«Ho sbagliato, è stato un mio errore. Chiedo scusa per quello che ho fatto». A parlare dal carcere, in un video collegamento con il tribunale di Varese, è un marocchino di ventisette anni.
Prima che il suo nome finisse in un fascicolo della Procura, era soltanto un fantasma. Uno dei tanti che appaiono e scompaiono, in un giro di lancette, tra i boschi dell’alto Varesotto. Sagome che si muovono tra i bivacchi, figure pronte a materializzarsi per mettere una busta di cocaina o di hashish nelle mani del cliente di turno, intascare il denaro corrispondente al prezzo del “rifornimento” e poi sparire all’istante, come se la vegetazione e gli alberi potessero inghiottire i propri ospiti.
Al bosco che si consegna agli spacciatori, mutando in un labirinto indecifrabile, e dunque in un rifugio sicuro per chi delinque, si contrappone la “fragilità” e l’esposizione di tutto ciò che sta attorno. Perché basta un insolito via vai su strade poco trafficate a portare i riflettori di polizia e carabinieri su un potenziale sito di spaccio, e a determinare il passaggio dalla fase di prevenzione alla repressione diretta del fenomeno, un morbo per le comunità locali del nord Verbano, un obiettivo costantemente in primo piano per le forze dell’ordine del territorio.
E fu proprio il passaggio all’azione, nell’aprile di quattro anni fa, a mettere gli agenti della polizia di frontiera di Luino sulle tracce del giovane, che dal carcere, ieri, davanti ad una webcam, ha cercato di porre rimedio alla sua scelta di guadagnarsi da vivere vendendo droga; una scelta che lo ha portato nuovamente a processo, dopo i guai per altri reati che gli avevano spalancato le porte della galera, con una condanna a quattro anni e nove mesi di reclusione.
Fermando le auto in transito, tra i tornanti che conducono a Boarezzo, frazione di Valganna, e poi ancora al piccolo comune di Marzio, gli agenti individuarono un ragazzo che viaggiava verso casa con alcuni grammi di eroina e hashish nell’abitacolo. Colto sul fatto, non potè fare altro che vuotare il sacco: «La droga l’ho presa dai marocchini nei boschi».
Quali marocchini? Il ragazzo li indicò in seguito, negli uffici della polizia, sfogliando un album pieno di foto segnaletiche. Il suo dito si fermò su uno scatto che ritraeva il ventisettenne. Identificò anche un socio, suo connazionale, e fornì numeri di telefono e riferimenti per orientarsi nella zona boschiva tra Boarezzo e Marzio, dove lo stesso giorno un altro “cliente” incappò negli agenti mentre si trovava a bordo del suo scooter, con qualche grammo in tasca, e fornì alla polizia i medesimi dettagli circa le due persone che organizzavano l’attività di spaccio in quella zona, alternandosi poi nei contatti a bordo strada per portare le dosi fuori dai bivacchi.
A ricostruire in aula i passaggi dell’indagine, a conclusione della fase dibattimentale, è stato il pubblico ministero, che ha poi chiesto la condanna del ventisettenne a quattro mesi e duemila euro di multa, da sommare ad una precedente sentenza passata in giudicato lo scorso anno dopo un procedimento nato da un’inchiesta molto più articolata su un giro di spaccio nei boschi, che aveva coinvolto anche alcune zone della Valceresio tra Lavena Ponte Tresa e Brusimpiano. Prima che scattassero le manette, i pusher avevano cercato di assicurarsi l’anonimato rubando una telecamera posizionata nei pressi della loro “piazza”.
«Il riconoscimento fotografico è stato totalmente confermato dalle prima persona fermata con la droga quel giorno, ma non dalla seconda» ha invece sottolineato l’avvocato del ventisettenne nel chiedere l’assoluzione, per non aver commesso il fatto, in merito ad una delle due cessioni di stupefacenti oggetto del capo d’imputazione. Richiesta respinta dal giudice che ha condannato lo spacciatore a quattro mesi di reclusione e mille euro di multa.
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