Varese | 23 Ottobre 2022

Luino, rimuove i sigilli al contatore e viene denunciata: «Non sapevo a chi chiedere aiuto»

In Tribunale parla una giovane madre finita nei guai per gravi difficoltà economiche. L'illecito suggerito da un vicino dopo il mancato pagamento delle bollette: «Ho accettato come una stupida»

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«Mi hanno consigliato questa cosa e io come una stupida ho accettato». Queste le parole con cui una 37enne ha esordito davanti al giudice del Tribunale di Varese, dicendosi pentita per quanto avvenuto nell’inverno del 2019 all’interno dell’appartamento di Luino dove viveva in affitto.

Fatti per i quali la donna è finita a processo con l’accusa di aver sottratto il gas nonostante il blocco dell’utenza dovuto al mancato pagamento delle bollette, per un totale di 1.400 euro. Soldi che la donna non aveva – ha spiegato in aula la stessa imputata – a causa di una situazione economica complicata: l’affitto da pagare, tre figli piccoli da mantenere, l’ex compagno che aiutava solo saltuariamente ad affrontare le spese. Il tutto senza un lavoro e «senza una persona a cui chiedere aiuto», ha specificato l’imputata.

Condizioni estreme per la giovane madre che si confidò con un vicino, il quale propose di rompere i sigilli posizionati per bloccare l’utenza a causa dello stato di morosità. L’uomo operò con una tenaglia e il gas tornò a disposizione nell’appartamento della 37enne. Ma solo per poco, complice un nuovo blocco per la bolletta rimasta non pagata.

L’operazione illecita di “sblocco” del contatore fu ripetuta ma poi arrivò la denuncia da parte della società che distribuiva il servizio. Fu un dipendente ad occuparsene, ma non era lui il rappresentante legale dell’azienda, ha evidenziato il difensore della donna chiedendo l’assoluzione, anche a fronte della presunta anomalia burocratica. E il giudice ha stabilito di non procedere nel determinare le eventuali responsabilità della donna.

Nella sua requisitoria il pubblico ministero aveva comunque accolto la giustificazione fornita dalla 37enne con la propria deposizione, utile a ricostruire nel dettaglio lo stato di indigenza patito all’epoca dei fatti, specialmente nel momento in cui venne meno il supporto per il pagamento dell’affitto da parte dei servizi sociali del Comune, che le avevano assegnato l’abitazione. A quel punto i 600 euro mensili previsti dal contratto restarono a carico della donna, che percepiva la stessa cifra tramite reddito di cittadinanza. La sua unica fonte di sostentamento.

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