Luino | 19 Giugno 2021

Recovery Plan, cascata di fondi per gli Its: un’occasione per l’alto Varesotto

Il governo investirà 1,5 miliardi di euro sull'alta specializzazione tecnica. In provincia gli istituti sono una decina. L'esperto Andrea Pessina spiega perché crederci

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Parlare oggi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), e dunque dei 220 miliardi di euro da investire in un rilancio “post Covid” inteso come una vera rivoluzione epocale per cittadini e istituzioni, stimola il collegamento, per motivi di stretta attualità, con tematiche quali il funzionamento e i tempi della giustizia, la selva della pubblica amministrazione, le chiavi interpretative per guardare al futuro secondo le teorie della green economy.

C’è però un altro aspetto che, anche solo per questioni economiche e “di cifre”, entra di diritto tra le priorità del programma di riforme del governo Draghi, su cui si esprimerà martedì la Commissione europea con una valutazione decisiva ai fini degli stanziamenti. Questo aspetto è legato alla volontà del governo di favorire un cambiamento di approccio delle famiglie e dei giovani nei confronti degli Istituti tecnici superiori, scuole post diploma che all’estero, in paesi come la Francia e la Germania, formano già oggi – potendo contare su cifre e risultati da capogiro – centinaia di migliaia di studenti, che diventano poi tecnici altamente specializzati ( e ben retribuiti) pronti a fare le fortune delle aziende in campo meccanico, informatico, agricolo, ingegneristico e in molti altri settori.

In Italia i tecnici che si formano a conclusione di un percorso biennale sono soltanto tremila per ogni ciclo, con un tetto massimo di iscritti che non va oltre i ventimila all’anno. Le ragioni di questo distacco così marcato non riguardano la qualità dei corsi – che è ottima ed è assicurata da docenti che provengono direttamente dal mondo del lavoro e dalle aziende che assumono i giovani, una volta formati – ma dipendono dalla scarsa conoscenza della materia, dai pregiudizi, e dalla confusione (L’Its non è l’Itis, non è un’alternativa alla scuola superiore ma un’opportunità che arriva dopo il diploma, e che grazie al sistema dei crediti formativi permette di convertire il biennio di corsi in anni di università, per arrivare alla laurea con una significativa esperienza sul campo già acquisita).

Tutto ciò è destinato a cambiare perché il Pnrr prevede uno stanziamento monstre dedicato agli Its: 1,5 miliardi di euro per avvicinare l’apparato italiano, nell’arco dei prossimi cinque – sei anni, agli standard europei. La prospettiva non ha precedenti e lo sa bene Andrea Pessina, vice presidente della associazione Homo Hubilis, con sede a San Vittore Olona, impegnata nella promozione sociale e nella valorizzazione degli Its, alimentati attraverso lo strumento delle fondazioni: 103 a livello nazionale, 28 in Lombardia, circa una decina in provincia di Varese.

“Il segnale che arriva grazie alla notizia dei fondi europei è sicuramente positivo – spiega l’esperto – sia per il reclutamento che per la qualità dei meccanismi di comunicazione rivolti alle famiglie. Sono troppi i genitori che ancora considerano gli Its come istituti di classe ‘b’ o ‘c’, quando in realtà i  due anni di corso conducono ad un alto livello di specializzazione, spendibile in ambito universitario, grazie agli atenei partner delle fondazioni, e poi ovviamente sul lavoro, dove i profili sono sempre molto richiesti, per via della carenza di tecnici specializzati”. Le cifre degli scenari occupazionali post biennio parlano da sole. Eccone alcune: 100% per l’informatica, 70% per la logistica, 75% per l’agricoltura. La media nazionale è dell’82%. Particolare è inoltre il caso degli Its della moda, dal potenziale in larga parte sottovalutato a causa di una gigantesca carenza di adesioni.

L’ottimismo in rapporto ai fondi europei, non è però l’unico fattore. Criticità e rischi, davanti ad una simile pioggia di denaro non devono passare in secondo piano. “Per accogliere questa montagna di fondi le fondazioni che già esistono dovrebbero moltiplicare i corsi – sottolinea Pessina – ma non possono farlo senza aumentare il numero di docenti, provenienti dai distretti industriali. Le fondazioni sapranno reggere? Quanti docenti ci sono da reclutare? Ci sarà un adeguato supporto regionale e statale? Il tutto – aggiunge ancora il vice presidente di Homo Hubilis – senza dimenticare che uno stanziamento così rilevante potrebbe far gola a soggetti opportunisti e fondazioni fantasma”.

E a Luino? Il territorio è attualmente privo di Istituti tecnici superiori ma il discorso circa le possibilità e i margini di crescita connessi all’idea di attivare in città una struttura di questo tipo è già stato affrontato varie volte negli ultimi anni, grazie ad una serie di incontri pubblici organizzati proprio da Homo Hubilis, attraverso un dialogo alimentato a più riprese dagli attivisti del Movimento cinque stelle e da Luca Pandolfi, portavoce del gruppo “Cittadini Liberi”.

“A Luino, così come in altre realtà locali, abbiamo constatato la difficoltà di soggetti con competenze diverse a riunirsi allo stesso tavolo per fare sistema. Il problema è diffuso – precisa in conclusione Andrea Pessina -. Per risolverlo occorrerebbero degli stati generali dedicati esclusivamente alla formazione. Uno spazio attraverso il quale domandarsi cosa serve nei prossimi cinque anni. E subito dopo, attrezzarsi per produrlo”.

Le strade in questo senso sono due: sviluppare una nuova fondazione, riunendo aziende e scuole per definire strutture e risorse, oppure trovare un punto di incontro con una fondazione già operativa, proponendo un piano – concepito comunque mediante l’intesa tra imprenditori e scuole – per dare vita ad una partnership. La varietà del fabbisogno occupazionale di un’area che collega Lombardia, Piemonte e Canton Ticino, suggerisce infine una terza via, quella del partner estero. Un ulteriore incentivo per credere nella validità delle “università tecniche” come corsie per l’ingresso nel mondo del lavoro.

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