Due anni consecutivi di siccità intensa, con piogge e nevicate ridotte e con temperature invernali decisamente fuori dalla norma. Risultato: nelle falde sotterranee le risorse idriche scarseggiano e le prospettive attuali, dopo la grande emergenza con l’acqua della scorsa estate, già preoccupano in vista del ritorno del caldo.
Il tema, al centro del dibattito pubblico, è stato trattato nei giorni scorsi dall’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue con Il Fatto Quotidiano. Il focus del presidente Francesco Vincenzi sul tema di stretta attualità parte da lontano, cioè dalla fine del secolo scorso. Un salto temporale necessario per comprendere la portata – e la gravità – dei cambiamenti climatici in atto.
Fino al 2000, ha spiegato Vincenzi al Fatto, il nostro Paese ha avuto un anno di siccità ogni dieci. Ma dal 2000 ad oggi gli anni di siccità sono stati ben nove. Tra le ripercussioni più pesanti di questo repentino cambiamento c’è lo stato di salute dei laghi. Un anno fa, ha aggiunto ancora il presidente dell’associazione, il riempimento dei maggiori laghi superava il 50%; ora, a inizio marzo, il lago di Garda è al 35% della sua capacità, mentre il lago Maggiore è al 27%.
C’è poi la questione della capacità dei singoli territori di reagire all’emergenza trattenendo l’acqua piovana. Questa capacità, ha sottolineato Vincenzi tramite le pagine del Fatto, corrisponde ad una media nazionale dell’11%, ma in alcune regioni del nord Italia il livello di efficienza scende al 5-6%. Dati da migliorare, dicono gli obiettivi a medio e lungo termine di chi lavora nel settore. Ma al contempo, sottolinea Vincenzi, è possibile attivarsi con soluzioni in grado di produrre rapidamente dei benefici. Quali? ad esempio la tanto invocata riduzione degli sprechi di acqua in ambito domestico, spesso al centro di campagne di sensibilizzazione; ma anche il ricorso a tecniche d’avanguardia nel campo agricolo, al fine di impiegare meno acqua senza compromettere i raccolti. L’adeguamento degli impianti richiederebbe in certi casi una transizione di pochi mesi.
E infine c’è anche in questo ambito il tema della burocrazia. La solita spina nel fianco, considerando che per ottenere le autorizzazioni per operare su sistemi e reti, i tempi di attesa possono protrarsi per anni. Occorre invece velocizzare determinate pratiche, soprattutto per far fruttare i fondi europei, migliorando la capacità di utilizzo delle acque reflue e aumentando la capacità di invaso.
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