Atti di violenza ai danni dei bambini oppure metodi educativi non convenzionali, caratterizzati da una severità forse eccessiva, ma comunque finalizzata a trasmettere la capacità di distinguere i comportamenti giusti da quelli sbagliati?
Al centro del quesito c’è il caso di una giovane maestra passata dal proprio ruolo di insegnante in una scuola dell’infanzia paritaria di Cantello ad un processo penale – in corso in tribunale a Varese – in cui le viene contestato il reato di maltrattamenti verso i minori che le erano stati affidati.
Per l’accusa la maestra, classe 1987 e con un’esperienza decennale, tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 avrebbe utilizzato con cadenza pressoché quotidiana dei metodi d’insegnamento particolarmente autoritari, tra scappellotti, tirate d’orecchie e rimproveri a muso duro, impiegando inoltre un locale dell’istituto come una sorta di “stanza del castigo”, dove collocare momentaneamente – al buio e con la porta chiusa a chiave – i piccoli più indisciplinati.
Le prime ricostruzioni in aula, davanti ai giudici del collegio (qui i dettagli), si erano in parte concentrate sull’indagine dei carabinieri, scattata dopo le segnalazioni dei genitori preoccupati per gli strani atteggiamenti dei figli tra le mura domestiche (nervosismo anomalo, crisi di pianto, incontinenza, agitazione, insofferenza ai richiami, aggressività) e per i racconti fatti dagli stessi figli a mamma e papà, e incentrati sui comportamenti della maestra. A quel punto i militari dell’Arma installarono delle telecamere nella scuola e iniziarono a registrare le interazioni tra l’insegnante e i bambini. Dopo aver visionato quelle immagini – oggi agli atti del processo – i genitori corsero a scuola a chiedere spiegazioni, e alcuni lo fecero anche con tono minaccioso. Lo ha ricordato oggi in udienza il presidente della scuola dell’infanzia, tra i testimoni ascoltati.
All’epoca dei fatti, consultandosi con i suoi collaboratori a seguito dei primi atti d’indagine, il presidente decise di allontanare la maestra per tutelarla e per evitare che la situazione degenerasse ulteriormente. In precedenza, tuttavia, non si era mai esposto per criticare i metodi d’insegnamento dell’odierna imputata, descritta come una maestra dal “carattere forte, sempre vivace nel proporre le attività”.
Fu invece l’assistente della donna ad esprimere malessere per quei metodi, definiti “bruschi” ma ad ogni modo non violenti. «Parlai con lei – ha raccontato davanti ai giudici la dipendente della scuola materna, in riferimento alla maestra – e ricordo che una volta scoppiai a piangere. Lei aveva avuto dei problemi personali e io volevo starle vicino, ma quello che vedevo mi faceva stare male».
Cosa c’era di così grave? «Usava la forza per far sedere i bambini – ha aggiunto la testimone – e alla fine del pranzo voleva che i piatti fossero puliti, altrimenti obbligava i bambini a finire, e cercava di imboccarli. Quando li sgridava, pretendeva che la guardassero negli occhi, era il suo modo per far rispettare le regole. E ci riusciva, soprattutto con i piccoli più agitati».
I due testimoni hanno poi negato l’esistenza di una stanza per i castighi, e il clima generale – ha precisato l’assistente rispondendo alle domande delle parti – era comunque buono. Sul punto, la risposta ad una domanda rivolta dall’avvocato della difesa, Massimo Tatti, ad uno dei genitori coinvolti nella vicenda (alcuni si sono costituiti parte civile nel processo, dove sono rappresentati dagli avvocati Paolo Bossi e Anna Maria Brusa) ha consentito di approfondire ulteriormente le dinamiche relazionali tra bambini ed educatori nella vita di tutti i giorni dentro la scuola, prima che scoppiasse la pandemia con relativi lockdown.
«Mio figlio era stato male – ha spiegato il genitore – i compagni gli fecero una sorpresa presentandosi a casa insieme alla maestra (l’odierna imputata, ndr). Lui fu contento di quella visita. A scuola ci andava volentieri e diceva che quella maestra era la sua preferita».
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