Proseguono anche questo weekend le proiezioni de Il mio giardino persiano al cinema Mignon di Grantola, film iraniano diretto da Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha che, arrivato nelle sale italiane nel 2025, ha conquistato una particolare attenzione internazionale a partire dalla sua partecipazione alla Berlinale 2024.
Da oggi, venerdì 28 febbraio, fino a domenica, sarà dunque ancora possibile vedere sul grande schermo questa delicata e sorprendente storia ambientata nella Teheran contemporanea. Le proiezioni sono previste alle 21 di oggi e di domani, sabato 1 marzo, mentre domenica 2 marzo il film sarà proiettato alle 16 e alle 18.
Non è un caso che Il mio giardino persiano abbia fatto parlare di sé già alla Berlinale: presentato in concorso con il titolo internazionale My Favourite Cake, il film ha ricevuto sia il Premio della Giuria Ecumenica sia il premio FIPRESCI della critica internazionale. La sua storia, apparentemente piccola e quotidiana, diventa infatti il punto di partenza per raccontare qualcosa di molto più grande: il desiderio di libertà e di felicità di una donna in una società in cui anche i gesti più normali della vita privata possono entrare in contrasto con le regole imposte.
La protagonista è Mahin, una donna di 70 anni che vive sola a Teheran, dopo la morte del marito e la partenza della figlia per l’Europa. Durante un pranzo con alcune amiche, la conversazione porta Mahin a riflettere sulla propria solitudine e a decidere di uscire dalla routine nella quale si è ormai rinchiusa. L’incontro casuale con Faramarz, un tassista della sua età, apre così la strada a una nuova possibilità: quella di innamorarsi, o semplicemente di concedersi ancora una sera di compagnia, leggerezza e desiderio.
Ed è proprio qui che il film diventa particolarmente interessante. Moghaddam e Sanaeeha scelgono di raccontare la condizione femminile iraniana non attraverso una grande storia politica, ma attraverso la normalità. Mahin cucina, ascolta musica, parla con le amiche, beve, ride, si innamora e decide di invitare un uomo a casa propria: gesti ordinari in moltissimi contesti, ma che nel film assumono un significato di libertà proprio perché avvengono all’interno di una società fortemente regolata. La stessa regia nasce, del resto, da un’attenzione dichiarata alla vita quotidiana delle donne della classe media iraniana e alla loro solitudine.
La storia del film si intreccia inoltre con quella dei suoi stessi autori. Moghaddam e Sanaeeha, infatti, non poterono recarsi a Berlino per accompagnare il film alla sua première internazionale, perché le autorità iraniane avevano confiscato i loro passaporti. Una circostanza che rende ancora più significativo il contrasto al centro della pellicola: da una parte le regole e i divieti della vita pubblica, dall’altra quello spazio intimo nel quale Mahin prova, almeno per una notte, a riprendersi la possibilità di scegliere per sé.
Il mio giardino persiano è così una storia d’amore, ma anche un film sulla possibilità di ricominciare quando si pensa che sia ormai troppo tardi. E lo fa senza rinunciare all’ironia e alla leggerezza: il cibo, la musica, il vino, il giardino di casa e soprattutto la presenza dei due protagonisti diventano gli strumenti attraverso cui una serata apparentemente qualunque si trasforma in qualcosa di prezioso. È forse proprio questa semplicità a rendere il film così potente: dietro la storia di Mahin e Faramarz c’è una riflessione sulla libertà, sulla solitudine e sul diritto, universale, di sentirsi ancora vivi e desiderati.
Trama: un pomeriggio, dopo un pranzo con le amiche, Mahin decide di rompere la sua routine solitaria e di riaprirsi all’amore. L’incontro inaspettato con Faramarz, un tassista della sua età, si trasformerà in una serata indimenticabile. Tra musica, risate, cibo e confidenze, i due ritroveranno una libertà che sembrava ormai appartenere al passato, mentre fuori dalle mura di casa continuano a incombere le regole della società iraniana.
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