In occasione del Cadegliano Festival – Piccola Spoleto, che ha animato in questi giorni le vie del paese con le diverse voci dell’arte – e al quale ho partecipato in qualità di “inciampatrice” per una delle performance pomeridiane dirette da Roberto Gerbolés – allo spettacolo delle 21 ho avuto modo di vedere in scena, per l’ennesima volta, Silvia Priori, attrice, regista e direttrice artistica di Teatro Blu, da oltre trent’anni anima instancabile della scena culturale tra le Alpi e il mondo.
Interpretava Antigone, la sua ultima creazione, con una fierezza quasi feroce, e al tempo stesso con una grazia quasi soprannaturale, tanto da farti domandare se prima di entrare in scena – o meglio – prima di uscire nel giardino di Villa Menotti, non avesse per caso invocato lo spirito dell’eroina di prendere possesso di tutte le sue facoltà.
Una volta “scesa” dal palco, mi sono avvicinata e le ho chiesto di farsi intervistare. Due giorni dopo, ci siamo date un appuntamento telefonico durante il quale, con voce appassionata, Silvia ha raccontato la sua arte come gesto politico, spirituale e quotidiano, mettendo in luce la trama di quei fili sottili che legano il pensiero alla scena, la vita al teatro.
Partiamo dagli eventi che ruotano attorno a Teatro Blu. Il tema della scorsa edizione di “Terra e Laghi” era la prudenza, l’uso del pensiero che guida all’azione. Dicevi che il teatro permette di condividere un momento di alto pensiero. Quest’anno invece qual è l’idea guida del Festival?
Esatto, il tema dello scorso anno era la prudenza, una prudenza intesa come vigilanza sì, ma anche come forma di audacia, un andare oltre nonostante i rischi, come Ulisse davanti alle colonne d’Ercole, che pur intuendo chiaramente il pericolo, decide di proseguire. Quest’anno invece il tema è l’inclusione: inclusione intesa come abbattimento di barriere e confini, come aggregazione di persone, di linguaggi, al di là delle provenienze geografiche o sociali e delle differenze di pensiero. In parte ricollegandosi al tema precedente, il Festival si propone come un contenitore per accogliere idee ed etnie diverse, dove ogni spettacolo rappresenta un’occasione per travalicare i confini e unire le persone, facendo dialogare le arti stesse.
Infatti i vostri spettacoli sono spesso un connubio di diverse forme artistiche: dalla danza alla pittura, dalle proiezioni multimediali alle arti circensi. Cosa permette di dire questo incontro tra le arti, che il teatro da solo non direbbe?
Beh, questa è un po’ la base della nostra poetica: un dialogo armonioso tra diverse discipline artistiche, che poi si riflette a un livello più ampio, umanitario. Il tema dell’inclusione è già trasversale a ogni nostra creazione, da “Tango di periferia” che parla di immigrazione e della nascita del tango, dove si dice che «la mischia dei popoli non solo è inevitabile ma è anche feconda», a Shabbes Goy, dove si afferma invece che «è solo attraverso l’amore che si può creare una breccia nel muro che ci separa gli uni dagli altri». In tutti i nostri spettacoli c’è questa dimensione di incontro e di apertura all’altro, quindi l’inclusione è davvero il tema cardine attorno al quale si sviluppa tutta la nostra attività di produzione, di programmazione, di circuitazione, ma anche di formazione.
Il Cadegliano Festival – Piccola Spoleto ricorda ogni anno Giancarlo Menotti, che è stato definito «l’eroe dei due mondi», per via del suo desiderio di fare un’arte che unisse Europa e America. Non a caso, la sede di Teatro Blu si trova proprio a Villa Menotti. Sembra che tu abbia un po’ raccolto la sua eredità. Cos’è che ti lega a lui, personalmente?
Io sono legatissima al maestro Menotti. È stato un mentore, un maestro, ma anche un uomo estremamente generoso, perché in fondo anche lui ha messo da parte sé stesso in nome dell’arte, per donare a Spoleto quello che poi è diventata, trasformandola da un paese di contadini in una città conosciuta da tutto il mondo. Era lungimirante: ha capito che l’arte ha il potere di unire e cambiare il mondo. È stato davvero un uomo di grandi ideali e di grandi virtù, un genio che ha rivoluzionato l’opera lirica, perché è stato il primo a mettere sullo stesso piano il contenuto dei libretti con la musica, mentre in precedenza il testo era sempre subordinato all’idea musicale. Io sono venuta in contatto con lui casualmente, in realtà: nel 1992 abitavo a Milano ma lavoravo in Svizzera, e stavo cercando un luogo dove abitare che fosse equidistante da entrambi. È stato allora che ho trovato quella che poi ho scoperto essere la sua casa natale. Il maestro l’aveva messa in mano ad un’agenzia immobiliare, ma quando ho saputo di lui l’ho contattato immediatamente, presentandomi, e da lì è nata la nostra amicizia, un legame artistico che va al di là di tutto. Fu lui a dirmi: «Ricordati, Silvia, che un artista non deve essere solo il giullare della società, ma deve esserle utile». Per questo aveva fondato il Festival dei Due Mondi di Spoleto, e per lo stesso motivo io incominciai già nel 1994 a organizzare i miei primi festival, di cui lui fu il padrino. Sai, io in questo momento sto camminando nel parco di Villa Menotti: calpesto la terra che calpestava lui, poso lo sguardo dove lui ha posato il suo… È quasi inevitabile per me seguire le sue orme. Quindi, sì, in questo senso io mi sento un po’ l’erede spirituale del maestro Menotti, sono già stata definita così: a New York mi hanno persino ringraziata per aver creato un festival in sua memoria, perché nessuno al mondo lo ricorda in questa forma, nemmeno in Italia, il che è davvero un peccato.
Nei tuoi spettacoli hai portato in scena icone potenti della femminilità: dal triduo mitico di Antigone, Elena e Cassandra, alle grandi figure dell’opera lirica come Carmen, Butterfly, Traviata. Quale di queste donne senti più vicina a te o ami interpretare in modo particolare?
È difficile rispondere a questa domanda. Nel momento stesso in cui io scelgo di rappresentarle è perché sento un’enorme empatia con i personaggi stessi. Quando ricerchi un personaggio, devi scavare dentro di te per trovarlo, e a quel punto scopri che è già parte di te, una fonte di ispirazione inesauribile. Io sono Carmen sì, ma sono anche Cassandra e Antigone, sono tutte loro. Quale sia poi la mia preferita da portare in scena, beh, forse è sempre l’ultima creazione, perché ce l’ho ancora nelle viscere, è una fresca scoperta di cui mi sono da poco innamorata. In questo caso è Antigone, che è un personaggio straordinario, perché lotta contro l’ingiustizia e il potere dello stato che a volte è iniquo, mentre lei vuole seguire le leggi del cuore, quelle leggi che non serve scrivere sulla pietra, perché sono già inscritte dentro l’essere umano. È un personaggio fortissimo, una donna ribelle e rivoluzionaria, fuori da ogni schema, soprattutto per la sua epoca.
A Napoli, recentemente, in qualità di cofondatrice della rete nazionale ILLUMINA per la parità di genere in campo artistico, hai detto di voler mettere in luce la “grazia e gentilezza della donna”. Come pensi che si possa raccontare oggi il femminile senza scivolare nei cliché?
C’è un passaggio nella mia Antigone, dove lei si chiede: «se il mondo fosse stato in mano alla grazia femminile, al suo intuito, al suo veder oltre, alla sua eleganza, alla sua dolcezza, al suo essere magicamente madre… allora forse l’amore e la pietà governerebbero sul genere umano?». Questa è la domanda fondamentale. Che non vuol dire in mano alle donne, ma a quel sentire femminile che in realtà è presente anche nell’uomo. Oggi viviamo in un’epoca in cui c’è una sorta di confusione tra femminile e maschile. Sicuramente la nostra cultura ha un’impronta patriarcale, dove la donna spesso si trova ancora relegata ai margini, e questo è un dato di fatto, i numeri parlano chiaro: le posizioni apicali in politica, in economia… sono ancora per la maggior parte in mano agli uomini. Ma quello che serve non è una reazione al maschile da parte delle donne, ma un tipo di rivoluzione propriamente femminile, che è sì un battersi, come faccio io quotidianamente con i miei spettacoli, ma per far emergere quelle che solitamente sono peculiarità femminili, come la lungimiranza, l’intuito, la cura amorevole, la presenza costante, a volte anche silenziosa.
Tu poi sei anche madre di tre figli. Come ti ha cambiata l’esperienza della maternità, specialmente in relazione al tuo mestiere?
Essere madre ha cambiato tutto per me. Ha cambiato il mio modo di fare teatro, di agire, di comporre la giornata… tutta la mia vita. Ed essere madre di tre figli maschi per me è un’enorme responsabilità, non tanto perché siano maschi, ma perché bisogna educarli a formare la società, proprio nel senso di darle una forma che rispecchi i principi che io cerco di trasmettergli: il rispetto e l’uguaglianza, sì, ma anche la grazia, che è un tipo di bellezza interiore prima che esteriore. Dopotutto la donna dà la vita e quindi ha un’innata propensione al preservarla, al prendersene cura, e così facendo crea, informa, costruisce il futuro. Queste sono qualità che devono essere messe in luce e venire celebrate, specialmente ora che vediamo uomini al potere che vogliono la guerra, cioè la distruzione totale dell’altro, che però al tempo stesso è un distruggere la propria umanità. Per questo è così importante che noi madri cerchiamo di educare i nostri figli a riconoscere il valore del sentire femminile e aiutarli a farlo emergere in loro stessi, perché non si tratta di una fragilità, ma di una forza che rende l’uomo più completo. E il mio teatro serve anche a questo.
Passiamo ora a qualche domanda di carattere più filosofico. Io ho da poco scritto un progetto di ricerca che mira a esplorare il concetto di sublime occidentale in relazione a quello di fiore giapponese come evento scenico. Entrambi infatti evocano qualcosa di ineffabile, trasversale alle culture, un sentore di infinito che trascende la scena e rapisce lo spettatore. Sapresti dirmi che forma ha per te il sublime sul palco? Lo hai mai percepito accadere mentre recitavi?
Sì, assolutamente. È qualcosa che non sempre accade, ma che io ricerco sempre. Una sorta di sublimazione della realtà, un ritrovamento di sé e degli altri attraverso un processo catartico. Il palcoscenico è un luogo sacro, che ti permette di travalicare il confine con la realtà quotidiana per trovare una verità. E nel teatro si ricerca appunto la verità, questa sublimazione del reale che si raggiunge solo compiendo un salto al di là dello spazio e del tempo. Questo momento “sublime” – quando si raggiunge – lo si raggiunge con tutto: tutto quello che si è, ma anche con coloro con cui si divide la scena, e poi ovviamente col pubblico. Lo si raggiunge insieme a tutti, perché in quel momento è come se il tuo corpo diventasse un diapason: da una parte ci sei tu che vibri, e dall’altra il tuo pubblico che vibra con te. Si realizza perciò una sorta di unione a partire da questa vibrazione, che però nasce solo se trovi una verità. Se riesci a raggiungere quella dimensione trascendente, allora davvero catturi, ma vieni anche catturato: ti inebri di quell’euforia che scaturisce dal cavalcare quel momento di verità.
Dopo il tuo ultimo spettacolo, più di una persona – sapendo che ti avrei intervistata – si è raccomandata: «Chiedile come fa a fare quello che fa. Da dove le viene quella forza, quella grazia, quel fuoco». Allora te lo chiedo: che cosa ti guida, quando sali sul palco? Hai un piccolo rituale prima di entrare in scena?
Sì, un rituale c’è, perché il teatro è un tempio, un luogo sacro, e prima di entrarci bisogna purificarsi. Ecco, io mi purifico attraverso il respiro. Il respiro lava, in qualche modo, rende vuoti, e il vuoto è fondamentale per poter accogliere. Noi attori, in fondo, non siamo nient’altro che dei canali attraverso i quali passa l’arte. In questo senso io sento di servirla l’arte: il mio compito è solo quello di purificare il canale affinché la trasmissione sia il più limpida e diretta possibile. È una connessione che devi avere prima di tutto con te stesso. Se non sei in contatto con il nucleo più profondo di te, con la tua essenza, non potrai esserlo neanche con l’altro. In qualche modo devi aggrapparti a te, allontanarti da tutto ciò che ti circonda e che spesso è anche un po’ vacuo, banale. Questo è necessario per poter fare buio dentro di te e metterti in ascolto, in silenzio. E a volte non senti niente, a volte invece vivi tutto.
Quindi qual è la qualità più importante per un attore, secondo te? Su cosa dovrebbe lavorare maggiormente?
La cosa più importante è sapersi mettere a disposizione dell’arte. La vanità, la gloria, il successo… sono cose ridicole, non c’entrano nulla col teatro; se un attore insegue la fama ha proprio sbagliato strada. Un attore deve mettersi al servizio dell’arte con enorme umiltà, se vuole arricchirsi come artista e poi essere in grado di donare agli altri. Bisogna dimenticarsi di sé stessi, fare il vuoto – come dicevo prima – per poter accogliere tutte le forme. Quello che conta è sempre l’intenzione dietro la battuta, non le parole che si dicono. In questo senso il testo è quasi superfluo, perché se le intenzioni sono chiare, il messaggio passa comunque. L’attore deve togliersi di mezzo e porsi al servizio dell’intenzione, della verità che vuole trasmettere. Altrimenti finirebbe col portare in scena la propria vanità, e il protagonismo non è mai interessante, anzi è banale. Se vuoi elevarti, devi sparire.
Tu sei un’artista che, anche nella vita, ha saputo abitare ruoli diversi: sei attrice, regista, drammaturga, organizzatrice, insegnante… Che consiglio daresti a una giovane donna come me che coltiva il desiderio di vivere “tante vite in una sola”, ma teme di non farcela a tenere insieme tutto?
Ti direi quello che mi ha detto mio padre: volere è potere. Insisti, persisti e conquisti. Passo dopo passo, formandoti e collezionando il maggior numero di esperienze lavorative possibili. Io ho frequentato la scuola del Piccolo Teatro di Milano in anni felici, quando c’era come direttore Renato Palazzi, che ogni due mesi invitava registi molto diversi, da Moni Ovadia a Massimo Castri, Luca Ronconi e tanti altri. Nei tre anni che ho passato lì ho avuto modo di entrare in contatto con questi grandi artisti della scena internazionale e ognuno di loro ha gettato un seme in me. Poi sta ad ognuno di noi il prendersene cura, coltivandolo perché alla fine cresca qualcosa e dia frutto.
Avrei un’ultima domanda, “bonus” diciamo, di cui però credo di intuire già la risposta: c’è mai stato un momento in cui hai pensato di lasciare il palcoscenico?
…No. Direi di no, perché il teatro è come una droga per me, una dipendenza. Anche se poi, durante il lockdown, ho sperimentato che sto bene anche senza, eh. Ma la mia è una scelta quotidiana, cioè io potrei lasciarlo anche domani, ma non lo faccio. Io scelgo il teatro ogni giorno. E lo scelgo per diversi motivi: per urgenza, per piacere, per desiderio… per curiosità. E per passione, soprattutto. Per vocazione.
Oggi Teatro Blu è capofila di una rete che coinvolge oltre 50 comuni e che dà vita a uno dei più grandi festival transfrontalieri d’Europa: Terra e Laghi – Festival Internazionale di Teatro nell’Insubria e nella Macroregione Alpina, giunto quest’anno alla XIX edizione, che quest’anno porta, nell’arco di sei mesi, 78 spettacoli tra Italia e Svizzera. Per conoscere il calendario completo del Festival e le altre attività di Teatro Blu è possibile visitare i siti web ufficiali www.terraelaghifestival.com e www.teatroblu.it.
Nota dell’autrice: Mentre scrivevo queste righe, un uccellino è entrato dalla finestra e ha attraversato in volo la stanza. Dopo qualche tentativo di fuga, si è posato sulle mie dita, tremante e fiducioso al tempo stesso. Allora, lentamente, l’ho accompagnato fuori, e lì è volato via. Un’apparizione lieve, inattesa, quasi simbolica: un messaggero tra i due mondi, forse, e il pensiero è corso subito a Giancarlo Menotti, che con la sua eredità visionaria continua a ispirare il lavoro di Silvia.
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