Varese | 21 Dicembre 2022

Valceresio, a processo per l’incidente in cantiere: «Danni che potrebbero durare per tutta la vita»

Imputati i rappresentanti legali di due aziende e un responsabile della sicurezza. Vittima un operaio 44enne, ancora oggi in cura, dopo anni, per disturbo post traumatico da stress

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In un cantiere della Valceresio dato per sicuro e perfettamente a norma da chi lo ha allestito, succede che un operaio al lavoro in una buca viene travolto da una parte di terreno che sta sopra di lui, e che all’improvviso gli frana addosso. Risultato: frattura dell’anca, traumi vari all’addome e al bacino, lungo ricovero in ospedale e ancora oggi, a 6 anni di distanza dal fatto, problemi motori con cui fare i conti.

Eppure quel cantiere era regolare, aveva sostenuto a settembre in tribunale a Varese (qui i dettagli) una delle tre persone rinviate a giudizio per quel grave infortunio, risalente al mese di dicembre del 2016. Davanti al giudice devono rispondere di lesioni colpose e di aver violato le prescrizioni indicate dal testo unico sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori, i legali rappresentanti di due aziende e il coordinatore della sicurezza nell’esecuzione di quell’intervento, legato al progetto di un nuovo collegamento ferroviario tra Varese e la Svizzera. Ieri, al ritorno in aula per la continuazione del dibattimento, la stessa linea è stata difesa da un testimone, all’epoca geometra di cantiere nell’area dove si era verificato il fatto, cioè in località Gaggiolo, frazione di Cantello.

«Uno scavo normalissimo, nemmeno tanto profondo», ha affermato il tecnico in riferimento alla buca dove l’operaio, 44 anni e di origine albanese, stava svolgendo le sue mansioni per il posizionamento di collettori per lo smaltimento delle acque piovane. Questo poco prima del cedimento della scarpata sopra di lui, che gli crollò addosso facendolo svenire. Al suo risveglio l’uomo era tra le braccia dei soccorritori in attesa del trasporto in elicottero verso l’ospedale. «Era già stato eseguito lo stesso lavoro su un altro lato del cantiere – ha aggiunto il geometra rispondendo alle domande delle parti – e non c’erano state segnalazioni di rischio».

Per la persona offesa, che si è costituita parte civile nel procedimento, quello scavo fu realizzato senza tenere conto delle coordinate progettuali, nello specifico per quanto riguarda l’inclinazione della parete: se fosse stata regolare – è la tesi dell’uomo, già ascoltato in udienza – il distacco di materiale non avrebbe causato danni così impattanti. Per un altro testimone, un ingegnere che opera da molti anni nel campo della sicurezza sui cantieri, quel fatto va considerato come un evento occasionale che non avrebbe a che fare con norme trascurate o sottovalutate, tanto che poi, dopo l’incidente – ha precisato lo stesso ingegnere – «i lavori sono proseguiti con le stesse modalità».

Ma a quel punto l’operaio 44enne era già fuori dall’ambiente professionale nel quale si era specializzato. Fu assegnato a compiti di minor rilievo, nel magazzino della ditta, e nel 2019 fu licenziato. Si trovò quindi a ricominciare da zero, senza le sue qualifiche, per via dei danni invalidanti. Trovare un nuovo lavoro non gli è bastato per archiviare la vicenda, almeno dal punto di vista emotivo. Nell’ottobre del 2018 era iniziato per lui un percorso farmacologico e di psicoterapia per far fronte alla diagnosi di disturbo post traumatico da stress. «Ha risposto solo parzialmente alle terapie», ha spiegato un ultimo testimone, dirigente della struttura sanitaria che ha preso in carico la posizione dell’operaio: «Oggi è ancora in cura, seppur con una frequenza minore. Il disturbo post traumatico non di rado si cronicizza e può essere mantenuto nel tempo. Anche per tutta la vita».

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