Da trent’anni il rapporto fra nuovi nati e decessi vede la bilancia pendere decisamente dal lato di questi ultimi. Basta guardare i dati del 2023 dove, a fronte di 379mila nascite, le morti sono 661mila: segno di una crisi demografica che pone l’Italia tra i fanalini di coda in Europa in termini di tasso di natalità, sceso a quota 6,4 nati ogni mille abitanti.
Un fenomeno da analizzare a fondo da prospettive diverse e a cui provare a porre un argine per ridurre le conseguenze su economia, sanità e pensioni determinate dal progressivo invecchiamento della popolazione e dallo scarso ricambio generazionale. Un tema che compare anche nei programmi elettorali delle principali liste candidate alle prossime europee, con proposte di vario genere, dall’idea di mettere a disposizione più risorse a sostegno delle politiche genitoriali e demografiche all’equiparazione dei congedi di maternità e paternità.
Come ha spiegato Giampiero Dalla Zuanna, docente di demografia all’Università di Padova (qui un approfondimento), sono però due i fattori principali che provocano la diminuzione dei nuovi nati: per il 60% la minore presenza di donne in età fertile e per il 40% la riduzione delle giovani coppie. Fattori sui quali la politica può ben poco, anche se possono sicuramente risultare importanti misure come quelle sopracitate, oltre ad assegni per i figli, sostegno ai servizi per l’infanzia o alla conciliazione vita-lavoro.
La situazione di declino è ben visibile anche nelle diverse zone del nostro Paese dove, riporta la Fondazione Openpolis che ha elaborato i dati Istat, tra il 2014 e il 2021 il tasso di natalità è diminuito in oltre 5.600 Comuni, ovvero il 71,6% del totale. E in sei Comuni su dieci le nascite risultano addirittura inferiori alla media nazionale.
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