(Foto di copertina © Vconews.it) Sono tre i punti che hanno inciso sulla decisione del gip Donatella Banci Buonamici di disporre la scarcerazione dei tre indagati per la strage della funivia di Stresa.
Tre punti che pesano come macigni sulle ricostruzioni emerse negli ultimi sette giorni, i primi dell’inchiesta, e che mettono in discussione gli sviluppi fino a qui ottenuti dalla procuratrice Olimpia Bossi, gli stessi che avevano portato la Procura di Verbania ad emettere il decreto di fermo per il caposervizio Gabriele Tadini, il gestore Luigi Nerini e il direttore responsabile dell’impianto Enrico Perocchio.
Nerini e Perocchio erano davvero consapevoli del fatto che la cabina tre viaggiasse con i “forchettoni” inseriti, e dunque sprovvista della frenata di emergenza, in caso di necessità? Le informazioni raccolte fino ad ora non sono sufficienti a determinarlo, ha spiegato il giudice per le indagini preliminari motivando la sua decisione di rimettere in libertà i due (per Tadini sono stati disposti gli arresti domiciliari).
Il pericolo di fuga degli indagati – tra le ragioni cautelari dell’arresto, ordinato nella notte tra martedì e mercoledì scorso – non sussiste. E questo è il secondo punto legato alle considerazioni del gip. Infine, è ancora completamente da mettere a fuoco la teoria secondo cui i tre indagati avrebbero agito per mero interesse economico (non chiudere la funivia subito dopo il lockdown, per provvedere alla risoluzione delle anomalie che bloccavano di continuo la cabina durante la corsa), in spregio alla sicurezza dei turisti e nella convinzione che mai la fune traente – quella che mette in movimento la cabinovia – si sarebbe spezzata rendendo necessario il ricorso al sistema di emergenza.
Proprio la fune traente rappresenta un ulteriore aspetto della vicenda attorno al quale ruotano ancora troppi interrogativi, in particolare dopo il primo sopralluogo effettuato dal professor Giorgio Chiandussi, il docente del Politecnico di Torino nominato perito dalla procura. In sede di sopralluogo è stata rinvenuta la cosiddetta “testa fusa“, che in gergo identifica il punto di aggancio tra fune e cabina. In quali condizioni versava? Il suo cedimento ha a che fare con la dinamica dell’incidente? Se sì, in quale misura?
Dalle informazioni raccolte fino a questo momento, pare che l’ultimo controllo effettuato sulla tenuta della fune traente e sul suo “stato di salute”, nulla avesse a che vedere con la verifica delle condizioni di questo ulteriore elemento (la testa fusa, appunto), non riscontrabili in sede di ispezione. I relativi accertamenti, giornalieri e settimanali, sarebbero in capo al personale del gestore della funivia, ovvero la società di Nerini. Sono stati svolti dalla riapertura dell’impianto?
Tornando a Tadini, il capo servizio reo confesso che ha chiamato in causa gli altri due indagati affermando che erano perfettamente consapevoli delle condizioni in cui viaggiava la cabina tre, un solo operatore, allo stato attuale, conferma la sua versione. Tutti gli altri testimoni avrebbero confermato la versione degli altri due indagati. Ma l’inchiesta, come sottolineato dalla procuratrice Olimpia Bossi, è solo all’inizio.
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