Varese | 22 Febbraio 2023

Gavirate, morti intossicati dal monossido: una tragica casualità?

Cinque anni di normale funzionamento per l'impianto sotto accusa, e poi l'episodio dell'ottobre 2019 che causò due vittime. Al processo per omicidio colposo parla il tecnico di una delle due difese

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L’utilizzo prolungato di acqua calda, ad esempio per fare una doccia o lavare i piatti, combinato all’accensione di una cappa da cucina, sarebbe la causa della letale intossicazione da monossido che il 28 ottobre 2019 causò il decesso, nel loro appartamento all’interno di una palazzina di via dei Pozzi a Gavirate, della novantatreeenne Giuseppina Salvi e del figlio di sessantuno anni, Pierluigi Roncari.

E’ la conclusione a cui è giunto l’esperto che si era occupato di esaminare gli impianti di quella palazzina per conto di un termotecnico, oggi a processo in tribunale a Varese insieme all’amministratore di quel condominio di Gavirate, con l’accusa di omicidio colposo (qui i dettagli).

Esperto che ha relazionato ieri davanti al giudice, descrivendo tutti i rilievi eseguiti in via dei Pozzi dopo i decessi. Rilievi che hanno portato all’individuazione della causa di quella fatale concentrazione di monossido di carbonio nell’abitazione al piano terra dove viveva l’anziana donna, e dove il figlio si recava per prendersi cura di lei: il funzionamento in contemporanea di scaldabagni a gas e di una cappa, collegati erroneamente ad un’unica canna fumaria, ha sottolineato l’esperto rispondendo alle domande dell’avvocato Simona Ronchi, difensore del termotecnico – responsabile dell’installazione di uno scaldabagno – e dell’avvocato Vittorio Crosta, che difende invece l’amministratore.

Quando gli scaldabagni delle diverse abitazioni erano in funzione, senza che fosse attiva la cappa da cucina presente all’ultimo piano, non vi erano rischi per la salute, ha aggiunto il consulente di parte, concorde con il perito della Procura in merito alla dinamica dell’intossicazione. «E come doveva essere l’impianto a norma?», ha domandato al tecnico il pubblico ministero. «Con due condotti separati – ha risposto l’esperto – Una canna fumaria esterna per gli scaldabagni e la cappa della cucina collegata ad un diverso canale». Ciò avrebbe impedito interferenze tra il deflusso dei fumi di combustione della caldaia a gas e lo scarico dei vapori provenienti dalle cucine, all’origine dell’accumulo di monossido e della fuoriuscita del gas nell’appartamento al piano terra.

Per l’accusa l’impianto non era a norma e vi era scarsa manutenzione. Ma per la difesa la responsabilità va attribuita a chi ha realizzato l’allacciamento alla canna fumaria condominiale della cappa da cucina dell’ultimo piano, causando una promiscuità di innesti: le caldaie a gas del piano terra e del primo piano, con tiraggio naturale, e la cappa della cucina con tiraggio forzoso, causa della concentrazione di monossido. L’impianto, ad ogni modo, funzionò per cinque anni senza dare problemi, hanno affermato le difese, evidenziando il fatto che gli apparecchi erano stati attivati contemporaneamente in numerose occasioni. Come si spiega dunque l’episodio avvenuto il giorno dei decessi? Come una casualità, secondo il tecnico ascoltato in aula.

Quanto ai condomini dell’epoca, uno di loro ha affermato che uno scaldabagno sarebbe stato installato dal tecnico sotto processo senza rilasciare il certificato di conformità e senza effettuare le normali manutenzioni. C’erano problemi di esalazioni negli appartamenti? No, secondo una residente; sì secondo altri condomini che si sarebbero lamentati per l’odore di cibo che arrivava dalla cappa, ma senza parlare della problematica nelle assemblee.

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