“Sei uno scarto della cinofilia”. Un insulto che nell’ambiente deve valere tanto, in termini reputazionali, considerando che un allevatore residente a Germignaga ha denunciato una donna di cinquantatré anni – a sua volta allevatrice – e la figlia ventenne per diffamazione aggravata.
L’uomo, oltre agli insulti per la presunta mancanza di professionalità e capacità lavorative, era stato descritto anche come un impiccione e un disonesto. Il tutto sulla pubblica piazza (digitale) di Facebook, con tanto di like e condivisioni (lanciate dalla ragazza). Lui, circa due anni fa, cercò di mediare per ottenere la rimozione dei post infamanti; lei rispose, senza tanti giri di parole, dicendo di non rompere. Ed è per questo che la vicenda è finita in tribunale a Varese.
Per i conoscenti (e utenti social) era frequente assistere davanti agli schermi a quelle sceneggiate. È quanto emerso oggi in udienza, dove più testimoni hanno confermato le risse verbali via web, sottolineando però che l’uomo – parte civile nel procedimento, dove è rappresentato dall’avvocato Andrea Pusceddu – era solito alludere all’odierna imputata senza mai nominarla. E chi doveva capire, capiva. Nei post diffamatori, pubblicati dalla cinquantatreenne sul proprio profilo personale, le frecciate erano invece più esplicite, con tanto di nomi e cognomi.
Insulti incrociati e reciproche accuse (tra cui quella di non rispettare le pratiche d’allevamento a tutela del pedigree e gli appositi requisiti) si inseriscono nel contesto della compravendita di cani; un contesto in cui, secondo le informazioni portate all’attenzione delle parti dall’avvocato della difesa, Stefano Benvenuto, il trentasettenne avrebbe a un tratto perso le staffe, rivolgendosi all’allevatrice in tono minaccioso, sempre dietro ad una tastiera: “Vengo lì con la pala, ti stacco la testa e la metto in giardino al posto degli gnomi”. Frase che il trentasettenne, davanti al giudice, non ha riconosciuto come avvertimento rivolto alla donna: «Se scrivo qualcosa su Facebook, senza fare nomi, come si fa ad accusarmi di avercela con una persona in particolare?».
Dalle piattaforme social si sarebbe però passati all’affronto “in presenza”, in almeno un’occasione. Lo ha raccontato davanti al giudice un altro testimone: «È venuto sotto casa mia con una mazza da baseball – ha spiegato l’uomo riferendosi alla persona offesa, con cui aveva allevato cani in passato – e mi ha minacciato dicendomi che mi avrebbe ammazzato lì davanti». Il motivo? Un post Facebook, anche in questo caso. Un post che andava assolutamente rimosso.
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