Varese | 24 Giugno 2021

Marchirolo, lesioni gravissime fuori da un bar: condannato 33enne

Due anni all'uomo che nel 2013 aggredì con un coltello un conoscente all'esterno di un locale, sferrandogli dei fendenti che gli hanno causato una lesione permanente

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“Responsabilità evidente e fatti univoci nella loro sostanza, emersi nel corso dell’istruttoria”. Così il pubblico ministero Lorenzo Dalla Palma ha inquadrato la posizione del trentatreenne accusato di lesioni personali gravissime per una lite degenerata fuori da un bar di Marchirolo in un giorno d’estate di otto anni fa.

La persona aggredita, un quarantasettenne del paese, paga ancora oggi le conseguenze di quei fatti, avendo riportato uno sfregio permanente al viso dopo una serie di coltellate sferrate dall’imputato. Il tutto avvenne per ragioni futili, “di natura minima rispetto alla gravità della aggressione”, ha evidenziato ancora la pubblica accusa, in riferimento alla presunta questione di gelosia, per via di una ragazza, che aveva guastato il rapporto tra i due alcuni giorni prima di quella “resa dei conti”, scaturita da un incontro casuale.

Uno sguardo di troppo al bancone, qualche parola e poi volarono le sedie. Il gestore del locale riuscì a dividere i due, che si spostarono nel parcheggio esterno per chiarire. Ma lì la situazione degenerò. Tra gli insulti e le minacce spuntò il coltello e in pochi attimi il quarantasettenne iniziò a perdere sangue, a seguito dei fendenti incassati.

Il trentatreenne aveva messo mano al coltello solo dopo aver intuito le intenzioni del rivale, che a suo dire stava impugnando un grosso boccale di birra e sembrava intenzionato a impiegarlo come oggetto contundente. In altre parole l’uomo si era sentito in pericolo di vita, ha spiegato in aula il suo legale, l’avvocato Marco Bianchi, rifacendosi al principio della legittima difesa e sottolineando poi l’intento collaborativo mostrato dall’uomo, negli attimi immediatamente successivi al ferimento, recandosi di sua spontanea volontà presso la stazione dei carabinieri. “Aveva vissuto quei momenti preso da uno stato di ansia e di paura, temendo per la sua incolumità”, ha aggiunto il legale prima di chiedere l’assoluzione.

Il pubblico ministero, dopo la richiesta di condanna a sei anni, sui medesimi punti ha evidenziato una contraddizione, emersa in una delle precedenti udienze: “L’imputato ha affermato di non essere solito portare il coltellino nel marsupio, fatta eccezione per i giorni delle uscite a funghi”. E quel giorno non era stato nei boschi prima di recarsi al bar.

La conclusione della parte civile, rappresentata dall’avvocato Massimiliano Spassino, si è invece concentrata attorno all’elemento del danno fisico, rimasto a distanza di anni dall’accaduto, e sulla contestuale necessità di “considerare la condanna anche dal punto di vista civilistico”. Ed è ciò che avverrà, perché l’uomo condannato a due anni di reclusione dal collegio presieduto dal giudice Cesare Tacconi (a latere Andrea Crema e Rossana Basile), dovrà inoltre risarcire la persona offesa. E’ stata disposta una provvisionale di 5 mila euro, in attesa che l’entità complessiva del danno venga calcolata in sede civile.

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