Varese | 9 Settembre 2022

Valceresio, frana in cantiere: 3 persone a processo

Vittima un operaio albanese di 44 anni, costretto a cambiare lavoro a causa dei problemi motori legati all'infortunio. Sotto accusa la sicurezza dell'area

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Da sei anni aspetta il verdetto della giustizia per il grave infortunio sul lavoro che ha segnato la sua vita professionale, togliendogli la possibilità di continuare a svolgere le mansioni per cui si era specializzato. Il protagonista della sfortunata vicenda è un operaio 44enne di origini albanesi, unica vittima di un incidente avvenuto in un cantiere della Valceresio ad inizio dicembre del 2016. 

Per quei fatti sono stati rinviati a giudizio i legali rappresentanti di due aziende e il coordinatore della sicurezza nell’esecuzione dei lavori, finalizzati alla realizzazione di un collegamento ferroviario tra Varese e la Svizzera. L’accusa è di lesioni colpose e di non aver adottato le misure indicate dal testo unico sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori. 

L’operaio di 44 anni, parte civile nel procedimento, il giorno dell’incidente era impegnato in un’area cantiere allestita a Gaggiolo, frazione di Cantello, dove era prevista la posa di diversi collettori per lo smaltimento delle acque piovane. 

Lavorava all’interno di una buca, in prossimità di uno dei tubi, quando una parte della scarpata, sopra la sua testa, ha ceduto; e il terreno gli è caduto addosso, facendogli perdere i sensi. Poi il risveglio tra le braccia dei soccorritori che lo avevano estratto dal punto dello scavo e il trasporto in elicottero all’ospedale. A seguire, sessanta giorni di letto, le cure e la lenta riabilitazione dopo la frattura dell’anca e i traumi all’addome e al bacino, che ancora oggi sono la causa di difficoltà motorie che l’uomo non ha del tutto superato. 

«Impossibile prevedere quella frana», ha affermato ieri in aula, nel corso del dibattimento, uno degli imputati, aggiungendo che «non ci furono altri casi di cedimento in quel cantiere, né prima né dopo i fatti». Anche diversi testimoni, all’epoca dei fatti impegnati a vario titolo nel monitoraggio delle condizioni di sicurezza riguardanti l’opera, hanno risposto alle domande delle parti, difendendo l’operato delle aziende coinvolte in merito allo stato dei luoghi, alle modalità con cui erano state realizzate le buche per la posa delle tubature e alla formazione in materia di sicurezza dei dipendenti presenti sui cantieri.

Un consulente in particolare, citando la perizia geologica da lui redatta, ha parlato espressamente di “scivolamento di materiale dall’alto verso il basso” e non di crollo, senza escludere che l’episodio oggi al centro della vicenda giudiziaria possa essere stato generato da un movimento umano, anche involontario. 

Non la pensa così l’operaio 44enne – già sentito in aula – convinto che se lo scavo fosse stato realizzato secondo le modalità indicate dal progetto, un eventuale cedimento del terreno non gli avrebbe causato danni così gravi. Gli stessi danni lo costrinsero ad un ridimensionamento dei propri compiti: niente più cantieri ma attività di magazzino e qualche recupero di inerti utilizzando l’escavatore. Mai da solo, e stando attento a non passare troppo tempo in piedi. Cambiamenti radicali nella quotidianità dell’uomo che – è emerso ancora dalle testimonianze – fu destinatario, in seguito al reintegro in azienda dopo l’incidente, di alcuni richiami scritti per via di dissidi e scontri verbali con i colleghi. Nel 2019 arrivò il licenziamento. «Avevamo poco lavoro», ha affermato davanti al giudice una responsabile dell’azienda.

Oggi il 44enne ha un’altra occupazione, ma la paga e le mansioni non sono paragonabili alla vita di prima, soprattuto perché non può più contare sulle sue qualifiche. L’uomo assiste alle udienze del procedimento penale e spera nel risarcimento per quello che gli è successo.

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