Agra | 5 Settembre 2023

Grande successo per la festa della Lupera a Agra, ricordando storia, tradizione e lupi

Tante persone hanno partecipato alla ricorrenza che si celebra ogni anno, coinvolgendo anche la comunità di Colmegna. Una storia che dura da secoli e secoli

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Domenica, 3 settembre, ad Agra, si è celebrata l’annuale festa della Lupera, con la Messa solenne alle ore 10,30 accompagnata dalla locale Schola Cantorum, alla quale hanno partecipato decine e decine di persone provenienti da Agra e dai paesi limitrofi, per una ricorrenza molto sentita dalla comunità.

IL SANTUARIO

Il santuario sorge sulla vecchia mulattiera che da Agra conduce a Colmegna. Meta obbligata per tutti i viandanti che vi transitavano, rappresentava quasi un ponte ideale tra due comunità, legate un tempo anche da un vincolo amministrativo e religioso.

Colmegna, infatti, è stata soggetta al Comune di Agra fino al 1927 ed alla parrocchia di S. Eusebio fino al 1936. Non per nulla nel Liber Cronicus della chiesa sussidiaria di S. Caterina dal 1913 in poi è fatta menzione di un pellegrinaggio annuale dei Colmegnesi al santuario della Lupera, nel mese di maggio.

LE LÜERE

Oggi si parla molto del ritorno del lupo anche in territori vicini ai nostri e della conseguente preoccupazione della gente che vede nel predatore un grave pericolo. Da qui nascono le insidiose trappole disseminate nei luoghi frequentati dall’animale, le lüere appunto.

Lüera deriva senza dubbio da lupo (lüff in dialetto). Le lüére erano profonde fosse mimetizzate, in cui veniva collocata un’esca per attirare il lupo, in modo tale che l’animale potesse entrarvi, ma non uscirne e quindi potesse essere facilmente ucciso. Il diametro ridotto dell’apertura impediva al predatore di trovare punti di appoggio per sottrarsi alla cattura, dopo aver consumato la sua preda.

Di solito nel fondo i pastori e gli alpigiani collocavano le interiora di un agnello o di un capretto come richiamo. Qualche vestigia di questo tipo di trappola si può ancora intravvedere nel VCO, in particolare tra l’area entrata a far parte del Parco Nazionale della Val Grande e la Valle Cannobina e, fino a qualche anno fa, anche nel bosco soprastante il santuario della Madonna della Lupera si poteva scorgere un avvallamento abbastanza profondo, quasi sicuramente una lüéra.

Tracce della presenza dei lupi sui nostri monti sono rimaste nella toponomastica con riferimenti ben precisi. Nella zona boscosa di Colmegna, quasi al confine con Agra, ad esempio, esiste una località chiamata «Ca’ di lüff». Si sa per certo poi che in Valtravaglia, nel 1786, i lupi insidiavano il bestiame e nel 1789 una donna a Mesenzana era deceduta per essere stata morsa da un lupo affetto dalla rabbia.

Nel 1838 il Medoni riferiva, non senza qualche esagerazione, che lupi ed orsi si aggiravano sui monti di Pino e di Tronzano. Ancora, alla fine dell’Ottocento sembra che i lupi avessero fatto strage di 200 pecore in località Ganacce a Monteviasco. Peraltro la cronaca del tempo registrava la presenza vera o presunta di questi animali alle Motte e ad Agra nell’inverno del 1895.

LA TRADIZIONE ORALE

La storia del santuario della Lupera è legata alla tradizione orale, secondo la quale la costruzione della chiesa va attribuita allo scioglimento di un voto da parte degli agresi, improvvisamente liberati, per l’intercessione della Vergine, dal flagello dei lupi, che aggredivano le greggi e destavano un diffuso timore nella gente.

Un branco di lupi avrebbe, infatti, tentato di assalire un gruppo di giovani donne che, attraverso la strada dei Punciònn, tornavano nottetempo dalla filanda di Maccagno. L’episodio in questione potrebbe essere collocato intorno alla metà dell’ottocento, prima dell’ampliamento della chiesa avvenuto nel 1864.

LA VISITA DI S. CARLO

La primitiva costruzione, sotto il titolo di S. Maria delle Grazie, era stata visitata da S. Carlo nel 1578, mentre scendeva verso Colmegna. Nella relazione che ne seguì, vengono indicate le misure del tempio: 20 cubiti in lunghezza e 8 in larghezza, equivalenti a m 9 x m 3,60 circa.

UN AFFRESCO VETUSTO

Ad attestarne l’antichità è inoltre l’affresco che rappresenta la Vergine in trono con in grembo il Bambino. Dalle mani della Madonna si dispiega un cartiglio con la scritta «In gremio Matris sedet sapientia Patris», nel grembo della Madre siede la sapienza del Padre, espressione tipica dei Padri della Chiesa, non estranea alla cultura classica pagana, lo stesso che appare nell’affresco della Madonna di Re, che risale al XIII secolo.

ROCCO E S. SEBASTIANO, SENTINELLE CONTRO LA PESTE

Ai lati i santi Sebastiano e Rocco, quest’ultimo con i consueti attributi iconografici: il bastone puntuto, usato dai pellegrini nelle lunghe marce, la conchiglia, a testimonianza di un improbabile pellegrinaggio a Santiago di Compostela, la bisaccia, con l’essenziale per il viaggio, il sanrocchino, mantello corto di tela che serviva a proteggere dalle intemperie, con le chiavi di S. Pietro sovrapposte, ad indicare la sua permanenza nella città eterna, la piaga, a ricordo della peste contratta dal santo nei pressi di Piacenza, la corona del rosario.

IL RICORDO DELLA PESTE NELLA TRADIZIONE POPOLARE

Del resto, nella stessa Agra, il luogo dove ora sorge il santuario della Madonna del Carmine era denominato «Motta dei Morti», con esplicito riferimento alle vittime della peste, qui sepolte. C’era inoltre una chiesa dedicata a S. Rocco, in seguito demolita.

Un’altra località, non lontana dalla Lupera, chiamata «Moett da cròss», contrassegnata appunto da una croce, per tradizione popolare viene indicata come lazzaretto, nel quale venivano confinati ed in seguito sepolti coloro che avevano contratto il contagio.

UN INSIGNE COMMITTENTE

Alla base dell’immagine di S. Rocco, dopo i restauri dell’affresco del 1995, è emersa una scritta che si riferisce al committente, un certo Magister Donatus de Baionis de Agra, un cognome quello dei Baglioni ancora presente in paese. Anche S. Sebastiano, collocato in posizione simmetrica rispetto a S. Rocco, veniva invocato come protettore contro la peste.

Una preoccupazione dunque ricorrente che esprime il disagio di queste popolazioni rurali, non sufficientemente tutelate dall’isolamento dalle terribili epidemie dei secoli passati, a causa soprattutto delle scarse difese immunitarie, conseguenza di una vita stenta e al di sotto della soglia di povertà. Ma torniamo ai nostri buoni agresi ed al loro voto di cui però non rimane alcuna documentazione scritta.

LUOGO DI CULTO MOLTO IMPORTANTE

Probabilmente fu questa una concausa per l’ampliamento della chiesa, anche se non si può escludere l’esigenza da parte di contadini, pastori, boscaioli che operavano in loco di aver a disposizione un edificio di culto più capiente per le pratiche religiose, senza dover salire fino alla parrocchiale di S. Eusebio, posta sul colle dove ora sorge il monastero delle Romite Ambrosiane.

D’altra parte l’elevato numero di cascinali, molti dei quali ora ridotti a ruderi, talvolta coperti da un’esuberante vegetazione, i numerosi terrazzamenti nelle località circostanti a partire da Novlé, ai Curon, al Pian d’Evén, al Gaggio, al Vignone, ecc. ci riportano ad un tempo in cui le attività agropastorali e l’allevamento del bestiame erano alquanto diffusi, postulando la presenza di un elevato numero di persone in loco.

Lo testimonia il dedalo di sentieri, alcuni dei quali lastricati, che solcavano e solcano tuttora il territorio. È quindi verosimile, considerando le notevoli dimensioni della chiesa, che essa corrispondesse all’esigenza di accogliere una massa crescente di fedeli.

(A cura di Emilio Rossi)

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