO – erano parte di uno di questi bacini. Qui, i fondali privi di ossigeno hanno permesso la perfetta conservazione degli organismi marini, inclusi pesci e rettili, spesso in connessione anatomica completa.

Nello stesso studio sono descritte altre sei specie dello stesso genere, due delle quali provenienti dalle Dolomiti e quattro dalla Slovenia. Il genere Habroichthys, istituito nel 1939 a partire da ritrovamenti sul Monte San Giorgio, è oggi documentato anche in Cina, dimostrando una vasta distribuzione geografica.

Una delle peculiarità di questi pesci è la presenza di scaglie molto alte sui fianchi, una caratteristica morfologica ancora oggi poco compresa, dato che nessuna specie attuale mostra simili strutture. Inoltre, si osserva un marcato dimorfismo sessuale: i maschi presentano una pinna anale modificata, probabilmente utilizzata per facilitare la fecondazione delle uova durante un contatto ravvicinato con le femmine.

Questo gruppo fossile si distingue anche per l’elevata biodiversità, con numerose specie presenti in aree ristrette e in tempi geologici molto brevi. Nel sito dolomitico di Pelsa/Vazzoler, ad esempio, in uno strato di soli 6 cm sono state individuate due specie conviventi. Le evidenze suggeriscono un comportamento gregario, con individui rinvenuti in gruppi numerosi sulla stessa superficie fossile.

Essendo privi di denti e dotati di una grande testa rispetto al corpo, questi pesci si nutrivano probabilmente filtrando plancton e particelle organiche, nuotando con la bocca aperta.

Lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale Geobios, è accessibile liberamente a questo link: leggi l’articolo completo.

Queste scoperte confermano che anche il Varesotto, oltre al Monte San Giorgio, conserva un importante patrimonio paleontologico, ancora in gran parte da esplorare e valorizzare.

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