Alto Varesotto | 8 Giugno 2024

Le molte vite di Giulio Ebagua: «Ora ho un negozio a Laveno»

Il bomber con più gol nella storia del Varese si racconta, dal suo arrivo grazie a Sogliano all'addio per andare al Torino. «Sul lago Maggiore mi sono reinventato»

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(Claudio Ferretti, dal sito www.varesenoi.it) Osarimen Giulio Ebagua, 38 anni e re dei bomber di ogni tempo in maglia biancorossa. E una frase che fa capire tutto l’amore per il bianco e per il rosso fusi insieme, anche quello non detto, anche quello che non è emerso dai gol da leone dell’area, o dai ritorni nei bassifondi dopo aver accarezzato la Serie A, o dalle lacrime, o dai litigi, o dai silenzi: «Ogni volta che il Varese avrà bisogno, io ci sarò…».

Come sei arrivato in biancorosso, Giulio?
Giocavo a San Giusto Canavese: mi è venuto a vedere diverse volte Silvio Papini su indicazione di Sean Sogliano, poi mi ha chiamato per giocare in una corazzata e arrivare in serie B.

Come ti sei trovato a Varese?
Un ambiente meraviglioso, una bella città: mi sono subito sentito a casa. Tant’è vero che poi, nel tempo, ho deciso di rimanerci ancora. Abito a Laveno Mombello, la Portofino del lago Maggiore.

Il rapporto con la tifoseria non è sempre stato roseo.
Quando sono andato a Torino, non lo hanno accettato e qualche momento difficile c’è stato. Qualche errore da parte mia è stato compiuto, ma al mio ritorno nel campionato 2012-2013 si è ristabilito un rapporto di stima. Quello che posso dire è che mi sono sempre impegnato al massimo per onorare la maglia biancorossa.

Sei ritornato al Varese in serie D a fine carriera…
Quando il Varese chiama, io ci sono. In quel momento volevo portare il mio contributo e dare una spinta in un momento difficile e in un’annata complicata.

Ipotizziamo che Sean torni a Varese: tu che fai?
E me lo chiedi. A Sean rispondo subito presente. A dire il vero però anche adesso se hanno bisogno del mio contributo ci sono… il legame è stretto, il cuore è biancorosso. Il Varese lo seguo, anche se non frequento lo stadio, così come seguo i risultati della Varesina.

Dai tempi della tua rete a Gozzano sono passati tre anni e il Varese è ancora in serie D…
La categoria è difficile: se si vuole vincere bisogna fare investimenti, serve programmazione, bisogna costruire uno squadrone, tenendo presente anche qualche imprevisto. Per rendere l’idea, bisogna fare ciò che ha fatto il Como. Poi, senza essere ripetitivi, bisogna rivedere lo stadio. Certo, Varese ha una grande tradizione calcistica e tifosi meravigliosi: sarei il primo ad essere felice di rivedere la città in serie B, ma per arrivarci ci vogliono tempo e costanza.

I momenti più belli vissuti a Varese?
Tanti. Il nostro era un gruppo straordinario, tra noi eravamo molto legati e ci sentiamo ancora spesso con i miei compagni di allora. Il momento più emozionante fu il 3-3 in casa con il Padova nel ritorno della semifinale playoff. Se fosse andata diversamente quella partita, saremmo andati dritti in A: eravamo fortissimi in quel momento.

Il momento peggiore?
Andare via la seconda volta, ho pianto nel dare l’ultimo sguardo alla stadio.

Il rapporto con Neto?
Ribadisco quello che lui ha detto nella recente intervista che ti ha rilasciato. Aggiungerei però un particolare curioso…

Ovvero?
Con Neto ci siamo conosciuti quando lui giocava nell’Itala San Marco e io nel Canavese: finì 2-2 ed entrambi segnammo. Terminato l’incontro, nel salutarci ci scappò questa battuta: “Certo che se una squadra ci prende tutti e due, insieme facciamo faville”. Poi accadde veramente per merito di Sean e di zio Papo a cui sarò sempre molto riconoscente per quello che fa fatto per me, ma soprattutto per tutto il Varese.

Hai avuto tanti allenatori: quali ti sono rimasti dentro?
Dire Sannino è scontato: è un amico stimato, un uomo fantastico sia in campo che fuori. Poi Castori, un vero signore nel suo essere semplice e un uomo del fare: purtroppo qui a Varese pagò per errori non suoi… Dico anche Nicola, un mister che è capace di tirare fuori il meglio dal singolo per ottenere il grande risultato del gruppo. È considerato Mister Salvezza perché sa sempre gestire e portare in porto situazioni difficili e complicate.

I tuoi figli giocano a calcio?
Sì, Sean Luis, che compie 13 anni il 13 giugno, gioca nel Montebelluna ed è un attaccante. Certo che al mio primo figlio dovevo proprio dare quel nome…

Come vedi il calcio di oggi?
Bello, più schematico, veloce ma con meno qualità. Mancano i campioni fuori dagli schemi un po’ imprevedibili. E qualche grande attaccante.

Imprevedibili e fuori dagli schemi come Ebagua?
Non lo so… certo che essere imprevedibili tante volte ti attira addosso qualche contestazione, fa parte del gioco. Poi ci sono giornalisti sportivi come Andrea Confalonieri, di grande onestà intellettuale e schiena dritta. I suoi articoli, che tante volte sembravano duri, mi servivano per farmi riflettere.

Cosa fa adesso Giulio Ebagua?
Seguo il settore immobiliare e, da qualche giorno, ho aperto in via Labiena a Laveno un punto vendita di riparazione e vendita di accessori di telefonia. Nel mio stile mi sono reinventato grazie al mio tutor Franco, che mi ha fatto imparare i segreti del riparare questi apparecchi.

In attesa di allenare?
Di fare tutte e due le cose… allenare in un settore giovanile mi piacerebbe… Chissà, io sono qua.

Sei legato al lago Maggiore?
Sì, molto. Anche grazie ad alcuni amici, ad esempio la zanzara De Luca che ama Angera, e Alessandro Libera: giocavamo insieme a Novara e ci siamo rivisti con piacere a Bari insieme a papà Giacomo, grande attaccante dell’Inter, la squadra di cui sono tifoso da sempre.

Cosa consigli a un giovane?
Sia nello sport che nella vita occorre lottare con tenacia senza dare mai nulla per scontato, credere in quello che si fa e non buttare “mai giù le armi e rilassarsi”, in sintesi evitare di fare quello che ho fatto io a Catania arrivando in serie A. Mi sono sentito arrivato e non ho più dato il massimo di me stesso. (Foto di copertina: Ezio Macchi) 

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