Quarantaquattro suicidi avvenuti dietro le sbarre dall’inizio del 2024. E la notizia del 45esimo (un giovane che si è impiccato nella sua cella a Novara) è arrivata oggi, giovedì 20 giugno, mentre a Villa Mirabello, a Varese, era in corso l’incontro voluto dalla Camera Penale per lanciare un appello: «Fermare la scia di sangue», e parlare degli interventi che servono urgentemente per cambiare le cose.
Proposte come amnistia, accesso alla liberazione anticipata in modo più rapido, un maggior ricorso alle misure alternative al carcere, e poi il grande e complesso argomento della riqualificazione delle strutture carcerarie, per dare senso e dignità alla vita dei detenuti.
Temi elencati dall’avvocato Fabio Margarini, presidente della Camera Penale, e poi approfonditi dai numerosi ospiti, tra cui la dottoressa Giulia Vassalli, magistrato di sorveglianza del Tribunale di Varese: «Le esperienze extra murarie hanno quasi sempre esito positivo», ma rimane il problema della gestione di chi non ha le risorse per accedere a misure diverse dal carcere. E per questo si ritrova in cella.
L’attenzione all’umore del detenuto e al suo approccio alla quotidianità è un altro tema centrale, soprattutto se si inquadra il fenomeno dei suicidi in carcere sotto il profilo della prevenzione. Lo ha spiegato il dottor Franco Grillo, psichiatra che opera alla casa circondariale di Varese: «Gli operatori del carcere devono prestare particolare attenzione ai momenti a ridosso di un processo, a quelli che seguono una condanna, così come ai primi mesi di detenzione e ai mesi che precedono la scarcerazione, ma anche alla diagnosi di una malattia severa o alla perdita di un parente stretto».
I numeri fanno riflettere: 16 suicidi, dall’inizio del 2024, tra detenuti in attesa di giudizio; un tasso di suicidi in carcere pari a 8,7 casi su 10mila detenuti, a fronte di 0,66 casi su 10mila cittadini liberi (il dato è del 2019); circa 60mila detenuti a fronte di una capienza massima dei penitenziari in Italia che si ferma a circa 51mila posti.
C’è il problema delle malattie psichiatriche, non gestite adeguatamente in carcere, anche per via dei soggetti malati e socialmente pericolosi che dovrebbero stare nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, dove i posti non bastano a gestire i casi; e c’è il problema delle condizioni di vita delle donne detenute. Tema, quest’ultimo, affrontato dall’avvocato Elisabetta Brusa, membro della Commissione carcere dell’Organismo congressuale forense: «Ci sono quasi 3mila detenute in Italia, e solo 4 case circondariali dedicate alle donne. Celle e servizi sono pensati per gli uomini, e attualmente la donna detenuta fatica a gestire aspetti essenziali come l’igiene personale. Dobbiamo parlare di questi problemi. E’ il primo modo per capire come risolverli».
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