«Siamo i carabinieri» disse una voce maschile al citofono e il giovane, che essendo ai domiciliari attendeva quella visita ogni giorno, fece scattare il cancello.
Poco dopo però la porta del suo appartamento venne spinta con forza, e al posto dei militari in divisa il ragazzo, classe 1987, trovò davanti a sé una persona con il coltello in mano. Coltello che gli venne puntato alla gola per avere indietro i soldi, 2.300 euro, riguardanti un debito di droga.
«Non è vero niente», ha affermato ieri la vittima di quell’agguato – nel frattempo passata alla detenzione in carcere per una rapina – davanti al giudice del Tribunale di Varese, chiamato ad esprimersi sulla vicenda, risalente al 2015, per la quale è finito a processo un 35enne, accusato di violazione di domicilio e tentata estorsione.
«In casa mia quel giorno non è entrato nessuno – ha aggiunto in aula, da testimone, il 33enne – due persone che non conoscevo sono arrivate alla mia porta, ma io poi ho chiuso e sono tornato in casa».
Eppure fu lui nel febbraio di sette anni fa, a distanza di due giorni dai fatti, a denunciare il tutto ai carabinieri, e nelle dichiarazioni messe a verbale fu preciso nel sottolineare le intenzioni con cui l’odierno imputato si era presentato a casa sua: “Devi darmi i soldi altrimenti ti squarto e dovranno usarli per il tuo funerale”, questo il tenore delle minacce ricevute.
Una denuncia poi ritirata e ieri attribuita dal testimone ad un non meglio precisato “stato di confusione”. «Le firme sui verbali non sono le mie – ha fatto sapere rispondendo al pubblico ministero – non ho mai detto quelle cose». E il legame con l’imputato? «Ci siamo conosciuti in carcere nel 2014, niente di più. Non ho mai acquistato droga da lui e non avevo debiti per questioni di stupefacenti».
Anche la madre del 33enne parlò con i carabinieri in quel giorno d’inverno del 2015, e disse che due giorni prima il figlio l’aveva chiamata dicendole che in casa sua era entrato un uomo e gli aveva puntato un coltello alla gola. La versione del testimone: «Forse si è confusa con un altro episodio», cioè un’altra situazione di pericolo a fronte della quale, rischiando di prendere una coltellata, l’uomo si sarebbe rivolto alla madre per chiedere aiuto.
Alla luce di quanto emerso dalla deposizione in aula il pubblico ministero ha chiesto l’assoluzione: «Non è stata raggiunta la prova della penale responsabilità dell’imputato, la persona offesa ha negato tutto«, ma ha chiesto anche che venga valutata l’ipotesi di falsa testimonianza, a fronte del racconto fatto in aula, sotto giuramento, dal 33enne. Entrambe le richieste sono state accolte dal giudice.
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