Rancio Valcuvia | 4 Aprile 2024

Alto Varesotto, lupi negli alpeggi: «Ecco come ci si protegge»

Focus sul grande predatore, tra rischi e prevenzione. I consigli agli allevatori del tecnico faunistico Berzi: investire su recinzioni e cani da protezione

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Ci sono diversi modi per proteggersi dall’incursione dei lupi in alpeggio. Ma tutti sono legati ad un concetto di base: se il lupo non trova ostacoli, a pochi giorni di distanza dalla prima predazione ne effettua una seconda. E se non percepisce pericoli tornerà ancora.

Lo ha spiegato il tecnico faunistico Duccio Berzi parlando ad una platea composta da allevatori dell’alto Varesotto, che ieri pomeriggio nella sala civica di Rancio Valcuvia hanno risposto con interesse all’iniziativa voluta da Ersaf, l’Ente regionale per i servizi all’agricoltura e alle foreste (rappresentato sul territorio dal luinese Giorgio De Vincenti), con l’obiettivo di fare prevenzione rispetto al tema del grande predatore.

Un tema che fa discutere e che ad oggi, per quanto riguarda l’alto Varesotto, non deve essere trattato con eccessiva preoccupazione. Sul nostro territorio, ha affermato l’esperto, non ci sono branchi di lupi strutturati e presenti stabilmente. Ma gli spostamenti, anche per decine di chilometri, sono nella natura dell’animale, che potrebbe quindi passare dalle apparizioni sporadiche a quella che tecnicamente viene definita “ricolonizzazione del territorio”, per una specie che dagli anni Settanta ad oggi, nel nostro Paese, è passata da poche centinaia di esemplari a circa 3.300.

Specie protetta e da cui è bene proteggersi, soprattutto se si possiede un allevamento. Come? Con recinti elettrificati, sistemi dotati di suoni e luci (e che grazie all’intelligenza artificiale possono persino essere attivati con il passaggio del lupo), o ancora con l’impiego di cani da protezione. Il pastore maremmano abruzzese, il pastore della Sila: due esempi di quello che in gergo viene definito “cane da guardiania”: attento, perché segue gli animali che deve proteggere, senza vagare per il territorio; leale, perché non fa danni, e in grado di difendere il bestiame che gli viene assegnato.

Tra le slide proiettate da Berzi, il resto dell’identikit del lupo. Foto e video utili per riconoscere il modus operandi, proprio di un “maratoneta” che insegue la preda per lunghi tratti, attacca in branco se si trova davanti a cinghiali, daini e cervi, e che prende di mira soprattutto animali selvatici vecchi e deboli. Gli bastano pochi morsi per prevalere nello scontro; il morso letale colpisce quasi sempre la regione retromandibolare, ed è seguito dalla spartizione della carne tra i membri del branco.

Saper riconoscere questi “segni” è importante, specialmente nei casi peggiori, cioè quando la prevenzione non viene messa in atto o non è servita. Perché, come ha ricordato Berzi, «il rischio zero non esiste», quando si parla di lupo. Esiste però un meccanismo di risarcimenti messo in campo da Regione Lombardia con una apposita polizza per danni provocati dai grandi predatori. Ci si affida agli accertamenti svolti dalla polizia provinciale per capire se sono presenti i requisiti per la richiesta di risarcimento da mandare all’ente superiore, che affianca gli allevatori anche con il Programma di Sviluppo Rurale (PSR), mettendo a disposizione fondi per chi vuole dotarsi di recinzioni e cani per proteggere gli animali.

Gli investimenti servono per tenere alta la guardia, ha ricordato il consulente di Ersaf nella sua lunga e dettagliata analisi: «Se il lupo ha libero accesso a un terreno, torna nell’80% dei casi». E lo fa anche con i cuccioli: torna insieme a loro per insegnargli a predare.

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