Non si spegne il caso relativo all’indagine della Procura di Bergamo, che vede 19 indagati tra cui l’ex premier Giuseppe Conte, l’ex ministro della Salute Roberto Speranza e il Governatore della Lombardia Attilio Fontana. Oltre al dibattito accesso all’interno del panorama, è proprio il presidente lombardo ad aver gettato stamane benzina sul fuoco, commentando la mancata notifica della chiusura delle indagini, da parte della Procura di Bergamo, della gestione del Covid-19 nei primi mesi di pandemia.
«Credo che questa sia la dimostrazione della curiosità della giustizia italiana – ha commentato Fontana durante il suo intervento alla trasmissione “Radio Anch’io” su Rai Radio 1 -: so le notizie che mi riguardano dai giornali, come negli altri processi da cui sono stato assolto. Io non posso rispondere perchè non ho visto le carte. È veramente vergognoso che una persona che è stata sentita ad inizio dell’indagine come persona a conoscenza dei fatti scopra dai giornali di essere trasformata in indagato».
«È una vergogna che credo dovrebbe essere valutata da chi di dovere – ha aggiunto Fontana -. In questi casi addirittura non interviene lo Stato, lo Stato comanda. Eravamo ad allertare il ministro Speranza: era venuto a trovarci e gli avevamo mostrato i dati, che loro avevano ricevuto prima di noi e dai quali si poteva ravvisare una qualche preoccupazione. Il ministro se ne rese conto e disse “adesso torno e convincerò a chiudere tutta la zona”. Io non penso di poter prendere provvedimenti in contrasto con il governo. Ma se io avessi ricevuto l’ordinanza, con chi l’avrei fatta eseguire? Io non ho a disposizione né esercito, né carabinieri, né la guardia di finanza. Ci difenderemo nelle sedi opportune». ha poi terminato Fontana.
Ma la Procura di Bergamo, in un’imputazione per epidemia colposa, di cui risponde anche l’ex premier Giuseppe Conte, la cui posizione è stata trasmessa, però, al Tribunale dei ministri, scrive che il Governatore lombardo Attilio Fontana avrebbe causato “la diffusione dell’epidemia” in Val Seriana con un “incremento stimato non inferiore al contagio di 4.148 persone, pari al numero di decessi in meno che si sarebbero verificati” se fosse stata “estesa la zona rossa a partire dal 27 febbraio 2020”.
«È stata un’inchiesta complessa fatta di ricostruzioni di vite spezzate perché abbiamo dovuto dimostrare i nessi di causalità tra le morti e gli ipotizzati errori che sono stati fatti – ha riferito il procuratore di Bergamo Antonio Chiappani a “Uno, nessuno, 100Milan” su Radio24 -. Il nostro scopo è stato quello di ricostruire quello che è successo e dare una risposta alla popolazione bergamasca e di questi territori. Questa è stata la nostra finalità, ricostruire la risposta che c’è stata e valutare se un’accusa può essere mantenuta come noi riteniamo di fare».
«C’era la possibilità sia a livello regionale che a livello locale, di fare atti contingibili d’urgenza, cioè chiudere determinate zone – ha continuato Chiappani -. Dal punto di vista giuridico è così mentre dal punto del fatto è la consapevolezza che poteva avere un sindaco che si era in una situazione di emergenza. Quindi si rimanda al problema della ricostruzione dei dati che erano in possesso di un sindaco o un presidente di regione o un ministro. Questo era il problema della nostra indagine, capire il grado di conoscenza al fine di poter fare un intervento d’urgenza».
Da quanto si evince dalla Procura di Bergamo, inoltre, Attilio Fontana con due “distinte mail del 27.2.20 e 28.2.20” chiese “al Presidente del Consiglio dei Ministri” Giuseppe Conte “il sostanziale mantenimento delle misure di contenimento già vigenti in Regione Lombardia, non segnalando alcuna criticità relativa alla diffusione del contagio nei comuni della Val Seriana”, in particolare Alzano Lombardo e Nembro.
Fontana non richiese, dunque, “ulteriori e più stringenti misure di contenimento” nonostante, scrivono i pm, “avesse piena consapevolezza della circostanza che l’indicatore ‘r0’ avesse raggiunto valore pari a 2, e che nelle zone ad alta incidenza del contagio gli ospedali erano già in grave difficoltà per il numero dei casi registrati e per il numero dei contagi tra il personale sanitario”. La contestazione per Fontana va “dal 26.2.2020 sino al 3.3.2020”, data in cui “nel corso della riunione del CTS Regione Lombardia per il tramite dell’Assessore al Welfare esprimeva parere favorevole all’istituzione della zona rossa”.
Emozione stamane fra i parenti delle vittime di Covid davanti alla Procura. Con loro c’era l’avvocato Consuelo Locati, che sta coordinando il team dei legali. «C’è grande gratitudine adesso – hanno sottolineato i familiari – perché per noi si riscrive la storia in questo momento. È ormai chiaro che non è stato uno tsunami improvviso e che qualcuno sarebbe dovuto intervenire».
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