La scarsa manutenzione e una combinazione dagli effetti devastanti, derivante dall’accensione in contemporanea di apparecchi incompatibili tra loro. Sarebbero queste le cause dell’intossicazione mortale da monossido di carbonio avvenuta il 28 ottobre 2019 in un condominio di via dei Pozzi, 7 a Gavirate, a causa della quale morirono una donna di 93 anni e il figlio di 61.
Lo ha affermato nei giorni scorsi in Tribunale a Varese un consulente incaricato dalla Procura di risalire alle ragioni della tragedia, nell’ambito del procedimento penale per omicidio colposo relativo ai fatti, e a carico di un amministratore di condominio e di un termotecnico, responsabile per l’installazione dello scaldabagno a gas presente nell’appartamento delle vittime, situata al piano terra dello stabile.
Uno scaldabagno che, secondo il perito sentito in aula, era connesso ad una canna fumaria particolarmente datata e non idonea ad espellere correttamente le sostanze prodotte dal boiler, impiegato per scaldare l’acqua sanitaria e, più in generale, quella ad uso domestico. Nello specifico gli scaldabagni coinvolti nell’incidente erano stati tre, insieme ad una cappa da cucina che si trovava nell’appartamento al secondo piano. Lo ha stabilito il perito che nel dicembre del 2019 si era recato sul posto insieme ai vigili del fuoco e al personale dell’Ats per due differenti sopralluoghi, riguardanti la palazzina e il funzionamento dell’impianto oggi al centro del processo. Quest’ultimo fu sottoposto a tutte le simulazioni possibili. E alla fine si arrivò ad ipotizzare quello che era accaduto il 29 ottobre di quasi 3 anni fa.
«Per norma non è possibile convogliare apparecchi non simili come scaldabagni e cappe da cucina verso la stessa canna fumaria. Lo scaldabagno del primo piano emanava fumi che al posto di fuoriuscire dalla canna fumaria, rientravano nello stabile per via del ventilatore acceso della cappa al secondo piano». Da qui la combinazione che avrebbe condotto alla diffusione del gas killer nell’appartamento delle vittime. Durante i sopralluoghi, il perito rilevò una concentrazione di monossido di carbonio potenzialmente letale per l’uomo nel momento in cui gli scaldabagni e la cappa della cucina all’ultimo piano erano contemporaneamente in funzione.
Importante, come detto, anche la questione manutentiva: «Nessuno, forse, ha mai messo mano agli apparecchi per fare manutenzione – ha aggiunto il tecnico – Indicativo, a questo proposito, è stato il ritrovamento di un passerotto all’interno di uno degli scaldabagni». Dalla difesa dei due imputati, rappresentata dagli avvocati Simona Ronchi e Vittorio Crosta, è stato infine fatto notare che gli impianti hanno funzionato a lungo nello stesso modo. Perché proprio quel giorno è scattata l’anomalia che ha poi condotto al drammatico evento? Difficile dare una risposta – ha lasciato intendere il perito – che vada oltre il concetto di tragica casualità. Restano però, dal punto di vista dell’accusa, le norme che sarebbero state infrante, così come gli allacciamenti non corretti delle varie apparecchiature. Cioè le ragioni che hanno portato al rinvio a giudizio degli odierni imputati.
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