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Varese | 24 Giugno 2021

Casalzuigno, droga e litigi in casa: “La nostra vita trasformata in un incubo”

Trentenne del paese a processo per maltrattamenti, in aula due familiari ricostruiscono il difficile periodo vissuto tra l'estate del 2018 e la primavera del 2019

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“Grida e litigate erano all’ordine del giorno. Era diventato un incubo vivere in quel modo. Tenevamo le finestre aperte anche d’inverno per essere sicuri di riuscire a intervenire subito nel caso fosse capitato qualcosa”.

Un cortile di Casalzuigno divide le abitazioni di due sorelle, testimoni e vittime di una situazione angosciante, vissuta – seppur in maniera diversa l’una dall’altra – tra l’estate del 2018 e la primavera del 2019.

Un caso di maltrattamenti in famiglia per il quale è oggi a processo un trentenne del paese, figlio di una delle due donne. L’altra, una quarantottenne originaria di Cittiglio, ha raccontato in tribunale a Varese, davanti al collegio presieduto dal giudice Cesare Tacconi, il dramma vissuto durante quel difficile periodo, con le orecchie e lo sguardo sempre puntati verso la parte opposta del cortile, dove si gridava in continuazione e gli insulti e le minacce complicavano di volta in volta le cose.

Il ragazzo chiedeva soldi, in genere piccole cifre – dieci o venti euro – ma lo faceva ripetutamente. E quando la madre si opponeva, erano guai. Un giorno di marzo di due anni fa, la quarantottenne si precipitò alla porta della sorella, dopo averla sentita urlare. Trovò l’ingresso chiuso a chiave e si attaccò al campanello, pur di fare qualcosa. Nei giorni successivi scoprì che lui le aveva messo le mani al collo.

A giugno dell’anno prima, invece, la famiglia si era rivolta ai carabinieri, spiegando che il ragazzo si era recato al bancomat con la madre per convincerla a prelevare 250 euro, lasciandola poi a piedi. All’episodio seguì l’arresto con l’accusa di tentata estorsione. I militari della stazione di Cuvio avviarono un’indagine sul giovane e sulle sue frequentazioni.

Al centro di tutto c’era una dipendenza, quella dalla droga, ha raccontato un’altra zia del trentenne chiamata a testimoniare: “Una volta mia sorella mi mostrò un cucchiaio annerito alla base, con i resti di una sostanza bianca sopra”. Ed è forse per la droga che le richieste di soldi ad un tratto si fecero ben più pesanti. Il trentenne aveva accumulato un debito di 1500 euro ed era stato minacciato. La zia lo fece presente ai carabinieri nel 2019. “Quella volta fu nostra madre a coprire la somma” ha aggiunto la donna durante l’ultima udienza.

In aula però si è discusso anche del presente e di una situazione che pare essere completamente cambiata. Il giovane ha infatti avviato un percorso di riabilitazione e l’attività lavorativa, svolta insieme al padre, gli ha consentito di riallacciare in parte i rapporti, comunque segnati da un divieto di avvicinamento ai familiari imposto ad aprile del 2019. “Un divieto che ha sempre rispettato” ha sottolineato il difensore del ragazzo chiedendo la revoca del provvedimento, a fronte della volontà manifestata dai genitori di riaccogliere in casa il figlio, ora domiciliato presso un appartamento di proprietà del Comune.

Saranno gli assistenti sociali e il responsabile della struttura che lo ha in cura a documentare nel dettaglio il percorso svolto. L’esame dell’imputato è previsto dopo l’estate.

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