Nei contesti di disagio, rabbia e disperazione la morte può diventare uno strumento. L’unica via d’uscita da una situazione insostenibile. Parte da qui, con gli strumenti delle discipline che studiano la mente umana, l’analisi dell’orrore scoperto la mattina di giovedì scorso nella villetta al civico 18 di via Pezza a Mesenzana, dove Andrea Rossin, quarantaquattro anni, ha ucciso i propri figli –Giada e Alessio – con un coltello, prima di togliersi la vita con la stessa lama.
«In questi giorni molte persone mi hanno chiesto spiegazioni ed informazioni che potessero aiutarle a comprendere, e in qualche modo, quindi, provare ad accettare questo drammatico fatto. E’ per me molto importante sottolineare che parlare dell’accaduto ha lo scopo di aiutare a comprendere, non quello di giudicare», racconta la psicologa e psicoterapeuta luinese Alessia Saccucci, che nell’intervista riportata di seguito tratteggia un profilo di omicida – suicida ben noto agli specialisti che operano nel suo campo.
Ma nonostante le innumerevoli informazioni presenti in letteratura – a cominciare dal tema “prevenzione e riconoscimento” – tragedie come quella che ha sconvolto l’intera comunità di Mesenzana continuano a verificarsi. E la morte, che si palesa all’improvviso in tutta la sua spietatezza, travolgendo e disorientando i vivi, non è mai soltanto il punto di arrivo di una vicenda fatta di sofferenza; ma è anche il mezzo, lo strumento appunto, per vincere un’esistenza considerata ostile e ormai irrecuperabile.
“Chi” sono i padri che compiono questi gesti?
Per poter provare a capire e dare una lettura a questa tragica vicenda, dobbiamo partire dalle conoscenze che abbiamo su come costruiamo il nostro mondo emotivo e le relazioni significative. Spesso nella storia delle persone che compiono gesti di questo tipo, troviamo storie di sofferenza e traumi precoci dell’attaccamento, genitori anaffettivi e/o poco presenti, esperienze che hanno bloccato il processo per un corretto e sano sviluppo emotivo e relazionale. Non c’è mai una sola causa che possa portare ad eventi così drammatici: quel che accade è che il genitore, non essendo in grado di elaborare e verbalizzare il proprio disagio proprio perché non ne possiede gli strumenti, usa come modalità comunicativa e relazionale preferenziale l’azione, spesso purtroppo violenta. Gli studi e l’esperienza clinica mostrano che spesso i padri che compiono questi gesti sono uomini che abusano (o hanno abusato) di alcool e/o altre sostanze, oltre ad avere frequentemente una storia di condotte fisicamente o psicologicamente violente. Non è sempre presente una vera e propria psicopatologia, ma nella quasi totalità dei casi si può delineare un profilo socio-relazionale tipico: sono persone caratterizzate da una fragile consapevolezza di sé stessi, mancanza di autostima, dipendenza affettiva, isolamento psicologico e scarsa capacità di comunicazione con il partner. La capacità di gestione ed elaborazione della rabbia ha un ruolo fondamentale in queste situazioni: vivere in balia di essa è il peggior modo di stare al mondo, in quanto tiene intrappolati in un “luogo” che contamina tutto, fino a distruggere i confini che normalmente ci diamo per stare al mondo ed anche il principio di realtà. Dentro questo tipo di rabbia si può diventare non solo disfunzionali, cosa che capita a molti, ma anche criminali cosa che, fortunatamente, capita a pochi.
Che ruolo ha la rottura della relazione sentimentale in questi casi?
Chi lavora con le coppie in conflitto, ha molta esperienza di quanto forti e possibili possano essere le esplosioni di rabbia e violenza (sia verbale che a volte, purtroppo, anche fisica) che possono travolgere in modo impulsivo la relazione, nel tentativo (irrazionale) di tenere sotto controllo qualcosa che sembra diventato incontrollabile.Lo psichiatra M. Erickson, parlava di generatività per descrivere la competenza, che caratterizza l’adulto maturo, di sapersi prendere cura di ciò che ha generato: tale situazione comporta la capacità, per l’adulto, di andare oltre sé stesso e riconoscere ciò che ha generato e di cui si prende cura, come “altro da sé”. Nel caso di genitori coinvolti in figlicidi, è come se i figli divenissero un’estensione di sé stessi e della propria rovina o un’estensione della madre, la loro ex partner. La percezione di sconfitta per la fine della relazione è totale per questi individui, arriva oltre sé stessi, e si posa su coloro che hanno generato in una sorta di anti-generatività. Nel caso di omicidi-suicidi, la morte viene vista come unica via per risolvere un dramma personale, uscire dal dolore ed allontanarsi dalla rabbia esplosiva: una moltitudine di vissuti angoscianti si alimentano l’un l’altro e si amplificano fino a non lasciare spazio ad altro che allo strazio per sé stessi ed alla collera verso chi sembra averlo causato. Prende così corpo l’idea di una vendetta quasi impossibile da concepire, ma drammaticamente percepita come unica modalità per riappropriarsi dell’identità perduta: la morte per sé, e una condanna ancor più terribile per il soggetto che, nella mente disfunzionale di queste persone, ha la colpa di tutto. Quel che emerge dagli studi e dall’esperienza clinica con i sopravvissuti a queste tragedie, è che quasi sempre non è la fine della relazione la causa scatenante di omicidi così feroci, ma la perdita di controllo sulla partner. In una visione distorta, infatti, i figli finiscono con il diventare l’estensione della madre e, in quanto tali, possono essere eliminati. È come se i padri assassini non riconoscessero più i figli come propri, ma li attribuissero esclusivamente alle loro ex compagne di vita: non percepiscono il dolore dei bambini ma li considerano vere e proprie armi per ferire, e la loro uccisione ha come obiettivo quello di punire la madre. Sono padri che si spogliano dell’amore e dell’empatia verso chi hanno generato: solo così possono rendersi artefici di un simile gesto.
Si può parlare di un raptus improvviso?
Uno degli aspetti che più preoccupano quando si assiste a questi drammi, e rispetto a cui mi si chiedono “rassicurazioni”, è il fatto che qualcosa di tanto grave possa avvenire in modo del tutto inaspettato e senza alcuna possibilità di previsione. Le persone sembrano chiedersi “e se un giorno anche io impazzissi e facessi qualcosa di tanto orribile?”. Non è plausibile pensare che questi padri di famiglia passino dalla presenza affettuosa ed amorevole alla follia violenta ed improvvisa. I padri che compiono queste azioni arrivano ad uccidere dopo un lungo percorso fatto di frustrazione, rabbia e pianificazione: si tratta, nella maggior parte dei casi, di delitti premeditati. Il terribile pensiero di uccidere i figli, si insinua in maniera graduale nella mente e non è mai figlio di un raptus: ci sono infatti chiari campanelli d’allarme spesso però sottovalutati per timore o per protezione verso qualcuno a cui si vuole o si è voluto bene.
Quali sono i segnali a cui prestare attenzione?
Certi stili di comportamento non sono mai figli del momento, del caso: non si diventa feroci assassini dalla sera alla mattina, nemmeno in presenza di un qualche tipo di disturbo psichiatrico. Ci sono chiari segnali da considerare: episodi di “eccessi emozionali” (scenate di gelosia, scoppi di rabbia, minacce, atteggiamenti di disperazione per ottenere vicinanza, condotte punitive a vari livelli, ecc.) sono presenti in modo evidente e frequente nel comportamento di queste persone. Chi compie questo tipo di delitti, infatti, quasi sempre si è già reso responsabile di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica a danno del partner. La rabbia si trasforma in una sorta di “ossessività psicotica” che trascina fuori dal principio di realtà: uccidere i propri figli diventa infatti l’ultimo atto di violenza estrema. Un progetto criminale in cui il partner viene annientato psicologicamente da un dolore tanto profondo da essere quasi insopportabile: una madre a cui vengono uccisi i figli viene infatti annullata, disintegrata.
È possibile fare prevenzione?
La precocità nell’intercettare i fattori di rischio è un passaggio importante: problemi economici, rapporti conflittuali, abuso di sostanze, isolamento sociale, famiglia di origine anaffettiva o poco presente, sono elementi che possono creare i presupposti per una profonda incapacità nell’esprimere, affrontare e gestire la propria emotività, che se troppo coartata (condizionata da forti ossessioni, ndr) risulta disfunzionale e porta a “comprimere” ciò che si prova, con il rischio di farlo poi “esplodere” in modo completamente dannoso. Spesso purtroppo queste situazioni si trascinano nel tempo e le vittime di violenza (che sia fisica o psicologica) non hanno la forza di affrontare la situazione denunciando o chiedendo aiuto, come se ammettere che qualcuno a cui si vuole bene ha dei problemi o delle difficoltà fosse una “vergogna” o una colpa. Spesso si teme di “esagerare” e la situazione si trascina nel tempo, fino a diventare grave ed a volte drammatica. Parenti ed amici intorno a persone coinvolte in situazioni di disagio come quelle sopra descritte, possono avere un ruolo importante nell’incoraggiare ed accompagnare le famiglie a cercare un supporto psicologico presso le strutture pubbliche o private del territorio o, quando necessario, nell’effettuare richieste di aiuto o denunce alle Forze dell’Ordine.
Come spiegare ai più giovani quel che è successo?
Comunicare che una persona cara ha subito una morte violenta è qualcosa di molto difficile: anche noi adulti siamo disorientati ed increduli, e spesso si teme di spaventare il bambino/ragazzo o di addolorarlo troppo. E’ però necessario trovare la forza di farlo per evitare che recuperino da soli informazioni che possono risultare sbagliate o poco comprensibili.
Qualche consiglio utile?
Usare sensibilità, parlarne senza aspettare che siano i più giovani a chiedere, dire la verità ed evitare luoghi comuni e generalizzazioni. Stiamo attenti alle parole che scegliamo e cerchiamo sempre di far passare il messaggio che quella cosa è accaduta per motivi relativi a quella specifica situazione. Evitiamo quindi frasi come “quando i genitori si lasciano…” oppure “quando le persone sono tristi…”. E poi ancora, diamo spazio alle loro domande, permettiamo che chiedano tutto quello che gli viene in mente e, nel rispondere, ricordiamo tutti gli accorgimenti appena elencati. Quanto accaduto mette ognuno di noi a stretto contatto con emozioni molto forti. Parlarne diventa complicato in quanto sembra che nel nostro cuore non ci sia spazio per accogliere tanto dolore e sgomento. Possiamo però provare ad utilizzare questa tremenda situazione come occasione per riflettere sull’importanza di accogliere, esprimere, gestire ed elaborare le emozioni (anche le più spiacevoli) ed allenare la capacità di accogliere ed ascoltare quelle degli altri. Avere una capacità di gestione emotiva funzionale risulta infatti essere fattore protettivo per la salute mentale degli individui: qualora ci rendessimo conto che qualcuno intorno a noi ha una persistente e nociva incapacità di utilizzarla, o qualora fossimo noi stessi a soffrire per questa situazione, è bene affrontare il problema cercando l’aiuto di persone competenti senza aspettare che le cose peggiorino.
La dottoressa Alessia Saccucci è psicologa, psicoterapeuta, esperta in terapia di coppia, consulente in Sessuologia e terapeuta EMDR.
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